Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare, scriveva lucidamente Seneca, poco meno di duemila anni fa.  E dato che la verità – nostro malgrado – non invecchia di un solo anno, questo monito continua a riecheggiare sonoramente ancora oggi, sollecitandoci ad una presa di coscienza collettiva. La civiltà occidentale non era mai andata incontro, fino a questo momento, ad un maggiore abbandono dell’inchiesta sul senso; il che, a ben vedere, suona strano a pensare che siamo, dopotutto, gli eredi diretti della modernità, gli adoratori della libertà individuale assoluta e che professiamo entusiasti il nostro credo nella razionalità scientista. Eppure tutte queste luccicanti medaglie al valore di cui ci fregiamo non sono altro che un lascito testamentario ridicolmente appuntato sui nostri intelletti svogliati, controfigure mediocri di fantasmi del passato. Ciò che sicuramente non ci manca è uno smisurato amore per la retorica di immagine, rimbalzata di tweet in tweet, di post in post, a renderci tutti meravigliosamente colti, edotti, tolleranti, razionali e qualunque altro attributo sia richiesto dall’autorappresentazione mainstream che ci siamo confezionati ad arte.

Così mentre attestiamo con noncuranza pretestuosa la morte di Dio e di tutte le metafisiche (trascendentali), la deduzione logica e naturale del cosmopolitismo culturale da quello economico, la riconduzione del Sapere alle scienze esatte, ricacciamo con decisione e mano ferma la nostra responsabilità a rispondere a quella chiamata radicale che ci interpella sulle ragioni del nostro essere al mondo. Qual è motivo di questa tanto sconvolgente, quanto irragionevole, abdicazione? Che noi, gaudenti figli della modernità occidentale, siamo sempre troppo orgogliosamente impegnati; troppo dediti a realizzare l’ideale del self-made man, per chiederci se sia quello che davvero vogliamo oppure no; troppo sommersi da tsunami di informazioni per verificarle tutte. In breve: c’è assoluta necessità di risposte in pillole, di una Wikipedia per le grandi domande della vita.

Seated Figure, Francis Bacon 1961

Seated Figure, Francis Bacon 1961

Così mentre sediamo comodi a tavola, forchetta e coltello tenuti ben saldi tra le dita, e spalanchiamo le bocche affamate, mamma-economia ci serve calda, appena sfornata, la sua ricetta capitalistica dell’esistenza. Il risultato è quello che ci potrebbe servire uno chef stellato qualunque in un ristorante che fa cucina destrutturata: ordini una pastasciutta al sugo e ti portano qualcos’altro che della pastasciutta ha solo il nome. Perché dunque pagare il doppio per un piatto che finge di essere una pastasciutta? Innanzitutto è da considerare la sua piacevolezza estetica; secondariamente l’unicità di un’esperienza culinaria così originale nel suo genere. L’auto-rappresentazione che abbiamo di noi stessi ne esce decisamente potenziata: siamo stati capaci di apprezzare una prelibatezza d’élite e tale impegno ci rende di per se stesso parte di questa colta eteria del gusto. Si tratta, chiaramente, d’un singolo scenario d’esperienza possibile, ma è proprio questo il segreto della ricetta capitalistica: creare visioni e immaginari, evocati da beni materiali, che vengono continuamente rielaborati dal soggetto, così da essere percepiti come un novum esperienziale singolare e totalizzante:

Ogni punto nel tempo è ritenuto carico di un potenziale inesplorato, e questo potenziale è ritenuto originale, unico e non replicabile in un altro punto-tempo qualsiasi (Bauman Z., Consumo dunque sono)

Si apre così lo spazio per una nuova antropologia, quella dell’homo consumens, che ha come propria finalità assoluta la ricerca spasmodica e indefettibile del piacere, inteso come gratificazione innanzitutto mentale. Insomma: non stiamo parlando del genuino godimento che si sperimenta grazie a un buon pranzo, perché dopo che avremo mangiato il nostro bisogno sarà stato interamente soddisfatto. Ma, come afferma saggiamente Bauman:

Per un tipo di società che dichiara la soddisfazione del cliente come sua unica motivazione e suo scopo fondamentale, un consumatore soddisfatto non è né la motivazione né il fine, ma la più terribile delle minacce. (Bauman Z., Consumo dunque sono)

Cosa succederebbe infatti se tutti noi fossimo pienamente soddisfatti dei nostri telefoni, delle nostre automobili, dei nostri capi d’abbigliamento e via dicendo? Che non compreremmo più, laddove invece le aziende continuerebbero a produrre, pena l’impossibilità di sostenere costi di produzione competitivi e di accrescere il capitale. Ed ecco così comparire sullo sfondo l’ombra di uno dei più terribili nemici di ogni economia capitalistica: la sovrapproduzione. Eppure tale esito non sembrerebbe affatto ineludibile, dato che la sproporzione (per eccesso) della risposta industriale al bisogno umano, di per sé circoscritto e limitato, è sotto gli occhi di tutti.

Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman

Ma è proprio qui che, signori e signore, abbiamo il vero colpo di genio: se il bisogno può essere soddisfatto, sarà allora necessario rivolgersi ad una dimensione umana che sia strutturalmente refrattaria ad ogni possibile saturazione: il desiderio. Se infatti il bisogno è sempre un bisogno di, il desiderio, come afferma emblematicamente Lacan, è desiderio di niente, ossia quell’inquietudine profonda per cui raramente possiamo dirci contenti di qualcosa e sentiamo invece di volere sempre un indefinibile di più. Questa eccedenza la si può ricercare in verticale, lasciando aperta questa ferita originaria, oppure in orizzontale: mondanizzando la tensione del desiderio, la sua spinta propulsiva si dirige vorace di bene materiale in bene materiale, di esperienza in esperienza, senza che la sua fame possa mai essere saziata. Ed è proprio così che funziona la dinamica del consumo: la gratificazione per l’acquisto è sempre e solo momentanea; dopo qualche giorno, nel migliore dei casi, il nostro agognato oggetto del desiderio avrà già perso d’interesse ai nostri occhi, ma un altro, ancora più bello e lucente, un modello ancora più nuovo, avrà già immediatamente preso il suo posto nelle nostre fantasie.

Ma non è ancora finita: con il desiderio abbiamo soltanto spiegato quale sia il motore che consente il funzionamento del meccanismo, ma ancora non abbiamo identificato che cosa effettivamente abbia il potere di avviarlo. Anche in questo caso dobbiamo riferirci ad una dimensione antropologica, quella simbolica; non è infatti la merce in sé a costituire un motivo d’attrattiva così potente, quanto piuttosto ciò che può rappresentare per ogni potenziale acquirente che, ricostruendo narrativamente la struttura simbolica dell’oggetto, se ne appropria in un modo molto più personale e profondo del semplice utilizzo. Una stessa automobile, ad esempio, può essere acquistata a partire da valori simbolici molto diversi: chi per il senso di libertà, chi di potenza, chi di visibilità e così via. In breve non siamo che consumatori di immagini, di proiezioni idolatriche, grazie alle quali costruiamo continuamente un tessuto narrativo alternativo a quello della realtà, che il sociologo Baudrillard ha efficacemente definito iperrealtà.

Shop Until You Drop, Banksy

Shop Until You Drop, Banksy

Il motivo per cui lo facciamo? Si potrebbe citare Marx e l’alienazione, le conseguenze culturali del modello di produzione industriale, ma, senza spingerci troppo oltre, basterà dire che i ritmi di lavoro e le sue condizioni hanno da tempo inquinato la nostra percezione del reale: stress, fatica e frustrazioni lo rendono insopportabile. S’impone così la necessità di ricercare continuamente consolazioni, di fuggire non appena chiudono gli uffici per le ferie: di evadere. Ed è proprio questa l’essenza dell’iperrealtà: l’evasione estetizzante, una porta verso un mondo in cui tutto va per il verso giusto, in cui trionfano i lieto fine, in cui la crudezza e l’insipidità del reale sono, per un attimo, dimenticate, e si può finalmente essere se stessi (senza limiti, come recita uno spot pubblicitario). Tra il tempo del lavoro e il tempo libero si iscrive un circolo (vizioso) autoreferenziale in cui ciascuno dei due momenti diventa condizione necessaria per l’attivazione dell’altro.

In questo contesto il senso fa la fine di tutto il resto: viene immanentizzato. E così ci ritroviamo ad avere vite che hanno senso solo fintanto che il sistema di an-estetizzazione funziona, solo fintanto che possiamo evitare il confronto con la realtà. Il grande inganno della cultura del consumo sta proprio nel fatto che non disattendendo completamente la struttura antropologica umana, ma limitandosi a soddisfarla in modo inautentico, riesce a mascherare l’inganno delle sue seduzioni estetiche. Quando il reale però prende sopravvento sul virtuale, quando le consolazioni si rivelano per quello che sono, allucinazioni, quando arriviamo al momento di fare i conti con la nostra nudità umana, con la morte, il dolore, la malattia, il castello di carte cade. Ma non possiamo aspettare fino a quel momento per aprire gli occhi, perché sarà, in ogni caso, troppo tardi. La nostra umanità ci chiama adesso, ci chiama oggi ad interrogarla, a contemplarla, nelle sue beltà e nelle sue ferite. Se sui prospetti economici potranno continuare a chiamarci “consumatori”, non lasciamo che siano queste etichette a definirci! E seppur non si possa ignorare che il contesto storico e sociale in cui viviamo abbia di necessità una forte influenza su tutti noi, non rinunciamo alla nostra personale chiamata all’esistenza. È vero: se lasciamo parlare il Mistero che abita dentro di noi potremmo anche spaventarci; non ci saranno garanzie, né marchi CE a proteggerci; né tantomeno comode definizioni già date su cui appiattirci; potremmo anche perderci, ma è proprio quando ci si smarrisce che comincia l’avventura.