In un’epoca in cui la civiltà occidentale pare aver terminato i grandi interrogativi circa il suo futuro ed il suo destino, essendo essa sprofondata nel vortice del nichilismo dal quale non sa come fuggire, la riscoperta di un pensiero come quello di Giuseppe Rensi pare scendere dal cielo come una manna. Nichilista struggente, l’intero corpus filosofico del filosofo veronese si pone nel grande filone della filosofia della crisi che scaraventa il colpo mortale alla contemporaneità, liberatasi da ogni genere di zavorra metafisica e però, come pietrificata dallo sguardo di Medusa, arrestatasi dinanzi alla florenskijana colonna della verità. A rivendicare, in questo mare turbinoso che è l’Occidente nichilista, un atto di coraggio è lo scettico Giuseppe Rensi il quale, sobbarcandosi il peso delle macerie di quella stessa civiltà, lotta per ridarle un senso che sia, sì, non oggettivo – giacché oggettività mai vi sarebbe in un mondo frantumato in una confusa molteplicità di ragioni contrapposte ed in conflitto tra di loro – ma che possa aspirare ad elevarsi a senso generale della società e ad infondere di valore l’agire e lo stare insieme degli uomini. Dinanzi a chi rivendica l’assenza di fondamento per instaurare la tirannide della libertà, Rensi risponde con l’esercizio della scepsi che è solenne atto di responsabilità nei confronti degli uomini e unica soluzione alla bellicosità dei tempi presenti.

Giuseppe Rensi

Giuseppe Rensi

Scetticismo che è atto rivoluzionario, poiché nel suo rifiuto di presumere dove e come si possa scoprire la Verità, si pone sulla costante ricerca di una verità che egli crede propria, fino a professare la rinuncia ad ogni proselitismo ideologico, appurata l’inservibilità del dialogo e della persuasione. Mai Rensi si abbandona, per citare Florenskij, alla

notte tenebrosa della disperazione dove non c’è uscita e dove si spegne la sete stessa della verità.

Lo scettico crede nella sua verità e, pertanto, laddove non può imporla con le vane armi del raziocinio, cerca di imporla con il suo vigore di militanteFu però la guerra, quella ciclopica imposizione di realtà, a rappresentare un punto di approdo fondamentale per Rensi, non solo poiché metterà in evidenza la pluriversità della ragione, ossia l’esistenza di una molteplicità di ragioni contraddittorie e conflittuali, ma anche perché essa costituirà agli occhi del filosofo veronese la giustificazione teorica dello scetticismo.

Ad offrire uno squarcio profondo della guerra nel suo essere terremoto fisico e spirituale era stato Ernst Jünger, quando, negli scritti del 1919-1925, l’aveva descritta come il cimitero di un intero sistema di valori e visioni, un’esperienza spirituale in cui

una stirpe paga una colpa accumulata da lungo tempo, qui essa vive nel proprio intimo il tracollo di un’intera epoca e delle sue visioni.

Ernst Jünger

Ernst Jünger

La guerra come ghigliottina che scende sulle macerie di una realtà che più non esiste, vissuta in prima persona da chi, sul fronte occidentale, respirando il fuoco delle trincee, cadde e si risollevò per ben quattordici volte. Jünger, dunque, come paradigma e testimone di un mondo che di lì a poco sarebbe cambiato sotto il turbinio dei carri armati e dell’artiglieria. Un conflitto che stravolgerà le sorti dell’ordine politico e spirituale dell’uomo occidentale. Era, senza che l’umanità se ne fosse ancora resa conto, il secolo della notte, della guerra e della morte, per utilizzare una calzante definizione di Jan Patočka.

E, del resto, fintantoché avesse continuato a scrutare il fenomeno bellico sotto la lente delle idee del XXI secolo, idee del giorno, dei suoi interessi e della pace, essa non avrebbe colto il significato profondo di quello che il filosofo ceco non esitò a definire il fenomeno fondamentale del XX secolo. Un fenomeno che meritava di essere osservato sotto una ben più specifica prospettiva, che mettesse in cantina il vecchio armamentario ideologico che investiva la guerra di una funzione etica, capace di scuotere le coscienze fossilizzate da ciò che Giovanni Papini, dalle colonne di Lacerba, non esitò a definire umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne.

