Lo Yemen, repubblica araba a maggioranza sunnita, è sconvolta da mesi da una guerra civile – e non religiosa – che si è radicalizzata negli ultimi giorni e che ha innalzato li livello della tensione fra i contendenti: i ribelli a maggioranza sciita Ansarullah guidati da al-Houthi, dal quale hanno comunemente preso il nome, e le forze governative che si riconoscono nel presidente Hadi, legittimo capo dello Stato anche secondo le Nazioni Unite. Ma perché questo Stato, poverissimo e scarsamente popolato, che Pasolini definiva come il più bello del mondo sotto il profilo architettonico, tutto d’un tratto richiama questa grande attenzione mediatica per quello che, apparentemente, è in fondo l’ennesimo scontro che avviene nel mondo arabo?

Lo Yemen, prima di tutto, è situato all’imbocco del Golfo di Aden, strategico passaggio condiviso con la Somalia attraverso cui passa gran parte del petrolio mondiale destinato, attraverso Suez, all’Europa e all’America; motivo per cui garantire il passaggio in sicurezza, senza accrescere i rischi già esistenti a causa dei temibili pirati somali, è argomento di rilevanza globale: senza Aden disponibile, tutto il petrolio del Golfo Persico dovrebbe circumnavigare l’Africa aumentando tempi e costi di trasporto. Ancora, all’energia s’intreccia la geopolitica, in quanto il regime attualmente al potere è una sorta di vassallo dell’Arabia Saudita e stretto alleato delle altre petromonarchie mediorientali, dichiaratamente ostile ad Iran, Iraq e Siria e quindi parte in causa, seppur indiretta, delle guerre che si stanno combattendo più a Nord dov’è coinvolto l’”asse” sciita. Proprio in virtù di questi rapporti e seguendo dinamiche che ricordano molto quanto accaduto nell’Iraq post “liberazione”, nello Yemen spadroneggia(va) l’America, attraverso munifici finanziamenti militari, lo stanziamento di forze speciali (evacuate nei giorni scorsi) e carta bianca nell’effettuare operazioni antiterrorismo, mediante droni, contro cellule affiliate ad al-Qaeda. Quest’ultima ben radicata nella parte centrale del Paese e nerbo di un’altra di quelle commistioni onnipresenti in un certo mondo arabo, apparentemente illogiche, tra democrazie occidentali, regni autocratici e terrorismo internazionale.

Ancora la scorsa estate, formazioni sciite guidate da al-Houthi normalmente di stanza nella parte settentrionale del Paese, dopo aver chiesto invano riforme politiche ed economiche, iniziavano la loro calata verso Sud mietendo numerosi successi ed incontrando una crescente adesione sia da parte dell’esercito, sia da parte della popolazione. Di confessione sciita o sunnita, la gente si schierò dalla parte dei ribelli e si dimostrò desiderosa di estromettere il Presidente – pur eletto, secondo standard locali – ma rivelatosi inetto e soprattutto succube dei potenti vicini, Arabia Saudita in primis. Oggi, dopo aver conquistato la capitale San’a, aver guadagnato ulteriore territorio e aver cacciato Hadi verso Sud (o già all’estero, non si sa con certezza), i ribelli sono in procinto di prendere il controllo dell’intero Paese. La casa dei Saud, prima e illustre vittima del progressivo disimpegno dell’America nel Medio Oriente, rischia di veder cadere un prezioso alleato che sino ad oggi le garantiva pace e sicurezza su alcuni dei suoi più ricchi giacimenti (situati proprio a ridosso del confine con lo Yemen) e sorgere una nuova realtà a lei ostile. Anche in virtù di questo, ma inserendosi primariamente nel più ampio “gioco” che la vede contrapposta all’arcinemico Iran, ha iniziato le prime manovre militari contro i ribelli Ansarullah, supportata da una maldestra coalizione di Paesi confinanti e dall’Egitto (ma quest’ultimo, in realtà, aderisce solo in nome di salvaguardare lo stretto di Bab el Mandeb, tramite cruciale tra Aden e Suez).

Al momento, la situazione è la seguente: l’Arabia sta conducendo una guerra de facto in prima persona e ha provocato le prime perdite tra la popolazione civile, perdendo però già diversi aerei abbattuti dalla contraerea dell’esercito yemenita, fedele al nuovo governo; l’America approva i bombardamenti ma ha dimostrato di volersene lavare le mani facendo, come già detto, addirittura evacuare i propri soldati lì presenti; Israele e Regno Unito tacciono; UE, ONU e NATO, pure; la Russia e soprattutto l’Iran, condannano l’aggressione armata di uno Stato estero e chiedono l’immediata cessazione delle violenze; insieme all’Iran, l’intero mondo sciita e buona parte di quello sunnita si mobilita e chiede la cessazione immediata dell’attacco saudita. Quest’ultimo punto, ad oggi, è quello più importante da evidenziare. E’ vero, sì, che è in atto una guerra all’interno del mondo musulmano all’interno della quale s’inseriscono gli scontri in Yemen, ma oltre a dover sempre tener presente chi vi sia dietro a questi conflitti e quali gruppi terroristici vi partecipino, è fondamentale sottolineare che non è in atto uno scontro tout court tra sunniti e sciiti, come si vuol troppo spesso, semplicisticamente, far credere. Molti sunniti appoggiano Assad, appoggiano l’Iran, appoggiano l’Egitto targato al-Sisi e ora, in Yemen, i ribelli Houthi. Molti sunniti, in sintesi, appoggiano chi garantisce pace, stabilità, sicurezza e tolleranza religiosa; non chi questi elementi li combatte, spesso avvalendosi di macellai fatti affluire da mezzo mondo. Appoggiano, quindi, chi cerca di emancipare l’intero mondo arabo nei fatti e non solo nelle parole, staccandosi dal neocolonialismo e dal sionismo a cui alcuni Stati della regione vanno a braccetto, e con cui ingannano da decenni le loro popolazioni: Arabia in primis.