Sulla base del ragionamento iniziato nel precedente articolo possiamo notare come Lecter, alla pari di Don Giovanni, sia un seduttore – nel senso, più clinico, di seduttivo – e viva d’arte (specie di musica, come quella di Kierkegaard, e tendenzialmente di arti visive come architettura, pittura e scultura; non sono assenti le letture). A differenza di Don Giovanni, però, non si strazia e non dà peso né alla vita né alla morte, ed è incapace di disperazione. Se per Kirkegaard l’angoscia è la vertigine della libertà, per Lecter la libertà non trova limite – tanto meno nell’angoscia – cristallizzandosi in possibilità pura (e di conseguenza indifferenziata). Come Don Giovanni, sopprime il futuro (e sta in attesa che la tazza, che fa cadere a terra, torni a ricomporsi per la contrazione del tessuto spaziotemporale – Hannibal) ma, al contrario di Don Giovanni – che, per Kierkegaard, cancella il passato – Lecter è un ipermnesico: pur attendendo l’inversione del tempo, non sopprime il passato, anzi, lo edifica in un vero e proprio palazzo.

L'occhio dell'Occidente - Nicola Samorì (2013)

L’occhio dell’Occidente – Nicola Samorì (2013)

Questo è un luogo classico della clavis universalis (o mnemotecnica) di cui Thomas Harris ci dà una versione grande quanto il Topkapi di Istanbul. Lecter può letteralmente vivere in questo palazzo, isolarvisi come in un castello nobiliare e uscirne solo per colpire come da una tana, ma è anche un palazzo infido che cela trappole e anditi fetidi a cui lo stesso Lecter deve stare attento: i brani in cui Harris ce lo descrive non danno conto di quello che ne pensa Lecter, ma Kierkegaard ne dà un’idea abbastanza corretta, se non fosse troppo romantica.

La mia pena è il mio castello signorile che sta lassù come un nido d’aquila sulla cima dei monti, fra le nubi; nessuno può assalirlo. Di là io prendo il volo per discendere verso la realtà e ghermire la mia preda; ma non mi fermo giù, io porto con me la mia preda – questa preda è un’immagine che io vado intessendo nelle tappezzerie del mio castello. Lì io vivo come un morto. Tutto ciò ch’io ho vissuto, l’immergo nel battesimo dell’oblio per l’eternità del ricordo. Tutto ciò ch’è finito e casuale, è dimenticato e cancellato. Allora come un vegliardo dai capelli brizzolati me ne sto pensieroso e spiego le immagini a voce bassa, quasi sussurrando; a fianco siede un bambino in ascolto, benché – prima ancora che glielo racconti – egli ricordi tutto.

In questo castello, Lecter ricorda tutto e contempla se stesso attraverso le proprie prede rese immagini, immortalate, diventando così un personaggio piacevolmente tautologico. Destino che non spetta a Don Giovanni che, nel suo insistere nel peccato, più che tautologico è umoristico: si prende la libertà di sfidare Dio rivendicando il peccato e ciò, ovviamente, lo dannerà in eterno. Mentre Lecter – che colleziona notizie di chiese crollate sui fedeli perché se ne diverte – ride di Dio dicendo che lui non sarebbe mai arrivato a tanto, ma lo fa alla pari con Dio, ed è questa la sua ironia.

Il vizio della Croce - Nicola Samorì (2014)

Il vizio della Croce – Nicola Samorì (2014)

Più che altro, la cosa che Lecter e Kierkegaard sembrano avere davvero in comune è la paura di annoiarsi, cioè la stasi del tempo. Per Kierkegaard il momento estetico consiste nella relatività perché, alla lunga, la sua consolazione si rivelerà effimera, inutile. Ma inutile allo scopo di tenere lontana la noia che, arrivando, lascerà spazio ad angoscia e disperazione per le proprie colpe. Il problema quindi risiede nel fatto che l’illusione non durerà per sempre e che il rallentare o cristallizzarsi del tempo porterà alla noia e all’angoscia. Anche Lecter teme la noia, ma la differenza è che proprio la relatività del piacere estetico sembra conservare intatta l’illusione dell’unità: per quanto illusorio sia l’incanto, resta comunque l’unica esperienza accessibile dell’Armonia, dell’Uno, e lo si può ripetere all’infinito. Questa metonimia che sposta le caratteristiche dell’unità sulla parte è particolarmente evidente nelle descrizioni anatomiche in cui Thomas Harris riesce a rendere chiaro come – esaltandone struttura, complessità, caratteristiche organolettiche – sia possibile situare su di un solo organo la stessa idea di perfezione di cui è oggetto il corpo intero: anche un organo evoca l’intera macchina perfetta.