Giovanni Papini

Giovanni Papini

Nella sua Autobiografia intellettuale, Rensi descriverà il fenomeno bellico in questi termini:

Tutti noi, popoli combattenti l’un contro l’altro, avevamo ragione. A ciascuno la ragione, proprio la ragione, forniva inesauribili ragioni, a sostegno dei principi da cui partivamo, principi opposti e contrastanti, ma ognuno provveduto d’uguale sovrana e incontrollabile legittimità […]. A ciascuno di noi, popoli in guerra, la ragione avrebbe continuato per tutta l’eternità a fornir ragioni per la nostra tesi. Cioè, le ragioni sono in incolmabile contrasto, e la persuasione (ossia la confluenza di esse ad unità) non è possibile; cioè ancora, la ragione totale è in sé scissa né può trovare in sé il criterio e la decisione per superare la sua propria scissione, ed è quindi per decidere costretta a ricorrere a un fatto extrarazionale, come la guerra.

Con stile chiaro e sintetico, Rensi aveva già dichiarato battaglia al suo acerrimo nemico, l’assolutismo dogmatico, categoria piuttosto ampia, nella quale egli faceva ricadere anzitutto le tradizioni kantiane e, nel particolare, quelle hegeliane ed i loro epigoni, ossia, nel caso italiano, i filosofi padroni della scena culturale del primo Novecento, Croce  e Gentile, ai quali Rensi, non lesinando comunque critiche e riprovazioni in ogni sua opera, dedicherà un feroce ed aspro pamphlet, pubblicato nel 1920 col titolo di Polemiche Antidogmatiche.

La pretesa dell’assolutismo dogmatico, secondo il filosofo veronese, consiste nel credere che la ragione speculativa (la ragione pura) sappia astrarre dalle passioni, dai sentimenti, dagli errori in cui incapperebbe il pensiero comune, per elevarsi al rango di vera e superiore ragione, capace di cogliere il vero, indipendentemente dai giudizi della ragione individuale. A tale concezione, delle cui conseguenze è colpevole Rousseau, Rensi dedicherà pagine di fuoco, dimostrando come la realtà più che manifestarci la concordia delle ragioni, ci mostra il loro porsi in perenne scontro: non esiste la Ragione, esistono le ragioni. Non l’Armonia. Ma i contrasti. Non la Verità, bensì le verità. La guerra dissipa i sofismi. Ci sveglia dal sonno della ragione, dall’ipnosi dell’universale,

ci rompe il dormiveglia, perché di fronte ad essa noi sentiamo troppo bene che sostenere un simile concetto di universale sarebbe un’irrisione crudele.

Crolla un mondo di certezze, crollano le più disparate visioni, crollano i grandi ideali ed i sistemi filosofici: è giunto il tempo della mietitura.

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Ecce dico vobis, levate oculos vestros et videte regiones, quiae albae sunt iam ad messem! È quasi con linguaggio apocalittico che Rensi ci descrive il cambio di scena che il primo grande conflitto allestisce sui resti del vecchio ordine europeo, sepolto sotto le sue macerie ideologiche, un tempo edifici eretti con lo scopo di conferire un senso all’azione e all’essere dell’uomo e sui quali l’avvento del nichilismo, l’ospite inquietante – non certo fulmine a ciel sereno –, provocò le prime crepe. La guerra rivela il mondo nel suo senso più tragico, teatro dominato dalla sola sete di sangue di Ares Βροτολοιγός, campo di battaglia abbandonato dalla giustizia degli dèi. Proprio perché ogni ragione vale quanto l’altra, in quanto tutti hanno ragione, all’occhio esterno si paleserà allora l’incapacità di propendere, per via razionale, verso l’una o verso l’altra, giacché tali ragioni parranno essere dotate di terribile isostenia. La conclusione è che

è la ragione che dà origine alla guerra, per ciò che è il fatto che tutti hanno ragione nel loro obbiettivo contrastante, il fatto che tutti hanno ragione senza che la ragione sia una, quello che fa sorgere, prolungare, perpetuare ogni conflitto: conflitto giudiziario o conflitto bellico.

