Forse ha ragione Perry Anderson nell’affermare che le categorie gramsciane sono ambigue. Il marxista britannico (a lungo direttore di quella New Left Review che ancora oggi rappresenta un importante punto di riferimento intellettuale per quel che resta di una Sinistra – salvo rare eccezioni – in crisi di identità), interrogandosi su quali siano le ragioni dell’ammirazione – oramai di dimensioni mondiali – nei confronti del pensiero gramsciano, mette in luce il carattere di ambiguità delle stesse: a suo dire, le categorie gramsciane sarebbero soggette ad interpretazioni multiple e spesso in contrasto tra di loro, a causa del loro essere ambigue. È questa loro caratteristica intrinseca che permetterebbe di applicarle anche a contesti diversi da quello italiano, nel quale sono state generate.

Si potrebbe obiettare che lo sviluppo delle categorie gramsciane all’estero, non si deve a una presunta ambiguità delle stesse, ma al loro essere universali, sufficientemente astratte da permetterne l’applicazione allo studio di fenomeni che travalicano i confini nazionali e i tempi, ma non si può non essere d’accordo con Anderson nell’affermare che il pensiero gramsciano è spesso soggetto, in patria o altrove, a fraintendimenti ed interpretazioni errate.

Antonio Gramsci

Ne scrive Razmig Keucheyan in un suo interessante commento su Le Monde diplomatique, a proposito di uno dei termini più utilizzati nel lessico politico francese (dal Partito Socialista a France Insoumise, passando per i teorici della nouvelle droite), quello di battaglia culturale. Secondo Keucheyan, professore universitario, profondo conoscitore di Gramsci e militante della sinistra anticapitalista, il termine battaglia culturale, nell’accezione in cui viene utilizzato oggi in Francia, non è altro che un equivoco nato da una lettura frettolosa ed approssimativa dei testi di Gramsci sull’Egemonia.

Come egli afferma:

L’idea è semplice: la politica, in ultima analisi, poggia sulla cultura. Mettere in atto una politica presuppone che il vocabolario e la “visione del mondo” sui quali essa stessa si fonda, si siano imposti alle masse. Se i governi non applicano i loro programmi, non è per mancanza di coraggio o di ambizione, nemmeno per il rifiuto di difendere gli interessi di chi li ha eletti: è che il “fond de l’air” politico si oppone alla sua applicazione.

Il tema rientra con prepotenza all’interno del dibattito politico francese a seguito di un’intervista rilasciata da Najat Vallaud-Belkacem, politica socialista, ex portavoce di Ségolène Royal e Hollande, con vari incarichi di governo dal 2012 al 2017, nella quale ella afferma che, durante il quinquennio in cui ha governato la Francia, il PS non ha potuto mettere in atto delle politiche progressiste perché aveva perso la cosiddetta “battaglia culturale”.

Dovremmo quindi credere – polemizza Keucheyan – che un partito che a seguito delle elezioni presidenziali del 2012 deteneva tutte le leve del potere (Presidente della Repubblica, Primo Ministro, maggioranza nell’Assemblea nazionale e nel Senato, ventuno regioni su ventidue) non ha potuto attuare il proprio programma elettorale e rispettare le promesse di equità e giustizia tanto sbandierate in campagna elettorale, perché il clima politico non era ancora pronto al cambiamento e per mancanza di adesione da parte delle masse? Si potrebbe aggiungere: avere una così ampia maggioranza di consensi, avere in mano le redini del potere politico in maniera così capillare su tutto il territorio nazionale, non significa aver già vinto la battaglia culturale ed essere egemoni in senso gramsciano? Infine, siamo davvero sicuri che dietro la battaglia culturale ci siano le teorie di Gramsci?

Najat Vallaud-Belkacem

In effetti, Gramsci viene tirato in ballo a sproposito. L’idea di una battaglia culturale che in qualche modo esaurisca la lotta di classe e si imponga non come battaglia ideologica e strutturale ma di idee, sembra essere più vicina alla Teoria critica della Scuola di Francoforte che al concetto di Egemonia gramsciano.

Questi due approcci, pur avendo degli elementi in comune (il riconoscere la natura “politica” e non “neutra” del potere, ad esempio) presentano delle differenze sostanziali per rapporto alle categorie marxiane di “struttura” e “sovrastruttura”, che è bene sottolineare e che ci permettono di smentire la presunta origine gramsciana del concetto di “battaglia culturale”.

Nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica Marx scrive:

il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.

È la struttura, quindi, la base materiale della società a determinare e influenzare la sovrastruttura (istituzioni, religione, morale, arte, ecc.), non il contrario. Gramsci, infatti,

pur rivalutando la “sovrastruttura”, riconoscendo ad essa una certa autonomia, rimane un pensatore di estrazione marxista, pertanto accetta le tesi marxiane secondo le quali è la struttura economica ad agire sull’apparato ideologico-culturale della sovrastruttura. L’approccio critico, invece, focalizzandosi esclusivamente sull’ideologia, la cultura di massa e la comunicazione, tende a trascurare il ruolo essenziale che la struttura economica ricopre nell’influenzare la sovrastruttura.

Tra un approccio marxista “economico” e un approccio francofortese “culturale”, il concetto gramsciano di Egemonia si colloca, idealmente, nel mezzo. Ecco appunto la grande intuizione di Gramsci: sia il momento politico-economico che quello culturale sono complementari e si integrano a vicenda nella lotta per la rivoluzione. Pertanto, chiunque cerchi di far risalire a Gramsci la teorizzazione di mere battaglie culturali o di idee è vittima di un enorme equivoco: o non ha letto Gramsci, o non l’ha capito.

Si può dire che non solo la filosofia della praxis non esclude la storia etico-politica, ma che anzi la fase più recente di sviluppo di essa consiste appunto nella rivendicazione del momento dell’egemonia come essenziale nella sua concezione statale e nella “valorizzazione” del fatto culturale, dell’attività culturale, di un fronte culturale come necessario accanto a quelli meramente economici e meramente politici (Quaderni del carcere, p. 1224).


Per approfondire:

P. Anderson, The Antonomies of Antonio Gramsci, New Left Review I/100, Nov-Dic 1976

V. R.Keucheyan, Ce que la bataille culturelle n’est pas, Le Monde diplomatique, 2018

K. Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma, 1975