La crisi è il dato obiettivo che costituisce al fondo la vita. In particolari epoche storiche, essa si acuisce al punto da determinare lo smarrimento del filo d’Arianna, capace di far intravvedere orizzonti futuri nel presente incerto. La filosofia, stante la lezione di Eric Voegelin, è sorta, nel mondo antico, come disciplina erotica, atta a sviluppare sia la diagnosi che la terapia del nosos, della malattia esistenziale, indotta dall’irrompere del tratto entropico del reale. Oggi, con il trionfo dell’analitica e/o con i tentativi di sterile riproposizione dei sistemi metafisici, la filosofia ha subito un processo di significativo depotenziamento. Poche sono le voci che si differenziano, ancor meno i pensatori che intraprendono percorsi fuori dal coro.

In Italia va registrata, nella moria generalizzata delle riviste di carattere speculativo, la presenza di un’isola teorica dalla quale è possibile ricavare stimoli e spunti utili a pensare. Ci riferiamo al Giornale critico di storia delle idee. Rivista internazionale di filosofia, edito dalla casa editrice Mimesis, ed espressione di un gruppo di lavoro che fa capo all’Università Vita e Salute-San Raffaele di Milano. Diretta da Andrea Tagliapietra e Sebastiano Ghisu, ad essa collaborano docenti e ricercatori di molti atenei, italiani e stranieri. Qui vogliamo occuparci dei due numeri della rivista usciti nel 2017 e curati da Enrico Cerasi.

Eric Voegelin

Il primo numero, Figure della maturità (euro 18,00), affronta un tema complesso, ma di grande attualità. I saggi che lo costituiscono tentano di rispondere, senza alcuna pretesa di sistematicità e di esaustività, come nelle corde metodologiche della storia delle idee, ai problemi impliciti nel concetto di maturità e alle variazioni di significato che esso ha subito nel corso del tempo. Valentina Sperotto rimarca come l’illuminismo pose con determinazione la necessità di conseguire la maturità lasciandosi alle spalle il passato, in forza del coraggio di sapere, realizzato dal sagace uso della ragione.

Si sofferma, in particolare, sull’opera di Diderot e sui contributi che il filosofo pensò per l’Enciclopedia. Nota Enrico Cerasi:

Sperotto […] ci ricorda che almeno di questo siamo debitori all’Illuminismo – del vanto di essere maturi, o della vergogna di non esserlo affatto.

L’idea di maturità ha però origini antiche. Emerse nel concetto greco di akmè, per quel popolo inestricabilmente legato al processo paideutico, come rileva Laura Candiotto. Oggi sarebbe dirimente riuscire ad attualizzare un’etica centrata sulla virtù intellettuale. Del resto, come evidenziato da Bianca Bellini, che analizza alcuni capolavori della letteratura moderna e contemporanea, la maturità è indissociabile dalla Bildung, che determina un costante rinnovamento di sé in chi la persegua.

Crediamo che Romano Màdera abbia compreso, con chiarezza, il problema rappresentato dalla maturità nella società dei nostri giorni. Viviamo una crisi acuta, indotta dal capitalismo cognitivo. La sregolatezza del desiderio e il narcisismo soggettivistico sono causa prioritaria dell’immaturità diffusa. Si rende, pertanto, indispensabile una nuova “carta del senso”, una vera e propria capacità di riorientamento simbolico che, a dire dell’autore, non dovrebbe comportare il radicale rifiuto della realtà presente, ma solo delle negatività che la caratterizzano. In tale contesto ideale va collocato l’ampio saggio di Andrea Tagliapietra nel quale viene proposta un’idea di maturità costruita sullo stile: biografico, artistico, pedagogico.

In una parola essere maturi implica la:

capacità di prendersi cura dell’altro quale condizione della cura di sé.

Perché ciò avvenga, gli uomini devono scoprirsi finiti, individuando nella temporalità la loro natura costitutiva. Il dolore, la lacerazione e la frammentarietà esistenziale possono condurre a tanto. Valeria Ferraretto, muovendo da Adorno, ritiene che maturo nella società a capitalismo avanzato sia da considerarsi l’integrato, colui che rinuncia alla propria individualità. Anche l’immaturo, colui che pratica il rifiuto, paradossalmente, non fa che confermare lo stato presente delle cose. Ha ragioni da vendere Chiara Dolce, nel riconoscere che la riduzione del tempo ad un presente svuotato di senso, riempito solo dal consumo, è la risultante, nella società moderna, della cancellazione di riti di passaggio. Tale tesi trova conferma nell’esegesi del film Immaturi del regista Paolo Genovese, condotta da Luca Girardi.