È la ragione, salda nelle sue convinzioni, che prolunga e perpetua il litigio e la guerra, e crea la nobile, doverosa, morale ostinazione, inflessibilità, caparbietà in essi.

Il realismo politico di Rensi non è cieco dinanzi al fenomeno bellico, inteso come pulsione promanante dall’istinto umano, difficile ad annullarsi nella pretesa realizzazione di una ventura, e quanto mai incerta, pace. Guerra e Pace si sostengono: l’una non esiste senza l’altra. Per raggiungere la pace, ossia l’accordo delle ragioni, occorre imprescindibilmente la guerra, giacché ogni uomo e, per estensione, ogni popolo, ha una sua radicata e diversa concezione di giustizia. Infinite idee di giustizia per infiniti popoli. Tra questi non c’è possibilità di comunicazione, non c’è possibilità di persuasione, e allora non resta quindi che ricorrere per la decisione alla guerra, ossia ad un fatto bruto, ciecamente violento, spesso casuale, l’unico, però, capace di stabilire, sul terreno dei fatti, quale, tra le ragioni, possa diventare diritto. È il tema centrale della forza, quell’elemento extrarazionale cui è affidato il compito di spegnere la logorrea infinita delle diverse ragioni individuali, incapaci di venire a capo tra di loro, per sola via razionale, ad un accordo totale e definitivo.

La Guerra - Otto Dix (1924)

La Guerra – Otto Dix (1924)

Scetticismo e pessimismo. Entrambi, come il Nostro nota ne La filosofia dell’assurdo, originano dal medesimo tronco, e ciò per il fatto che, essendo la realtà contraddittoria nella sua profondità, antinomica nello scontro tra ragioni opposte ed inconciliabili, tale realtà, allora, non può che rivelarsi nella sua assurdità. Un’assurdità che, dal punto di vista pratico, si rispecchia nel dolore esistenziale di un ego affogato nell’infinito della propria solitudine, incapace di trovare approdi rassicuranti, che si fa vegliardo per annunciare al mondo quei valori etici i quali soli possono allontanare il terribile abominio della desolazione che, nella lettura di filosofo, è la realtà dominata dal male e dall’errore. È, infatti, dalla constatazione che il male domina la realtà che Rensi fa discendere l’assunto che ribalta la teoria hegeliana per la quale ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è reale.

Come egli ebbe a scrivere nel 1933,

né razionali, né irrazionali, né necessari sono i fatti. Sono semplicemente. Non fanno che essere. Non fanno che prodursi. È soltanto la mente umana che contemplandoli dappoi vi scorge la razionalità, l’irrazionalità, la necessità – ossia vi aggiunge e vi immette arbitrariamente questa che è una sua contribuzione. Ma, una volta posta questa contribuzione, appunto poiché essa è una contribuzione che la nostra mente apporta ai fatti e che non c’è motivo abbia in questi analogia o riscontro, è naturale che la realtà debba apparire alla nostra mente assai più irrazionale che razionale […]. La morte, la vita, gli accidenti triviali o atroci che spessissimo decidono e dominano l’una e l’altra, la stessa insolubilità del problema fondamentale che si può esprimere sinteticamente così: “perché si nasce se si muore? perché si muore se si nasce?” – tutto ciò ci risulta profondamente illogico.

È questo l’approdo “spirituale” – si licet – dell’ultimo Rensi: a nulla vale tentare di agire nella sfera politica per porre dei correttivi al procedere regressivo della realtà. L’ultimo Rensi è un uomo che osserva, ormai, con sapienza disillusa ed aristocratica lo scorrere ineluttabile del farsi e del disfarsi della realtà, un uomo a cui non resta che maledire quella realtà di cui egli il grande oppositore. Rensi è il grande indignato, colui

che non può tollerare il male e patteggiare col male, e che, vendendo la realtà intessuta soprattutto di male, vedendo la storia umana quasi esclusivamente dominata e condotta da uomini quali Falaride, Dionigi, Tiberio, Caracalla, mai da uomini come Socrate […] pensa che l’essenza della realtà (miticamente: Dio) tenga assai più di Dionigi e Falaride che di Socrate e degli Antonini; e perciò la maledice.

