Più o meno un mese dopo l’inizio della Prima Guerra Mondiale, il cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Hollweg, nel celeberrimo “Programma di settembre”, intravide la necessità di fondare un’associazione economica mitteleuropea attraverso comuni convenzioni doganali che includesse Francia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Austria-Ungheria, Polonia ed, eventualmente, Italia, Svezia e Norvegia. Questa associazione, nella prospettiva del cancelliere, avrebbe dovuto sancire il predominio tedesco sull’Europa centrale ponendo, al contempo, la Francia in una condizione di dipendenza economica dalla stessa Germania. 

Tale progetto, tanto geopolitico quanto soprattutto geo-economico, si dissolse con la sconfitta della Germania e con l’umiliazione che questa dovette subire a seguito del Trattato di Versailles. Un’umiliazione che spianò la strada all’ascesa del nazionalsocialismo, le cui aspirazioni al dominio e alla ricerca di uno spazio vitale e di una profondità strategica per la Germania ad Est, comunque, differivano, nella pratica e nell’approccio ideologico, da quelle del Secondo Reich. Laddove non riuscì la Germania guglielmina, sconfitta militarmente e ideologicamente dal mercantilismo industrializzato anglo-americano, ha invece avuto successo, seppur nel ruolo da comprimaria di potenza sub-imperialista, la Germania odierna. 

Di fatto, nei primi anni ’90 del secolo scorso, a seguito dell’implosione dell’Unione Sovietica e del cosiddetto “blocco socialista”, la preponderante influenza nordamericana sul continente europeo determinò una spinta senza precedenti all’accelerazione dei processi di unificazione economico-monetaria e all’espansione dell’allora Comunità Europea verso Est, in modo da includere al suo interno Paesi ex membri del Patto di Varsavia o dell’URSS, come le Repubbliche baltiche. Il noto stratega statunitense (di origine polacca) Zbigniew Brzezinski, a tale proposito, ebbe modo di affermare:

Qualunque espansione del campo di azione politico dell’Europa, è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata ed una NATO allargata serviranno gli interessi a breve ed a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente.

Zbigniew Brzezinski

Nell’istante unipolare seguito al crollo dell’URSS, il disegno egemonico nordamericano non contrastava, come oggi potrebbe sembrare, con quello tedesco. Anzi, si riteneva che il progetto della moneta unica, costringendo la Germania riunificata a rinunciare al marco, avrebbe in qualche modo evitato un suo nuovo ed eccessivo rafforzamento. In questo contesto, come contropartita per il suo ruolo attivo nel processo di unificazione europea sotto le direttive di Washington, la Germania ottenne l’inclusione dell’Europa dell’Est all’interno del proprio blocco geo-economico. Non solo, orientando la propria geopolitica in termini essenzialmente commerciali, la Germania ebbe un ruolo di non poco rilievo anche nel processo di parcellizzazione della Jugoslavia. Questo, teoricamente, avrebbe dovuto concederle il controllo contemporaneo dei bacini marittimi del Baltico e dell’Adriatico e, dunque, di uno spazio che potenzialmente avrebbe dovuto costituire il terminale per il trasferimento delle risorse energetiche dell’Asia centrale. 

A ciò si aggiunga che i cosiddetti “corridoi paneuropei”, proprio nel medesimo periodo, vennero studiati e progettati per garantire, ancora una volta, tanto il predominio economico-commerciale tedesco sull’Europa quanto il controllo strategico-militare degli USA sul Continente. Non sorprende, in tal senso, che il progetto del corridoio V (a cui appartiene il famigerato TAV Torino-Lione, fortemente voluto dalle forze atlantiste italiane) parta da Lisbona ed arrivi fino a Kiev: l’ultima frontiera dell’espansione atlantista a Est. 

Sfruttando il ruolo concessole dai garanti d’oltreoceano dell’unità europea, la Germania attuale è stata capace di creare un enorme e integrato blocco manifatturiero che include tutte le regioni industriali ad essa vicine. Ha approfittato e tratto vantaggi notevoli dai cambi depressi, rispetto all’euro, vigenti nei Paesi dell’Est e ha scaricato su di essi e sull’area mediterranea il costo della moneta unica favorendo al contempo le esportazioni tedesche. In breve, è riuscita a sviluppare una struttura geografico-merceologica tale da permetterle di esercitare sul Continente europeo un’influenza simile a quella che possedeva prima del 1914. 

Gli strateghi di Washington non furono in grado di prevedere una simile evoluzione. Oggi il surplus commerciale tedesco e le più o meno velleitarie aspirazioni all’emancipazione dal controllore nordamericano (progetto russo-tedesco per il raddoppio del gasdotto North Stream e crescenti legami commerciali con Pechino) rappresentano una seria minaccia per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti, già alle prese con le nuove sfide lanciate dalle forze multipolari.

L’aggressività mostrata dall’amministrazione Trump nei confronti dell’Unione europea, dunque, ha ben poco di ideologico. E non potrebbe essere altrimenti visto che, a prescindere dagli slanci propagandistici anti-liberali e protezionisti, ha impostato la sua dottrina economica su una sorta di neoliberismo di stampo reaganiano. La suddetta aggressività è dettata essenzialmente dal fatto che gli Stati Uniti, in modo da salvaguardare la “globalizzazione americana” (o quantomeno una posizione di dominio nel futuro ordine multipolare), debbano per necessità richiamare all’ordine la colonia dall’altro lato dell’Atlantico. 

