Quanti ambiscano a superare lo stato presente delle cose, sono indotti a confrontarsi con il problema rappresentato dall’esegesi della storia e del tempo. Se, sotto il profilo culturale, la tesi della fine della storia, sostenuta da Fukujama e dagli adepti dei circoli intellettuali afferenti al liberalismo triste dei nostri giorni, può contare, ormai, su uno numero sparuto di sostenitori, resta il fatto che, almeno a livello del senso comune, l’insuperabilità del contemporaneo, è avvertita e vissuta in termini dogmatici. Colse, in tal senso, nel segno, Nietzsche nel descrivere la condizione antropologica nel Moderno come simbolizzata dall’ozio del turista. Questi si rapporta al passato, o con spirito di superficiale indifferenza, insensibile al fascino che promana dalle testimonianze insigni che l’azione umana ha prodotto nel corso della storia, oppure considerando irripetibile la grandezza del tempo che fu.

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Friedrich Wilhelm Nietzsche

E’ la mancanza di energia plastica, creativa, che induce l’uomo a esperire l’epoca nella quale gli è toccato in sorte di vivere, come definitiva, come il migliore dei mondi possibili. Tale auto-comprensione negativa è il segno più evidente di ciò che, eminenti rappresentanti della filosofia della crisi, hanno chiamato decadenza. Il concetto implica l’accettazione del necessitarismo storico, vale a dire l’idea che la storia abbia, comunque la si intenda, un corso predeterminato. Al contrario, riteniamo che, al fine di superare l’attuale impasse teoretica e pratica, sia indispensabile riconoscere, con Walter Benjamin (Cfr. E. Bloch, W. Benjamin, Ricordare il futuro, a cura di S. Marchesoni, Milano 2017), che il rapporto con la temporalità debba essere esperito nell’eingendenken, nell’immemorare. Suo oggetto non è il mero ricordo (ricordiamo, infatti, ciò che consideriamo come già “stato” e, per questo lo interpretiamo in termini di non recuperabilità),  ma l’affiorare di una potenzialità (del passato) che attende ancora di essere realizzata.

Un passato inespresso, sul quale il pensatore tedesco fondava il fascino degli oggetti e delle cose “antiche”. Queste considerazioni valgano come acconcia introduzione alla categoria dell’antimodernità, per chi scrive essenziale al fine di elaborare una concezione “aperta” della storia, realmente oppositiva al presente, in nome di un passato ancora da scrivere e realizzare. L’antimodernità, intesa in questi termini, mostra di essere un’altra modernità, una modernità pensata oltre la dimensione utilitarista-economicista e materialista, propria del Moderno realizzato, progetto costruito dalla ratio calcolante (Cfr. D. Bigalli, Un’altra modernità, Milano 2012; G. Damiano, Per un’altra modernità. Scritti su Evola, Padova 2013).

Walter Benjamin

Walter Benjamin

Di ciò ebbe chiara contezza Augusto Del Noce, eminente filosofo di ispirazione cattolica, che disse del rapporto ‘gemellare’ intercorrente tra il moderno e l’antimoderno

così che talvolta riesce difficile distinguere la punta estrema della modernità dell’antimoderno: è il caso di Heidegger
(A. Del Noce, Modernità. Interpretazione transpolitica della storia contemporanea, Brescia 2007, p. 41).

Tale intuizione del pensatore piemontese trova conferma, ed ulteriore esplicitazione, nel volume di Antoine Compagnon, docente di letteratura francese a New York, Gli antimoderni. Da Joseph De Maistre a Roland Barthes, da poco in libreria per i tipi di Neri Pozza (euro 28,00). Libro davvero stimolante, uscito per la prima volta in Francia nel 2005, finalmente tradotto in italiano con l’aggiunta di una postfazione dell’autore.

Antimoderno non è termine di uso comune: indica un atteggiamento intellettuale e spirituale nei confronti della vita, del mondo e della storia, nel quale l’appartenenza alla modernità, risulta inseparabile dalla resistenza al ‘mondo moderno’. Il termine ha avuto l’imprimatur negli anni Venti del secolo scorso, quando fu utilizzato da Maritain quale titolo di una sua opera. In realtà, la data di nascita di tale sensibilità, coincide con l’affermarsi della Rivoluzione in Francia, sul finire del Settecento. Una constatazione preliminare muove le riflessioni di Compagnon: la Rivoluzione non può insegnarci più nulla, mentre gli antimoderni sono sempre più presenti e ci appaiono perfino profetici (p. 9). Hanno fascino, seducono. Leggendoli, lì avvertiamo prossimi ai nostri bisogni esistenziali. Ciò che attrae, è il loro costitutivo disincanto, il realismo scettico scevro di profezie perfettiste.  All’inizio del secolo XIX, fu paradossalmente la Rivoluzione a determinare un ritorno nostalgico alla Tradizione. La sua negazione stimolò la volontà di recuperarla.