Come colui al quale non resta che attendere la fine del proprio tempo e che, nell’urlo tragico di un io che non riesce a trovare conforto in nulla che lo sollevi, approda, in un giro turbinoso, all’unico sé, al proprio io, donde era partito. Un ego che guarda nella sua più autentica dimensione, che nella sua «angoscia» sperimenta una matura comprensione della realtà, che è null’altro se non il Nulla. Sembra quasi di ritrovare, nello sguardo disincantato del Nostro, un illuminante adagio di Lao Tse:

Capir le mie parole è molto facile | pure facile molto è porle in pratica. | Ma nel mondo nessuno le capisce, | nessuno al mondo le può porre in pratica. | Esiste un avo delle mie parole, | ed un maestro delle azioni mie: | ma non conosce chi non le conosce. | Radi sono coloro che m’intendono, | chi mi prende a modello ha gran valore; | perciò il saggio di sacco si riveste, | ma una giada si porta dentro il petto.

Lao Tse

Lao Tse

Ma la rinuncia ad agire è solo il termine di una vita condotta in militanza. Lo scettico affila la lama di cui dispone, ben consapevole che, in ogni caso, la missione del dotto non è quella di farsi sacerdote della verità, al modo in cui voleva Fichte, bensì quella di andare in giro come un ramingo, con l’unico ausilio di una lanterna, nella salda consapevolezza che, in un mondo in cui non si dà una sola verità, occorre avere l’onestà di far luce sulle molteplici ragioni che popolano la realtà, e scegliere – pur nella relatività di questa scelta – di incarnare l’abito più congeniale. Lo scettico non rinuncia, pone fede nel suo pur limitato ideale, nella sua più incerta ragione, impegnandosi a realizzare tutto ciò in cui crede ed a farlo valere contro i valori e gli ideali professati dagli altri, anche quando la via si oscura.

Si capisce così la missione della filosofia dell’autorità, che Rensi espone nell’opera omonima pubblicata nel 1920, in un periodo molto particolare dell’allora Regno d’Italia, devastato da due anni di continui scioperi e disordini pubblici, impantanato nelle maglie di una borghesia liberale incapace di reagire alla violenza operaia verso cui il filosofo, nelle pagine di Teoria e pratica della reazione politica (1922), scaglierà i suoi dardi più avvelenati. Si capisce così, dunque, la sua violenta requisitoria nei confronti del razionalismo e del liberalismo, incapaci di far fronte ad una situazione marcescente, in cui l’autorità vacilla sotto i colpi del sovversivismo della classe operaia. Quell’autorità, la sola che egli intende come vincolo spirituale degli animi, la sola che può favorire l’unità spirituale della nazione, non ha il minimo potere, persa com’è tra gli inghippi insolubili del liberalismo, di scegliere cosa fare. Solo la forza, quell’atto cieco, cupo ed extrarazionale, può ristabilire l’ordine e mettere a tacere ogni moto sovversivo che attenta alla stabilità del paese. Ma, soprattutto, solo la filosofia dell’autorità è garante della libertà, dal momento che ogni filosofia della libertà (implicito il riferimento all’attualismo gentiliano e, per estensione, al razionalismo filosofico), fondandosi sulla pretesa di universalità della ragione e sulla presunzione di possedere la Verità, lega indissolubilmente gli altri a sé, pena altrimenti su di essi l’esercizio della coazione.