Theodor Adorno

Diego Fusaro ritiene che l’immaturità e il giovanilismo siano obiettivi scientemente perseguiti dalla strategia politica del capitalismo finanziario e post-borghese, il cui sistema di dominio necessita di lavoratori-consumatori incapaci di scelte autonome. Del resto, chiosa Caterina Piccione, il nostro tempo ha espresso un radicale rifiuto del padre, simbolo del tradere: senza tale funzione gli uomini precipitano nell’irrealismo psichico e pratico. Oggi:

Gli stessi padri dimostrano di non desiderare null’altro se non una nostalgica e deformata fanciullezza.

Dai testi di, Figure della maturità, si evincono domande diverse e risposte, a volte, divergenti. Le voci dissonanti degli autori, comunque in dialogo tra loro, sono, nel vuoto ideale che ci circonda, un punto di riferimento non trascurabile.

Riforme religiose, rivoluzioni politiche

Il secondo numero del 2017 del, Giornale critico di storia delle idee, è dedicato alla discussione di eventuali nessi e relazioni sussistenti tra l’idea di riforma e quella di rivoluzione. Il tema prescelto è stato occasionato da due anniversari storici: i cinquecento anni dalla Riforma protestante (1517-2017) e il centenario dalla Rivoluzione d’Ottobre (1917-2017).

Il senso generale del volume va colto nel rifiuto del semplicismo esegetico messo in campo, anche recentemente, da eminenti studiosi, secondo il quale esito scontato del Protestantesimo sarebbe stato il materialismo moderno. Gli scritti qui raccolti, inoltre, prendono le mosse da una constatazione di fatto: nel mondo contemporaneo ogni merce viene presentata, quasi per statuto ontologico, come rivoluzionaria. Ogni prodotto è “migliore” del precedente, mentre la politica non può essere che riformista, dati i criteri di giudizio del ‘politicamente corretto’. In ogni caso, i concetti di riforma e rivoluzione, sono al centro del dibattito teorico.

Adriano Prosperi si occupa della spiritualità del giovane Lutero. Sostiene che la Riforma risulterebbe inintelligibile se non si facesse riferimento alla trasformazione del Papa, nel XV secolo, in un capo di Stato. Di grande spessore è lo scritto di Gaetano Lettieri: lo studioso si occupa della Esortazione alla penitenza di Machiavelli, pronunciata a Roma nel 1525. L’opera è collocata all’interno della reazione anti-luterana della Chiesa di Roma. Nelle sue pagine, il filosofo fiorentino elaborò una complessa “teologia politica” della carità, contrapposta al sola fides sufficit luterano. Sebastiano Ghisu muove dalla tesi di Kautsky, secondo la quale la Riforma avrebbe svolto un ruolo mediano tra il Medioevo e le rivoluzioni moderne. Rileva, inoltre, come il termine riforma, pur evocando il progresso, indichi, nella contemporaneità, processi di regressione storico-politica. Alessandro Volpe, compie l’esegesi della lettura hegeliana del Protestantesimo quale matrice della modernità, mentre Enrico Cerasi individua nel divergente accordo tra Barth e Lenin:

i sintomi di una svolta escatologica della cultura novecentesca, incompatibile con la hegeliana ‘fine della storia’.

Davvero significativo il nesso colto da Raffaele Ariano: la riscoperta dello scetticismo pirroniano del XVI secolo, avrebbe determinato la frattura dell’unità religiosa europea. Uno degli ultimi scritti di questa sezione del Giornale è di Francesco Valagussa e si lega alla successiva sezione della rivista, intitolata Pensiero italiano, dove compare un saggio di Andrea Tagliapietra. Entrambi sono attraversamenti della filosofia di Massimo Donà, in occasione del suo sessantesimo compleanno. I due testi, come si vedrà, confermano la crucialità del pensiero filosofico italiano e, più nello specifico, dell’Altra filosofia di Donà

Machiavelli (particolare) ritratto da Santi di Tito

Massimo Donà e il pensiero italiano

Valagussa in, Massimo Donà: Sistema filosofico e sistematica dell’arte, presenta e discute gli assunti teorici cui il filosofo veneziano è pervenuto in una recente opera, Teomorfica. Sistema di estetica (Milano, 2015). In essa Donà fa i conti con il problema della Forma e quindi con la questione teologica. Interrogarsi sulla Forma significa, infatti, interrogarsi sulla natura di Dio. Le diverse modalità di risposta a tale quesito hanno determinato, nella storia della filosofia occidentale, il sorgere dei tre indirizzi estetici discussi in Teomorfica.

