Orientarsi nella società odierna, iperattiva e nevrotica, non è un compito facile. Come non è facile comprenderne le sfaccettature, la struttura, le finalità. Se è vero che ogni società si fonda su un nocciolo, un sub-stratum che ne fonda le qualità, non possiamo che dirci confusi quando tentiamo di cogliere l’insieme di norme, implicite ed esplicite, che regolano il nostro vivere quotidiano. Sembra quasi di osservare una rete di neuroni: miriadi e miriadi di filamenti, di relazioni umane regolate da strutture inespresse, vanno a costituire il contesto dove ciascuno di noi nasce, cresce, acquisisce competenze e credenze, si realizza e muore.

Diciamoci la verità, quando pensiamo alla società nella sua totalità vi è un solo sentimento che ci pervade l’animo: il disorientamento. Sentiamo di appartenere fisicamente ad un tutto, ma non riusciamo a percepirlo nella sua (che è nostra) più intima interezza. È la medesima impressione che un alpinista prova nell’osservare l’orizzonte dalla cima di una montagna: più concentra lo sguardo per coglierne il limite, più esso si allontana. La limitatezza è una nostra proprietà, su questo c’è poco da discutere. Eppure l’uomo, creando la società, ha generato un artificio più grande di sé. Ha superato se stesso e la propria limitatezza.

Viandante sul mare di nebbia - Caspar David Friedrich (1818)

Viandante sul mare di nebbia – Caspar David Friedrich (1818)

Come i rami di una pianta rampicante, le istituzioni sociali hanno imboccato un lento quanto progressivo e ineluttabile processo di sviluppo. Si badi bene, non è possibile e nemmeno credibile individuare un inizio e una fine di tale processo. Esso ha avuto inizio con l’origine dell’umanità e avrà termine con l’estinzione della stessa. Risulta difficile cogliere l’esatto momento storico in cui la società ha superato i limiti dell’intelletto umano. Fino ad una certa epoca, la struttura della società era piuttosto circoscritta. Poche leggi, poche istituzioni, poche cariche politiche e poche relazioni. Si può ipotizzare che tale punto di rottura sia avvenuto a cavallo tra l’epoca moderna e la contemporanea, soprattutto con lo sviluppo delle economie europee durante Rivoluzione industriale.

L’accumulo di ricchezze, la crescita spropositata di beni e i nuovi sistemi di produzione richiesero un corrispondente potenziamento delle istituzioni politiche e degli assetti sociali. Fu in quel preciso lasso di tempo che il genere umano fece un balzo in avanti. Un balzo non solo tecnologico ed economico, ma destinato a modificare per sempre il modus operandi e vivendi di tutte le generazioni successive. Le conseguenze immediate furono già evidenti all’epoca: le prime a farne le spese furono le forme di governo oramai inadatte a gestire la cosiddetta economia moderna, come le grandi monarchie europee. Ma come si è soliti dire, morto un papa se ne fa un altro. Fu così che, a cavallo tra ‘800 e ‘900, le strutture sociali incorsero in uno sviluppo incontrollabile.

Gli addii - Umberto Boccioni (1911)

Gli addii – Umberto Boccioni (1911)

Davanti allo smarrimento novecentesco, svariati intellettuali hanno cercato di stabilire un ordine o, perlomeno, un criterio unico di valutazione. Alcuni ci sono riusciti, altri meno. Pochissimi sono infine riusciti a postulare dei principi che potessero spiegare le cause, le regole e le finalità della società contemporanea. Ciò che però rende la vicenda del tutto paradossale, è che spesso e volentieri sono proprio questi pochissimi a venire snobbati e dimenticati dal mondo accademico. Cecità? Stupidità? Può darsi. Fa male osservare come menti eccelse in questo campo siano state intenzionalmente trascurate per decenni dal mondo accademico.

Un esempio emblematico in questo senso è quello di Antonio Gramsci, la cui filosofia ha conosciuto un oblio lungo più di trent’anni. Per fortuna vari studiosi, di diverse età e provenienti da diverse scuole di pensiero, hanno riaccesso, fin dai primi anni ’90, l’interesse verso il filosofo sardo. Uno di questi è Salvatore Schinello, giovanissimo docente universitario da anni dedito allo studio della materia gramsciana, che ha da poco pubblicato Tutta la nostra intelligenza (Gog edizioni), un testo dedicato interamente al concetto di egemonia nella filosofia di Gramsci. Il testo riesce, con notevole successo, nel difficile compito di presentare e spiegare uno dei concetti più pregni di significato, ma allo stesso tempo fra i più ostici, del pensiero gramsciano.

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Come dicevamo, per quanto l’uomo si sforzi è difficile che riesca a raggiungere una visione d’insieme della caleidoscopica società dove oggi vive. Alcuni testi possono però offrirci degli spunti per potenziare, entro certi limiti, le nostre possibilità di comprensione. È vero che, per quanto sia alta la montagna, l’alpinista non potrà mai cogliere con lo sguardo l’origine dell’orizzonte. Ciononostante, è anche innegabile che una montagna può fornirci un panorama nettamente più vasto di quello che normalmente siamo abituati ad osservare. In tal caso, la nostra montagna è la filosofia gramsciana e Schinello, spiegando passo per passo tutti gli elementi essenziali del concetto di egemonia, riesce nel tentativo di farci salire su un monte altissimo, per farci osservare da una nuova prospettiva molti degli ingranaggi che regolano il nostro vivere. Attraverso un’analisi che affonda le sue radici in un passato neanche troppo remoto, il testo prende in esame tutte le componenti del concetto di egemonia, per poi applicarli, mutatis mutandis, ai nostri tempi. Ed è qui che si realizza il più grande dei dettami della filosofia gramsciana, quella corrispondenza di teoria e prassi che dovrebbe sempre essere la base di ogni riflessione politica. Va bene la teoria, va bene la postulazione di principi, ma la materia politica impone anche un’applicazione pratica che troppo spesso viene elusa dai teorici della filosofia politica (chiedete pure ad Aristotele o Machiavelli per ottenere conferma, vi risponderanno che la prassi è l’essenza della politica).

È dunque nell’ultimo capitolo che Schinello, dopo aver gettato le basi teoriche utili a comprendere ogni particolare della riflessione sull’egemonia, imposta le domande che ogni gramsciano, sulla scia di Lenin, dovrebbe porsi: che fare? Quesito per nulla scontato. Risultano però ancora più incredibili le risposte che Schinello riesce a fornire a tale quesito: risposte gramsciane, da vero gramsciano. Fatto più unico che raro, visto l’andazzo che alcuni testi di critica gramsciana hanno preso negli ultimi anni. Un altro valore aggiunto è certamente lo stile fluido del testo. La chiarezza espositiva rende facile e immediata l’assimilazione di concetti filosofici che, per molte persone, potrebbero risultare ostici se attinti dal testo gramsciano originale. Dunque non solo critica, ma anche pura e semplice divulgazione filosofica che, di questi tempi, non può che essere utile.

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Il nostro suggerimento è quindi quello di cimentarsi attraverso questo testo nello studio della filosofia gramsciana, soprattutto per chi non ha una conoscenza poi così approfondita delle tematiche trattate. Otterrete nuovi spunti per osservare l’orizzonte della contemporaneità da una prospettiva che, pur affondando le proprie radici in un momento storico a noi lontano, risulta sempre attualissima nell’analisi delle strutture economico-politiche e delle sovrastrutture sociali. E soprattutto, come avrebbe affermato lo stesso Gramsci,

istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.