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Valga come esempio un passo della lettera 173 di Agostino, quando, per risolvere lo scisma di un prete donatista che desidera uscire dalla Chiesa, questo esclama: è doveroso che noi vi si tragga fuori dal funesto errore nel quale voi siete nemici di voi stessi. Se il vero è ciò che è voluto dalla ragione propria di tutti, chi non lo scorge allora erra volontariamente, è cieco dinanzi all’evidenza. Il razionalista, affetto da paternalismo esistenziale, prende per la mano l’errante nel deserto e lo conduce sulla retta via, poiché egli avverte dentro di sé il vero. Il vero si impone alla sua ragione nella sua evidenza; da esso egli non può scappare. La ragione, allora, si inizia alla verità e, con furore monoteista, avvia la sua opera di predicazione finalizzata alla conversione:

la ragione o lo spirito o l’io che esprime in me la sua parola e la sua volontà, è sicuramente la vera ragione, la ragione in sé, la ragione che dovrebbe e deve essere propria di tutti. Lo so, per l’«evidenza» di cui essa è in me provvista. […] Quindi quelli che nella loro espressione esteriore di volontà divergono da tale ragione in me e dalla sua volontà, divergono dalla ragione e dalla volontà della ragione. Perciò io ho il diritto di costringerli, perché, costringendoli, li costringo alla ragione. Anzi, costringendoli non li costringo, non violo la libertà, bensì l’affermo, non intacco bensì realizzo, la vita di assoluta libertà dello spirito. […] Costringendoli, libero lo spirito o la ragione in loro; quindi, in quanto uomini, esseri cioè la cui essenza consiste nello spirito o ragione, costringendoli li faccio liberi.

È per tali motivi che Rensi definisce l’idealismo come tirannide, giacché se si ammette la realtà di un’unica ragione, la conclusione legittima è l’uso pro bono publico della coercizione, la quale, a questo punto, assolverebbe ad una funzione salvifica. Vera filosofia dell’autorità è, in ultimo, quella filosofia che garantisce la libertà individuale. Essa può, sì, ricorrere alla forza, ma solo come strumento di ricostituzione della compagine sociale, confusa dalla pullulante molteplicità di visioni del mondo contrastanti ed irriducibili.

È quello che Rensi si augura nel luglio 1922, quando dà alle stampe Teoria e pratica della reazione politica, testo che, sebbene fosse una raccolta di articoli già singolarmente pubblicati tra il 1920 ed il 1922, saluterà con tre mesi di anticipo l’avvento del fascismo e la Marcia su Roma. Quasi augurandosi l’intervento risolutore di una forza superiore, il Nostro si domanda:

Chi non vede che quello che occorre e accadrà è che un’idea, qualunque sia, aprendosi il varco attraverso a questa selva selvaggia con la forza – e probabilmente con la spada, con la spada che sola è centripeta, con la spada che sola irraggia, fiammeggia, splende ed accende e sa davvero conquidere, entusiasmare, rapire i popoli – desti, localizzandola in un individuo, un’infatuazione, un fanatismo, un feticismo, un impeto di devozione sottomesso, un profondo riconoscimento di superiorità, come fu il caso per Cesare e Napoleone, e costituendo così una potenza travolgente che suscita sui suoi passi una scia di ammirazione e d’entusiasmo, incanali dietro a sé una corrente poderosa e dominante che trasporti irresistibilmente via tutte le divergenze?

Emilio De Bono, Benito Mussolini, Italo Balbo e Cesare Maria De Vecchi

Emilio De Bono, Benito Mussolini, Italo Balbo e Cesare Maria De Vecchi

Una domanda che certamente non si spende in giri di parole, ma che, anzi, manifesta, con chiarezza di pensiero, la necessità di un intervento politico autoritario, decisionista, capace di mettere fine ad una crisi politica che non sa trovare rimedio alcuno per la cura dei suoi mali. Una cura che egli, dapprima, vede nella ricetta fascista, salvo poi imputare al Regime l’accusa di essersi sostituito allo Stato e di aver licenziato dalla scena politica italiana la presenza del diritto e della legalità istituzionale – non avendo egli fin in profondità compreso – possiamo dirlo senza reticenze – il progetto di rinnovamento nazionale avviato dal fascismo. Se l’autorità tale vuole essere, è necessario, allora, che essa si sviluppi in autorità morale, che sappia cioè suscitare negli individui sentimenti di venerazione e rispetto, sentimenti che costituiscono il fondamento di ogni vero potere costituito e che, in ogni caso, sorgono solo in seguito ad una forza esterna lungamente esercitata.