Donà, ricorda Valagussa, distingue Platone da Plotino, al fine di avvicinarlo ad Aristotele. Con lo Stagirita, Platone sarebbe stato latore del primo paradigma estetico europeo. Plotino avrebbe dato avvio, invece, al secondo, cui avrebbe fatto seguito l’estetica tomista. Tanto per Platone quanto per Aristotele la bellezza si configura quale: “mimesis dell’unitarietà vigente nell’ordine cosmico” (p. 290). Per comprendere cosa ciò significhi è necessario tener a mente che: lo stesso cosmo è già icona perfetta, in quanto dirsi identicamente da parte della totalità dei diversi. Aristotele non fece che legittimare un’intuizione di Platone che, da questi, era stata rifiutata: ossia che l’arte possa produrre piacere. Quella platonico-aristotelica sarebbe, pertanto, un’estetica del piacere.

 A Plotino, Donà attribuisce la fondazione dell’estetica, meglio delle estetiche, dell’armonia, mosse dalla nostalgia dell’Uno, ma consapevoli di non poterne riprodurre l’astratta separatezza:

La bellezza […] sarà intesa come perenne anelito al ricongiungimento con l’Uno, pur essendo inevitabilmente coinvolta (e definitivamente compromessa) nella tragedia della molteplicità.

Tommaso, invece, riconoscendo il “principio” come essere, ha compiuto la riduzione ad  unum di forma ed evento. Lungo tale percorso, i suoi predecessori Platone, Aristotele e Plotino, avrebbero fallito. Solo in Dio le determinazioni, gli enti, non sono mai diversi tra loro, per cui l’esistere stesso: “coincide (nella prospettiva tomista) con il ‘possibile originario’” (p. 292). La bellezza per Tommaso è analogica, è rammemorazione di Dio e pertanto può offrire, anche oggi, un futuro all’arte. L’analogia entis suggerisce che Dio è altro dal mondo, non-essendolo. E’ così che nel Novecento l’estetica tomista è tornata a mostrarsi, tra gli altri, in Wassily Kandinskij, astrattista che comprese, non facendo alcun riferimento al senso esteriore, come gli oggetti, la realtà, parlino: con una voce precisa che non è possibile sopprimere. Il suono rinvia a quel ‘non’ che, pur essendo altro da ogni forma, non ne esclude determinatamente alcuna.

Lungo la stessa via di emergenza tomista, si sono posti Man Ray e Marcel Duchamp. Il primo ha esemplarmente mostrato come non può darsi un al di là del frammento: “in cui il frammento possa prima o poi incontrare l’intero” (p. 297), tesi rinviante, in qualche modo, alle posizioni di Walter Benjamin. Non è casuale, sottolinea Valagussa, che la struttura di Teomorfica, sia musicale, costruita com’è su una Ouverture, cui fanno seguito Tre Movimenti. Tale considerazione consente di immetterci direttamente nello scritto di Andrea Tagliapietra, Sulla soglia del tempo. Massimo Donà, la metafisica e il jazz, davvero il più significativo della raccolta.

Salvador Dalí e Man Ray a Parigi, il 16 giugno 1934

Tagliapietra esordisce cogliendo la sottaciuta sintonia che rende prossimi, nel dibattito teorico contemporaneo, i solerti funzionari al servizio permanente effettivo della tecno-scienza, i filosofi analitici, nel cui albero genealogico spicca il nome del neopositivista Rudolf Carnap, ai metafisici. Entrambi mirano alla custodia disciplinare dell’oggetto al fine di dominare l’imprevedibile, quint’essenza della vita, e per negare, nel modo più risoluto, la nostra possibile esposizione all’accadimento, all’evento. Metafisica ed analitica interpretano il mondo alla luce della volontà di potenza per poterne disporre attraverso il Gestell, l’impianto.

In Italia, Massimo Donà, da tempo, va riscoprendo un filone di pensiero che, al contrario, ha al proprio centro la nozione musicale di ritmo. Nella nozione vedica di rtá, rileva Tagliapietra, si fa sentire la medesima radice che compare nel concetto filosofico e musicale di armonia, vale a dire “assecondare il movimento corretto”. In particolare: “Il ritmo è per il filosofo veneziano, la struttura epifanica della cosa che sovverte la consuetudine intellettuale della riflessione oggettivante, quel pensiero che isola gli enti tra loro e li configura nella forma statica della permanenza” (p. 305). La filosofia di Donà, quindi, mette in discussione il dato di senso comune che il riferimento oggettivo dà, invece, per scontato. Lo fa in linea con il pensiero aurorale e con l’autentica tradizione filo-sofica.

