di Cristiano Puglisi

Qualcosa sta accadendo in Medio Oriente. Qualcosa di imprevisto, ma sempre più evidente. La frattura dell’eterno asse tra Washington e Tel Aviv. Tra Stati Uniti e Israele. La linea di demarcazione o, forse, il punto di non ritorno, è stato il 17 marzo scorso, data dell’insperata conferma elettorale di Benjamin Netanyahu e del suo partito conservatore Likud. Sì, perché se apparentemente sulla questione Ucraina i due fronti interni della politica americana, quello conservatore e la correlata lobby logistico-militare, da sempre amica di Israele, e quello progressista storicamente  legato agli ambienti dell’alta finanza, marciano uniti, non così è in Medio Oriente. O perlomeno non più.

Già perché da quelle parti, il solco tra Obama e i neocon si amplia a vista d’occhio. L’oggetto del contendere è il tentativo di distensione operato dal presidente Usa Barack Obama nei confronti dell’Iran e del mondo sciita, preludio secondo diversi analisti a uno storico accordo sul nucleare iraniano. Una distensione che mira a stabilizzare il mondo arabo martoriato dell’Isis e, nel contempo, ad arginare la storica influenza russa proprio sul mondo sciita. Ma questo ha provocato una rottura violenta tra gli interessi regionali degli Stati Uniti e quelli di Israele. La visita di Netanyahu al Congresso Usa ha del resto avuto contenuti chiari: nessuna apertura all’Iran, ne alla Palestina. Ma se “Bibi” ha attirato il plauso dei repubblicani, il contesto internazionale è cambiato e Obama almeno questo l’ha capito.

Da un lato la Palestina vede la leadership oramai saldamente nelle mani di Hamas, movimento che nasce da una costola dei salafiti Fratelli Musulmani, appoggiati per anni dal Qatar che oggi, come tutti i Paesi sunniti, gode di forte influenza economica sulla comunità internazionale. E questo può forse aiutare a capire il perché dei recenti successi della Palestina verso il riconoscimento, a partire dal voto all’Onu del 2012. D’altro canto l’Iran invece è forse l’unica potenza regionale ormai rimasta da quelle parti a non mantenere un atteggiamento ambiguo nei confronti del “califfato” del terrore. Ecco che allora Obama, che non ha potuto nulla per arginare i rigurgiti interventisti dei neoconservatori in altre situazioni, contro le istanze di Israele sta usando il pugno duro, rischiando molto, forse tutto del vecchio patrimonio di alleanze americane in Medio Oriente. Un rigurgito d’orgoglio democrat? Chissà. Certo è che con un ritorno dei repubblicani alle prossime presidenziali Usa già scontato per molti osservatori, il vento potrebbe cambiare. E andare, purtroppo, all’indietro.