L’autorità crea il sentimento morale e questo costituisce, a sua volta, il suo fondamento. Senza autorità morale non c’è autorità. Autorità morale ed autorità materiale sono tra di loro strettamente irrelate, giacché se i sentimenti di venerazione e di rispetto non sono di continuo affiancati dall’autorità materiale, ossia dalla forza esterna, se questa si distacca da essi, a poco a poco anche la loro autorità morale svapora. Va da sé che la mera autorità materiale non è capace di costituire potere duraturo, in quanto manca del fondamento morale che lo legittimerebbe agli occhi degli individui. Questo è frutto dell’imposizione, talvolta bruta e violenta, di un determinato codice etico e civile: se tutto si riduce a mera violenza ed arbitrio, essa non è più autorità, bensì tirannide; se però tutto si riduce a mera fattualità ed a parvenza istituzionale, essa non poggerà più su alcun riconoscimento morale.

Vittoria alata - Mario Sironi (1935)

Vittoria alata – Mario Sironi (1935)

Di questo non si rendono conto, secondo Rensi, coloro che giungono al sommo delle cose per la via del nefasto regime parlamentare e in mezzo alle condizioni da questo create, regime che si regge solo sul mantenimento amministrativo e formale dei suoi apparati, che riduce l’attività dello Stato a mera burocrazia e che, per un amaro gioco del destino, causa il sovversivismo e la reazione civile. Rensi osserva la difficile situazione politica dell’italietta liberale, con i governi incapaci di fronteggiare il sovversivismo politico, fenomeno cresciuto e fomentato dall’ala radicale del Partito Socialista Italiano. Venire a patti con i socialisti significava rendere concreta la minaccia del bolscevismo, verso il quale Rensi nutriva un disprezzo del tutto aristocratico. Cosicché,

quando – unicamente per ragioni parlamentari – ai rappresentati di essa [dell’idea sovversiva] fu aperta la via ai prefetti e ai ministri e furono palesi i segni della deferenza dell’autorità verso di loro al pari che verso i rappresentanti delle idee approvate, ogni distinzione tra queste e le altre scomparve dalla coscienza pubblica, e il sovversivismo ottenne quella consacrazione morale che gli assicurò notevole incremento.

Insomma, sostiene Rensi,

quando la mera forza, quasi a dire, si distacca dall’istituzione, si disinteressa di essa, quando questa può essere impunemente svillaneggiata ed i suoi rappresentanti minacciati di morte persino in Parlamento, non tarda molto che essa perde anche l’autorità morale».  Senza timore reverenziale, senza sentimento di rispetto non c’è autorità. Ecco perché Rensi può concludere, con toni aspramente reazionari, che «l’ubbia della libertà democratica e la fanfaluca dell’autogoverno del popolo sono, come opinava Carlyle […] cose contrarie alle leggi eterne e ai decreti divini dell’Universo, il quale è monarchico e gerarchico, nel quale cioè coloro che sanno guidare e organizzare – i duci, i comandanti, i re – sono tali per natura, e non resi tali o scoperti dall’urna elettorale.

La libertà democratica è, infatti, per il Nostro, mera tirannide, completa schiavitù. Il popolo vede solo fino al proprio naso, è incapace di scrutare gli orizzonti del futuro al di là della propria necessità materiale. Ma colui che vede oltre, colui che sa cogliere la necessità dell’ora proprio perché scruta la necessità futura, ha il diritto e il dovere di costringerla ad operare contro ciò che essa immediatamente vuole, e solo in tal modo si governa e si crea. Da qui discende ogni disgusto nei confronti del tempo presente, prima verso la borghesia liberale, successivamente verso il dominio proletario, successivamente ancora verso il fascismo. Ed ecco perché, nel tentativo di giustificare l’azione autoritaria, si esprime con parole asprissime verso alcuni istituti della democrazia liberale:

il sistema elettorale-parlamentare è una melma immonda, la cui sconcezza diventa ogni giorno più chiara e innegabile. Solo i cervelli incartapecoriti, che prendono quel che sono abituati a vedere come la ragione, l’assoluto, l’eterno, possono ripetere la frase fatta di “prestigio parlamentare” […], non vedere che esso è un’istituzione morta, un cadavere ambulante.