Massimo Donà

La vita realizza nell’evento il suo darsi metamorfico, carico di possibilità e di insicurezze. La metafisica e l’analitica, centrate sul ‘vedere’, pensano la domanda essenziale: “che cos’è?”, inaugurante, con la meraviglia, l’interrogazione filosofica, nel senso di un significato immobile, isolato e statico, relegando il movimento alla dimensione illusoria. Esse tacitano la domanda ulteriore e davvero fondamentale: “Come accadono le cose?”. E’ questa tipologia del chiedere a concedere accesso alla comprensione del mondo-evento, oltre la logica identitaria. Commenta Tagliapietra: “La cosa non è più segmento, ma flusso, emergenza […] Il suo essere si dà […] per intensità” (p. 305), così come avviene per i suoni. L’udire consente di esperire la temporalità non come qualcosa di aggiunto, di posticcio rispetto all’ente, ma come ciò che costituisce la sua struttura dinamica. Del resto, Donà ritiene che ogni opera musicale si presenti, nel momento dell’ascolto, quale parte capace di evocare l’intero.

Il ritmo è tanto la continuità nella discontinuità di un flusso, quanto il suo inverso e rende indistinguibili inizio e fine. Non è casuale, continua Tagliapietra, che il ritmo venga comunemente reso dal termine ‘passo’, rinviante alla dimensione corporea. Infatti, corpo e tempo convergono nel ritmo, quando il tempo non venga ridotto alla dimensione spaziale, ma sia esperito quale durata, tempo qualitativo bergsoniano. Donà recupera, secondo l’autore di quest’interessante saggio, ciò che Montaigne definì la forme maîtresse dell’esistenza, atta alla dipintura, non dell’essere in quanto tale, ma del passaggio.

Per questo, l’ontologia non rinvia ad un fuori, ad un oltre, ad un principio indubitabile, ma: si include in abisso nella dinamica che ne istituisce il bisogno e che scava, infondata e sospesa, in un vertiginoso frattanto. Si sarà capito come Severino, di cui Donà è stato allievo, rappresenti il termine oppositivo della teoresi filosofico-ritmico-musicale. A partire dal volume, L’aporia del fondamento, Donà ha sviluppato un’idea di identità: “di cui la differenza sappia costituirsi come sempre perfetta significazione” (p. 307). In quelle pagine, egli ha individuato nella metafora uno strumento atto a demistificare, nel linguaggio, l’artificio metafisico. La metafora è interpretata da Donà oltre la sua riduzione umanistico-retorica alla similitudine che legge il legame da essa istituito nel senso di, A è come B, facendo venir meno lo ‘scandalo’ della contraddizione per la quale, invece, A è B.

In tale assunto, Donà rivela che l’arte e la musica, sua massima espressione, sono via d’accesso   al mistero della vita. Arte e musica hanno come si pensò in altre epoche e come colsero esponenti delle avanguardie del Novecento, tratto ‘magico’. Ciò spiega lo stesso interesse di Donà per Julius Evola e per la sua filosofia della musica, rispetto alla quale di recente ha compiuto un lavoro di straordinaria valorizzazione. Ha infatti evidenziato come Evola, a differenza del ‘progressista’ Adorno, avesse perfettamente colto il significato ultimo del Jazz, non riducendolo alle produzioni conformiste e cloroformizzanti prodotte dall’industria culturale. Anzi, ne colse il tratto ‘realizzativo’ e menadico, capace di aperture inusitate (Cfr. M. Donà, Evola e la musica. Verso una simbolica dell’Incondizionato. Ovvero, sul Jazz, su Wagner e sulla canzone, in J. Evola, Da Wagner al Jazz. Scritti sulla musica 1936-1971, a cura di P. Chiappano, Jouvence, Milano 2017).

In qualche modo, il pensatore veneziano muove contro l’eleatismo severiniano, a partire da Severino stesso. Dal primo Severino che in, La coscienza. Pensieri per un’antifilosofia (Brescia, 1948), come ricordato da Tagliapietra, individuava nella musica l’arte che, in quanto libertà piena, metteva in opera il ‘superamento’ della ragione logica. Tesi successivamente abiurata, ma salvata, ampiamente discussa e motivata, proprio da Donà. Questi, da jazzista, ha diretta consapevolezza che l’opera e il suono non hanno un fuori da cui poter essere giudicati. Il jazzista e il filosofo autentico non vivono: “nel meta-tempo pietrificato dell’eterno […] ma sulla soglia del tempo” chiosa, abilmente, Tagliapietra. (p. 312). Per questa ragione il nostro autore può concludere: “L’opera non è realizzazione dell’eidos, ma antieidos, infiorescenza della minima determinazione empirica, dell’accadimento accidentale e delicato […] ogni volta esposta, fragile, vulnerabile, insicura come la vita dei viventi, benché in fondo incredibilmente appagata e serena” (p. 313). Questa visione della vita e dell’arte sono testimoniate, in modo esemplare, dalla tradizione giapponese zen: “La vita è così simile ad un fiore delicato. Come possiamo sperare che la sua fragranza possa durare per sempre?”. Essa è ritmo che scandisce il ritorno klagesiano del simile, mai dell’identico. Filosofia museale, musicale, quella di Donà, di cui poteva compitamente dar conto il Giornale critico di storia delle idee.