La preminenza dell’estetica sull’etica potrebbe non concludersi, come sosteneva Kierkegaard, a Don Giovanni, ma molto oltre. Don Giovanni usa l’altro come strumento del proprio appagamento, certo, ma lo conserva per servirsene ancora in futuro: la relazione accade ancora, se così possiamo dire, per mezzo dell’altro. La sua condotta mira alla sua stessa sopravvivenza e al suo proprio piacere e in ciò esiste ancora un barlume etico nell’estetica: la vita è ancora preferibile alla morte, perché si ritiene la vita effettuale non effimera quanto il suo eventuale significato. Ma l’approccio estetico portato all’estremo non vede differenza fra vita e morte, la vita è completamente effimera, improntata alla fragilità dell’assoluto, la vita e il suo significato sono egualmente aporetici:  in sostanza, portando l’estetica all’estremo, viviamo perché siamo già morti.

La Angustia de La Muerte - Alejandro Marco Montalvo (1986)

La Angustia de La Muerte – Alejandro Marco Montalvo (1986)

L’errore umanistico di valutazione sulla vita estetica sta nel considerare la vita come oggettivamente preziosa, nel suo semplice verificarsi; cosa che per l’esteta estremo non ha significato, perché per lui la vita ha un valore relativo, legato appunto alla bellezza, che va intesa in un senso nobilmente formale, di grandiosità. Se la vita si verifica, ma non ha frequentazione col bello, neanche in senso strumentale (non si sa cosa sia il bello, ma si è in grado di produrlo), è una vita inutile. Pensare questo significa pensare anche che la vita serve a qualcosa, cioè a esperire il bello, mentre per l’umanista la vita serve a esperire se stessa. Portando l’estetica all’estremo, si arriva a una visione della vita in cui gli altri esseri umani sono sì fonte di piacere, ma in un luogo in cui la morte e la vita si equivalgono. È il personaggio di Hannibal Lecter che – pur passando dalla letteratura al cinema alla televisione mantiene nelle sue evoluzioni un’intrinseca coerenza come l’Odisseo di Omero e l’Ulisse di Dante – incontriamo in questo luogo, indifferenziato più che ambivalente.

Nella terza stagione della serie a lui dedicata, Hannibal, si manifesta la visione estetica estrema che ha i suoi primi prodromi nel primo libro in cui compare, The Red Dragon. Lecter non dà peso a nessuna vita, nemmeno alla sua, proprio perché la modalità di pensiero di cui è simulacro è la preminenza della morte sulla vita: la fragilità della vita, la vulnerabilità della sua forma, tocca il suo apice nella morte, perché è da qui che si va verso la metamorfosi. L’allestimento delittuoso strumentalizza la vittima e, rendendola parte di un disegno, l’autorizza alla rinascita nella bellezza. Quella di Lecter è, per dirla piatta, un’ossessione per la bellezza, che allestisce il suo mondo interiore sotto forma di palazzo della memoria, sterminato e ricolmo di splendidi oggetti d’arte, di formule matematiche, di strumenti e musica, di colori. Cannibalizzando si rende agente e testimone della rinascita delle sue vittime. L’unico modo che ha per interagire col bello degli esseri umani è mangiarli. E in effetti è quello che fa nella realtà finzionale il personaggio di Francis Dolarhyde quando mangia il disegno originale di Blake: non c’è altro modo di interiorizzare l’altro se non fagocitandolo.

Il Grande Drago Rosso e la donna vestita col sole - William Blake (1810)

Il Grande Drago Rosso e la donna vestita col sole – William Blake (1810)

Il che fa riflettere sulla tripartizione freudiana fra orale, anale e fallico. Don Giovanni è fallico: serializza, possiede le sue vittime, le lacera ma le lascia vivere, come totem a suo onore. Lecter è orale (per questo stadio Freud usa anche il termine cannibalismo): alimentazione/incorporazione/identificazione. Ciò per cui Lecter fa eccezione (come sempre in coerenza col personaggio, spesso indicato come non categorizzabile) è la connotazione passiva e dipendente solitamente associata alla personalità orale: Lecter è la quintessenza dell’irriducibilità, non si assomma mai all’altro, non gli chiede nulla, lo assume e ci gioca. Anche per questo è un mostro.

Infatti, il trauma del distacco di Lecter non è nella madre, ma nella sorella: un oggetto emotivo di cui lui si occupava in prima persona e che, suo malgrado, mangerà. Per ammettere che la sorella, il suo unico oggetto d’amore, sia ancora vivo, deve postulare che è parte di lui, che dunque è vivente tramite lui. Nel sistema lecteriano la distinzione fra transustanziazione e consustanziazione del rito cannibalico eucaristico cristiano perde di sostanza: la carne rimane carne e il sangue rimane sangue, pane e vino non hanno ruolo, ma la carne e il sangue cannibalizzati divengono carne e sangue del cannibale. Se nella transustanziazione il pane diviene carne e il vino sangue, mentre nella consustanziazione il pane è contemporaneamente carne e il vino contemporaneamente sangue, nel sistema lecteriano la sostanza rimane immutata e quel che cambia è la forma, sebbene non abbia molto senso questa distinzione laddove – come in Lecter – la forma è già sostanza. Potremmo rilevare che questo concretismo è, a livello clinico, un elemento diagnostico tipico di una personalità come quella lecteriana, cioè con tratto antisociale elevatissimo e dominante, ma per il momento rimandiamo le considerazioni cliniche su questo personaggio a un passaggio successivo, quando se ne potrà apprezzare la pregnanza.

Saturn Devouring his Child - Giulia Lama (1685)

Saturn Devouring his Child – Giulia Lama (1685)

La questione, tornando a transustanziazione e consustanziazione, è il diverso uso dei sensi: nella prima si fa conto sul fatto che i sensi percepiscono solo apparenze mentre l’intelletto comprende la sostanza al di là degli accidenti, per questo si può percepire il pane sapendo che è carne; nella seconda, invece, i sensi percepiscono correttamente che la sostanza è il pane e gli accidenti della sostanza (o realtà/cosa ultima, das Ding) rimangono validi, ma assumono anche un altro valore, cioè quello di corpo di Cristo.

Nel caso di Lecter il cannibalizzato è prima consustanziale e il pessimo flautista è anche un’ottima pietanza (il pane è anche carne), dopo che lo si è mangiato si transustanzia: da pessimo flautista e ottima pietanza a parte del cannibale, grazie al quale rinasce a nuova vita nel suo corpo. Il passaggio obbligato è, ovviamente, la morte. Tanto che ci sarebbe da chiedersi se questa estetica estrema possa non passare anche per l’omicidio. La domanda viene evasa, spiritosamente com’è d’obbligo per i problemi relativi alla Cosa (morte, cannibalismo, incesto e altri tabù fondamentali), da Thomas De Quincey in L’assassinio come una delle belle arti. Possiamo così intravvedere, nella strada estetica che porta a Don Giovanni, uno svincolo più in là in cui Hannibal Lecter ci sta aspettando.