Chiaro di luna - Mario Sironi (1915)

Chiaro di luna – Mario Sironi (1915)

Tutte considerazioni che Rensi svolge nel tentativo di innestare la radice scettica e relativista a quel fascismo che si andava già statuendo con l’apporto della dottrina gentiliana. Una radice che lo stesso Mussolini, in un articolo pubblicato il 22 novembre 1921 sul Popolo d’Italia, riconoscerà come assolutamente presente nella sua creazione politica, tanto che potrà scrivere che

in Germania, il relativismo è un’audacissima e demolitrice costruzione teoretica (forse la rivincita filosofica della Germania, che potrebbe annunciare quella militare?); in Italia, è solo un fatto. Il fascismo è stato un movimento super-relativista perché non ha mai cercato di dare una veste definitiva “programmatica” ai suoi complessi e potenti stati d’animo, ma ha proceduto per intuizioni e frammenti, di cui si trovano documenti in questo giornale. Tutto ciò che io ho detto e fatto in questi ultimi tempi, è relativismo per “intuizione”. Se, difatti, per relativismo deve intendersi la fine dello scientismo, il tramonto del mito “scienza”, intesa come scopritrice di verità assolute, io posso vantarmi di aver applicato questo criterio nell’esame del fenomeno socialista.

Ma l’esperienza “fascista” di Rensi durerà ben poco. Principalmente per via della sua opposizione all’attualismo gentiliano, ma anche per via dei rapporti poco felici con lo stesso Gentile (non già nei confronti di Mussolini, di cui fu amico e avvocato durante l’esilio svizzero) e per alcune divergenze di fondo con la dottrina fascista sul modo di concepire la natura dell’autorità, sottoscrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti, andando incontro, nel 1927, alla sospensione, per una breve parentesi, dall’insegnamento di filosofia morale presso la Regia Università di Genova fino alla riammissione e, nel 1934, all’ormai definitivo allontanamento dalla cattedra. Cosicché l’ultimo Rensi, il Rensi che rinuncia ad intervenire nella realtà sociale e politica, dopo aver sperimentato sulla propria pelle la difficoltà di illuminare la strada dell’uomo e di fornire ad esso orizzonti orientativi, si chiude nel guscio della propria interiorità. In questo rifiuto ad operare, in questo lasciar precipitare ciò che già precipita (e quindi portare a termine il nichilismo) risiede un punto d’unione con Ernst Jünger. Entrambi vivono il regno – non già l’incombere – dell’ospite inquietante, il primo in modo più consapevole, il secondo per via indiretta. Entrambi, tuttavia, si collocano oltre la linea.

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Oltre la linea sta a significare che l’oltrepassamento della stessa non conduce alla fine del nichilismo, in un’ottica quasi ottimistica, come se esso fosse ormai in stato di compimento (che è poi la critica heideggeriana alla prospettiva jüngeriana), bensì oltre il punto mediano. Per dirla con le parole di Franco Volpi, attraversare la linea significa allora entrare in quella zona dove il nichilismo, divenuto totale, si fa condizione normale e il niente diventa un aspetto essenziale della realtà. Significa erigere barriere interiori, prepararsi ad affrontare la grande traversata nel deserto, trovare in se stessi la propria possibilità di realizzazione ed elevazione. Questo fa Jünger, questo fa Rensi.

 Decisivo – scrive il filosofo tedesco – è fino a che punto lo spirito accetti la necessaria distruzione e se la marcia nel deserto conduca a nuove fonti. Questo è il compito affidato al nostro tempo. Nella misura in cui la soluzione dipende dal carattere, ciascuno vi prende parte. Sorge quindi anche l’interrogativo che oggi va posto alle persone, alle opere e alle istituzioni. Esso suona così: in che misura queste ultime hanno oltrepassato la linea?

Portare in fondo il nichilismo, abitare le terre selvagge, sfuggire al Leviatano, sperimentare sulla propria pelle l’enorme potenza del niente: a noi pare, questo, un destino comune ad entrambi.