Nella serie televisiva, invece, Lecter dispone di schedari contenenti ricette e possibili prede, mostrando tutta la strategia della caccia, che consiste proprio nell’individuare la preda e nell’isolarne in seguito i vari tagli sottovuoto. Proprio in quanto ingredienti torneranno a essere parti di unità armoniche sotto forma di piatti sontuosamente realizzati. Si tratta sempre dell’illusione dell’unità (unità che esiste solo in quanto mancante, quindi da trovare a posteriori rileggendo le determinazioni, appunto, unitariamente; ed esperienza dell’unità come quella che per Schopenhauer sta nella contemplazione disinteressata del Bello, attraverso la quale si può intuire in un sol colpo del tutto l’Idea). In questo senso, l’esperienza estetica è salvifica, permettendoci di accedere all’unica esperienza possibile dell’unità: la sua immagine.

Nudo maschile - Théodore Géricault

Nudo maschile – Théodore Géricault

Ma associare, o dissociare, porre comunque un collegamento, un tratto, fra delitto e estetica è sempre molto spinoso.

Il peccato è la maniera in cui l’uomo si rapporta allo sporadismo dei valori. L’uomo, in se stesso confuso e oscuro, cerca di rattoppare questo cielo lacerato; vuole ricucire ciò che è squarciato, completare ciò che è incompleto, ritrovare nella pluralità degli Assoluti la norma completa che racchiuda tutte le norme. Una verità priva di bontà, una bellezza priva di verità, una bellezza priva di bontà sono norme incomplete che esigono di essere completate, arricchite, totalizzate. La tentazione, commercio dell’uomo impuro con l’Assoluto plurale, è la sollecitazione della bellezza priva di bontà e di verità, cioè dell’ingannevole apparenza che ci blandisce affinché la contempliamo. La bellezza è in questo la tentatrice per eccellenza. C’è quindi nell’incompletezza dei valori un invito all’uomo che lo induce a peccare, che mette l’uomo in stato di peccato. L’uomo sedotto da questa stregoneria congiunge i valori non importa come; li ricuce in rapsodie buffe o grottesche. Non è forse lo stesso vizio una specie di sintesi strampalata tra principi eterocliti che giurano di trovarsi insieme? Il vizio, dopo tutto, è forse soltanto una burla… La coscienza, portatrice di una dignità e di un destino spirituale, come i mostri di Hieronymus Bosch, si copre il capo.

Tuttavia,

se l’assassinio, per esempio, può essere preso per il suo manico morale (ciò che si fa, in generale, in pulpito) ed è, lo confesso, il suo lato debole; […] può essere trattato anche esteticamente, come dicono i Tedeschi, cioè nei suoi rapporti col buon gusto.

Certo, possiamo esaminare esteticamente il delitto, soprattutto

se l’estetica esige occultamento e lo premia […]. Tuttavia alle volte anche l’estetica esige manifestazioni […] quando l’eroe con la sua azione si mette a fare confusione nella vita di un altro uomo, essa allora esige manifestazione.

Hidden Faces - Hieronimus Bosch

Hidden Faces – Hieronymus Bosch

La confusione prima della manifestazione, la ricerca degli ingredienti per la cena, gli organi privi di corpo – tutte immagini di quel che succede quando manca l’unità di una rappresentazione a dare senso alle parti. Com’è intuibile dalla penultima deduzione del Parmenide di Platone, il problema centrale è che non c’è evidenza logica dell’Uno, ma la sua necessità è fuori di discussione perché, altrimenti, tutta la realtà perderebbe di senso. L’unico modo per cui l’unità trova il suo posto nel mondo è, appunto, attraverso un’intuizione estetica: ne facciamo esperienza, ma – come ci mostra Platone – non possiamo dimostrarne l’esistenza. Tramite l’esperienza dell’estetica, invece, possiamo intuire l’unità e servircene per dare un senso al mondo in cui viviamo (che è mondo, appunto, simbolico – non reale, cosale).

Hannibal Lecter è un personaggio che, a uno sguardo più attento, esprime proprio questa tensione: personaggio della frantumazione estrema e dell’unità estrema. Una frantumazione che è sia della psiche del personaggio quanto delle sue azioni violente, pur nell’unità del suo palazzo della memoria e delle sue manifestazioni esteriori. Ci sarebbe da interrogarsi su quale sorte toccherebbe, mancando ipoteticamente l’appiglio del palazzo della memoria, all’unità del suo Io: se mancasse, non la facoltà di ricordare, ma la sua strutturazione architettonica ed estetica. Probabilmente finirebbe in frantumi come una tazza da the che cade per terra. Infatti, con Lecter, siamo sempre sull’orlo della disintegrazione dell’unità: il suo punto di vista, prima che estetico, è quindi anatomico.