Per fare ciò, lungi dal voler smantellare completamente quella che in buona parte rimane una loro creazione, gli USA hanno optato per la tradizionale strategia di potere del divide et impera. L’obiettivo non è disgregare l’UE ma semplicemente fare in modo che rimanga una mera e inconcludente istituzione tecnocratica sovranazionale, priva di una reale integrazione politica: ovvero, una colonia. 

Ad oggi, di fatto, si potrebbero contare almeno quattro Europe, o forse più:

1) L’area britannica, storicamente ostile a ogni forma di reale unificazione continentale, e oggi alle prese con la difficile trattativa per la Brexit che, con tutta probabilità, verrà affidata a Boris Johnson (uomo capace di mentire al mondo intero sul cosiddetto caso Skripal);

2) L’asse (più presunto che reale) franco-tedesco che rivendica le proprie prerogative sub-imperialiste ma che, a prescindere dal Trattato di Aquisgrana, difficilmente avrà un seguito concreto;

3) I Paesi dell’Est e del Gruppo di Visegrad: la periferia industriale della Germania il cui ruolo geopolitico (studiato per essi dagli USA) è da sempre quello di fare da cuscinetto per evitare qualsiasi condivisione di confini tra Mosca e Berlino (incubo reale delle moderne potenze talassocratiche);

4) L’area mediterranea, contraddistinta da una serie di Nazioni che svolgono alternativamente il ruolo di laboratorio politico (l’Italia) o di laboratorio economico-finanziario (la Grecia). 

Queste fratture vengono ulteriormente acuite dalla quotidiana propaganda. I presunti sovranismi e populismi mostrano il loro vero volto nel momento stesso in cui si rivelano incapaci di elaborare una piattaforma unitaria contro l’élite tecnocratica, oppure quando, per fare ciò, fanno affidamento su agenti di Washington sul territorio europeo (si veda il ruolo svolto dal’ideologo del trumpismo Steve Bannon, ultimamente impegnato anche nella lotta contro il “papato globalista” di Bergoglio). 

Il caso italiano, in questo senso, è emblematico. Il governo giallo-verde, appiattito (soprattutto nella sua componente leghista) sulla dottrina Trump, al momento ha soltanto subito gli effetti negativi di tale alleanza ineguale: mancata promessa sulla cabina di regia congiunta USA-Italia sulla crisi libica; dazi sui prodotti italiani; miliardi di commesse volati via con la brusca interruzione dei rapporti con l’Iran a causa delle sanzioni statunitensi. Nonostante ciò, come nel caso della recente visita del ministro dell’Interno Matteo Salvini, continua a fare bella mostra del proprio servilismo nei confronti di Washington, nella speranza che la Casa Bianca difenda l’Italia da ciò che gli USA stessi hanno contribuito a creare. 

L’Europa è destinata a rimanere ostaggio di uno scontro, presentato come lotta tra sovranismo e globalismo ma che, in realtà, non è altro che una sfida tra due modi diversi di intendere il globalismo e la globalizzazione. 

Christine Lagarde e Ursula Von der Leyen

Le nomine ai vertici delle istituzioni europee, in questo senso, hanno il mero obiettivo di ricercare un equilibrio tra queste due fazioni. I nomi indicati, da Christine Lagarde (nota per le mattanze in Grecia e Argentina in qualità di presidente del FMI) al vertice della BCE, a Ursula Von der Leyen (ex ministro della Difesa della Germania e convinta sostenitrice del golpe in Ucraina) alla presidenza della Commissione europea, rappresentano quella perfetta sintesi tra atlantismo e ordoliberismo “utile” per guidare l’attuale Europa a trazione tedesca in quella fase di transizione (si veda la decadenza di Angela Merkel) che la riporterà sotto diretto e totale controllo nordamericano.

Appare evidente che nulla cambierà anche per ciò che concerne la politica estera, con Josep Borrell (osteggiato da alcuni media israeliani per aver definito il primo ministro Benjamin Netanyahu come “bellicoso”) che cercherà timidamente di muoversi sulla falsa riga di Federica Mogherini, cercando di costruire limitati margini di autonomia. Anche la speranza di normalizzazione dei rapporti con l’unico Stato europeo realmente sovrano, la Russia, è ridotta a un lumicino. Una frattura che ha dimezzato in pochi anni il volume degli scambi commerciali tra l’Oriente e l’Occidente europei. 

Se è vero che gli USA non hanno alcun interesse a disgregare un’istituzione che loro stessi hanno contribuito a creare, e che il loro obiettivo reale è semplicemente la restaurazione di un controllo totale sull’Europa, è altrettanto vero che neanche la Russia, nonostante certa retorica atlantista e le speranze dell’ala russofila del sovranismo, ha il minimo interesse a smantellare l’UE. Semmai, potrebbe avere interesse a fare in modo che quest’ultima agisca realmente come entità sovrana, e non come surrogato sub-imperialista di una potenza d’oltreoceano.