La malattia è diventata un tabù. Un tempo considerata elemento costitutivo della vita stessa (non è un caso che Hegel sostenesse che la vita sia costitutivamente “ammalata” di quel morbo originario che è la morte), oggi essa è vista esclusivamente come ciò che le si oppone. Non come una esperienza tipica della vita stessa, ma una sua nemica innominabile. E per questo va prevenuta prima che curata; va allontanata; rimossa (finché non ci si ammala, è come se non esistesse o, in casi meno incoscienti, non dovesse esistere); da ultimo, ostracizzata e demonizzata. Le visite di controllo aumentano; le diete che aiutino a mantenere la buona salute abbondano su siti e riviste, con la incredibile varietà di integratori che prevedono per sopperire alla mancanza di questo o quell’elemento “essenziale” che il nostro organismo non sarebbe in grado di assimilare in misura sufficiente; il “life-style” è ormai un mantra sulla bocca di chiunque ‒ un Padre Nostro postmoderno, da accompagnarsi al rigoroso rispetto dei tre comandamenti fondamentali del salutista praticante: segui una corretta alimentazione; svolgi un’attività fisica regolare e costante; vivi una soddisfacente vita sessuale. Insomma: mangia, corri e scopa. Mangia, corri e scopa … Mangia, corri e scopa … Oṃ … Oṃ … Oṃ … supermercati, i nostri tabernacoli; palestre, i nostri templi; le camere da letto, i nostri musallah.

E lo sventurato che si ammala? Che ne è di lui? Sempre più non lo si vuole guardare, lo si ignora, ci si comporta come se non esistesse, si gira il volto dall’altra parte. L’anziano agonizzante che attende l’ultima ora tra le coperte non abita più le nostre case: egli muore in ospizio, in clinica, comunque lontano dallo spazio domestico. Le nostre dimore non devono più ospitare la sofferenza. Esistono spazi adibiti ad ammassare i corpi malfunzionanti e gementinell’era democratica […] luoghi di concentrazione, come cantava un punk cattolico reggiano ‒ gli ospedali, sempre più grandi, sempre più policlinici, novelli lager della cura. Perché, appunto, non si cura più: o ci si cura da sé, attraverso gli espedienti di cui sopra, o a farlo saranno i funzionari della cura, i medici, che potranno sì svolgere egregiamente il loro mestiere, ma non potranno sostituire la cura del caro, che al capezzale soffre con chi soffre, empatizza, e aiuta (o almeno ci prova) a stare meglio.

Visita all'ospedale - Luis Jiménez Aranda (1889)

Visita ospedaliera – Luis Jiménez Aranda (1889)

La moglie col marito in ospedale afflitto da un grave male sopporta a fatica questa pena e cerca “consolazione” tra le braccia di un altro uomo sano, che in certe trame di film e serie televisive da strapazzo viene dipinto addirittura come un “salvatore” ‒ un redentore in occhiali da sole e giubbotto di pelle; laddove fino a una sessantina di anni fa quello straordinario prendersi cura rappresentava il contatto più intimo e autenticamente “erotico” che la vita potesse regalare a due anime che avevano deciso di unirsi. Il verso deandreiano sembra oggi più che mai attuale:

Questo ricordo non vi consoli/quando si muore, si muore soli.

Chi soffre è brutto. Non ci si può innamorare dello sfregiato; non si può sentirsi attratti dal mutilato; non si può voler fare l’amore con chi porta sul volto o sul corpo i segni evidenti di un disagio fisico. Si desiderano esemplari perfetti e prestanti, unici titolari del diritto a essere riconosciuti e apprezzati; ad accoppiarsi e riprodursi. Il fascino dell’artista o dell’intellettuale malandato, che ha sacrificato salute fisica e mentale alla sua vocazione, è ormai retaggio di un passato scapigliato nemmeno più in vista. La bellezza fiera del reduce di guerra, con le sue cicatrici a ricordare a chi lo guarda che ha passato quel che ha passato e, con coraggio, ne è uscito vittorioso… roba che a stento possono ricordare i nostri nonni.

Samuel Butler (1835/1902)

Samuel Butler (1835/1902)

Perché? Quale implicita e potente Weltanschauung è al lavoro in questo patetico scenario? Nel 1872, lo scrittore inglese Samuel Butler pubblicava in forma anonima Erewhon, un romanzo distopico in cui si narra di una nazione immaginaria (omonima) in cui chi è malato viene trattato dal governo come un criminale e in cui si va diffondendo un credo religioso per cui chi nasce debole e malaticcio verrà punito nell’aldilà, mentre i nati belli, forti e in salute saranno ricompensati con la beatitudine: solo loro, perciò, hanno il diritto di restare liberi e di avere figli. Lo stesso protagonista della storia riesce a rimanere a Erewhon per via del suo bell’aspetto e della sua prestanza fisica, finché non si vedrà costretto ad abbandonarla per sfuggire a un processo per rosolia.

Non si fa fatica a scorgere, qui, una critica alle possibili conseguenze delle allora imperversanti teorie darwiniste, cui Butler si era dedicato sin dal 1860 (anno successivo alla pubblicazione de L’Origine delle specie) muovendo alcuni interessanti appunti a certe istanze centrali della teoria della selezione naturale, che gli valsero l’antipatia degli ambienti scientifici. Chissà che tale ostilità non fosse quella tipica che interessa i profeti, quando si spingono a vedere più in là di quanto non riescano a fare i loro coevi. Sembra infatti che se a quel tempo la nazione descritta nel libro dello scrittore inglese potesse chiamarsi Erewhon, un semi-contrario della parola “nowhere”, perché quel tipo di società non poteva scorgersi da nessuna parte, una riattualizzazione del romanzo scritta da un Butler redivivo dovrebbe forse intitolarsi Erehthgir.