Antoine Compagnon

Antoine Compagnon

Da oltre due secoli, gli autori antimoderni, lo ricorda accortamente Compagnon, dominano la produzione letteraria, non solo in Francia, anche se le ‘belle lettere’ transalpine, per il nostro storico delle idee, svolgono il ruolo di paradigma del loro radicamento. Come nell’evo antico l’irruzione dell’idea cristiana, stante la lezione di Roberto Calasso, costrinse gli Dei a trovare ricovero nella Parola, così, a causa della Rivoluzione, la letteratura è divenuta dimora della visione antimoderna. L’antimodernismo non va confuso con il tradizionalismo, in quanto esprime, oltre alla resistenza ideologica al presente, un’audacia stilistica inusitata, realmente moderna. Solo qualche esempio: Chateaubriand, Flaubert, Proust, Baudelaire,Valéry, Gide, Claudel, Colette, Péguy, Gracq e perfino Barthes, per restare agli autori discussi da Compagnon, sono esempi illuminanti di mentalità antimoderne. Milan Kundera, sul finire del XX secolo, affermò:

Oggi il solo modernismo degno del termine è il modernismo antimoderno.

Per dimostrare la verità di tale asserto, nell’incipit del volume, l’autore esplora le idee forti, nonché le costanti tematiche dell’antimodernismo, mentre nella seconda parte presenta saggi monografici dedicati a singoli pensatori.

Compagnon individua sei costanti del pensiero antimoderno: una figura storico-politica, la Controrivoluzione; una figura filosofica, l’anti-illuminismo; un aspetto morale ed esistenziale, il pessimismo, correlato alla valutazione dell’idea di peccato originale; un aspetto estetico, legato al sublime ed, infine, lo stile più volte correlato al vituperio e alla deprecatio temporis. La Controrivoluzione è il doppio, la replica della Rivoluzione ed il controrivoluzionario un esule in Patria. Così, fin dai suoi esordi, l’antimoderno è gemellato alla modernità, inseparabile da essa. De Maistre e Chateaubriand sono legati a corda doppia al duo Voltaire-Rousseau

De Maistre[…]vede la Controrivoluzione come la tappa successiva della Rivoluzione, non come un ritorno indietro.

La Controrivoluzione come superamento o ricambio, reversio della Rivoluzione. Ciò rende l’antimodernismo politico latore, nelle spietate critiche alla democrazia, di un’aristocrazia dell’intelligenza. Tali pensatori portano la croce della democrazia, senza aderire a scorciatoie reazionarie, maurrassiane e/o golpiste. Il loro atteggiamento metapolitico li induce a ritenere che, il fondamento delle società, sfugge alla ragione. Con Lamennais: le società non si fanno; la natura e il tempo le fanno di concreto.

Chateaubriand Meditating on the Ruins of Rome - Anne-Louis Girodet (1808)

Chateaubriand Meditating on the Ruins of Rome – Anne-Louis Girodet (1808)

La convinzione pessimistica, consustanziale all’antimoderno, non comporta l’apatia, al contrario! E’ l’ottimistica fiducia nel progresso a generare la paralisi dell’azione, l’affidamento fiducioso al corso inevitabile degli eventi. Si manifesta non solo nei progressisti, in forza della concezione lineare della storia, ma anche nella scolastica tradizionalista e/o reazionaria, che legge il tempo alla luce del determinismo ciclico. L’antimoderno ha una visione aperta della storia, il pessimismo si traduce in un’etica attiva, areteica, che rifugge dal complottismo e dal necessitarismo. Tale mentalità sintetizza le intuizioni pascaliane con le tesi di Schopenhauer. Lo si evince dal pessimismo antropologico di De Maistre, centrato sull’idea del peccato originale ‘continuo’, l’entropia che caratterizza, al fondo, la vita.

Lo comprese esemplarmente Roland Barthes, per troppo tempo, ricorda Compagnon, considerato paladino dell’ultra-modernità. Il suo ultimo corso    al Collège de France, tenuto tra il 1978 ed il 1980, sul tema La Préparation du roman, svela la sua anima antimoderna. Egli disprezzava l’imbarbarimento della lingua e temeva la possibile fine della letteratura,

Non amo né capisco niente di attuale, amo e comprendo l’inattuale; vivo il Tempo come una degradazione dei valori.

Egli chiamò, sulla scorta di Flaubert, tale sentire, Policarpismo. Il grande scrittore, infatti, nella corrispondenza privata, era solito identificarsi con San Policarpo, martire del secondo secolo dopo Cristo, il quale affermò:

Dio mio, Dio mio, in quale secolo, in quale secolo mi hai fatto nascere?

Roland Barthes

Roland Barthes

Barthes, al pari di Heidegger, teorico del pensiero-poetante, e allo stesso modo di Pound ed Eliot, comprese che, dall’aridità moderna si sarebbe usciti solo attraverso il recupero della Parola evocativa, con un’arte capace di ritrovare la vocazione museale e sacra. Ora, mentre Compagnon ritiene che, a causa dell’inverarsi della modernità nella post-modernità liquida, oggi non vi sia più spazio per gli antimoderni che, per definizione vivono in simbiosi con il loro opposto, noi siamo convinti del contrario. E’l’accelerazione dei processi di crisi a richiedere un contravveleno significativo: il ritorno dell’origine sempre possibile. Si badi, il suo avvento come esemplarmente mostrò nelle sue opere, pensate sotto il segno dell’anima,  Ludwig Klages, potrà darsi come eterno ritorno del simile, mai dell’identico. Antimodernità, quindi, quale pensiero atto a propiziare il Nuovo Inizio.