L’Occidente sembra essersi incamminato sulla strada dell’estinzione demografica e le poche, e qualitativamente scarse, iniziative pro-nataliste intraprese per contrastare il dramma delle culle vuote non hanno sortito alcun effettoSecondo le proiezioni sulle dinamiche future della popolazione globale fornite dal World Population Prospects e dal World Fertility Patterns delle Nazioni Unite, è proprio in Europa che tra oggi ed il 2100 si verificherà lo spopolamento più rapido, grave ed intenso del pianeta. In particolare, saranno i paesi del Mediterraneo, come Spagna, Portogallo e Italia, e dei Balcani, in primis Romania, Bulgaria e Serbia, a subire le più gravi emorragie demografiche, essendo i loro tassi di fertilità largamente al di sotto di quel tasso di 2,1 figli per donna necessario alla sostituzione naturale tra una generazione e l’altra.

Tra il 2010 ed il 2016 la popolazione europea è aumentata soltanto dello 0,14%, ed entro il 2050 le Nazioni Unite hanno stimato che gli attuali 741 milioni 450mila abitanti (dati del 2016) potrebbero ridursi notevolmente, toccando quota 719 milioni 260mila, se l’attuale tasso di fertilità (1,6 figli per donna) si stabilizzasse nel tempo. Nell’Europa centro-orientale e balcanica, la situazione demografica non è soltanto la più grave d’Europa, ma dell’intero pianeta. Secondo la Banca Mondiale in Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Serbia e Romania le nuove nascite si sono quasi azzerate – 9 neonati ogni 1000 abitanti, e continuano a diminuire.

La Bulgaria è la fotografia migliore dell’inverno demografico che ha travolto l’Europa: tra il 2050 ed il 2100 la popolazione dovrebbe ridursi dagli attuali 7 milioni 128mila abitanti (2016) a 3 milioni e 400mila, ad un tasso di 164 persone in meno al giorno, 60mila l’anno. Tutto questo avverrà sullo sfondo di capovolgimenti etnici, legati a dinamiche demografiche inverse, che porteranno l’etnia rom a trasformarsi in maggioranza nei paesi suscritti.

Città fantasma in Bulgaria

Anche la Russia è stata colpita dalla crisi delle nascite, acuita da un aumento del tasso di mortalità durante il paragrafo Eltsin e da un forte movimento migratorio verso l’estero in seguito al collasso dell’Unione Sovietica, tutt’oggi in corso, che ha ridotto la popolazione da 148 milioni 700mila abitanti del 1992 ai 143 milioni 965mila del 2018. Il tasso di fertilità è andato lentamente diminuendo verso gli ultimi anni dell’era sovietica, passando da 2,2 figli per donna del 1988 al tremendo 1,1 del 1999 – uno dei più bassi tassi di fertilità mai registrati nel mondo, che lentamente è risalito fino a quota 1,62 nel 2016.

Vladimir Putin ha fatto del ritorno alla natalità una priorità nazionale, nella consapevolezza che un paese in morte demografica non può permettersi visioni esistenziali nel lungo termine, poiché destinato ad una progressiva e crescente marginalità, sfociante infine nella scomparsa dallo scacchiere internazionale.

Nonostante l’incremento complessivo nella natalità registrato nell’era Putin, la popolazione sta comunque diminuendo perché il numero delle nascite è determinato dalla piramide delle età, che in Russia è gradualmente aumentata per via dell’invecchiamento e dell’emigrazione all’estero di giovani e lavoratori. Nell’impossibilità di aumentare nel breve periodo il numero delle donne in età fertile, il governo sta attualmente stimolando tale bacino al concepimento di un numero maggiore di figli.

La ricetta dei demografi al servizio di Russia Unita funziona, e i risultati apparentemente irrisori non devono ingannare: è impossibile riportare la fertilità a livelli di sussistenza in pochi anni, alla luce del numero fisso di donne in età fertile presenti per generazione, perché gli effetti delle politiche demografiche si riverberano realmente soltanto nel lungo periodo.

Alla base del leggero e lento ri-allargamento delle famiglie russe stanno contribuendo una serie di elementi, come gli assegni di maternità e accesso al credito agevolato per famiglie numerose, e i sussidi mensili per i primogeniti di famiglie indigenti.

Vladimir Putin

Per capire in che modo la Russia è riuscita a tornare sul sentiero della crescita demografica, oggi nuovamente sfidata dalle sanzioni internazionali che hanno deteriorato la qualità della vita nel paese, abbiamo intervistato Vitalyi Sazin Sergeeivich, ricercatore nel campo della demografia e dell’economia demografica presso la National Research University – Higher School of Economics di San Pietroburgo, una delle più prestigiose università del paese.

Parliamo della demografia russa: la riduzione della natalità nel paese sembra essere concomitante alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, alla quale hanno fatto seguito moti migratori verso l’estero e aumento della mortalità. Tra il 1989 ed il 2010 la Russia ha perso circa 5 milioni di abitanti. Quali sono le ragioni di questa emorragia demografica?

Tra il 1989 ed il 2010 la popolazione totale è diminuita di 4 milioni e 500mila persone, ma il periodo più buio è stato fra il 1994 e il 2009. Una popolazione non diminuisce soltanto a causa della ridotta fertilità, ma anche per via dell’elevata mortalità – ed è questo il caso russo, in particolare.

Negli anni 2000 la mortalità si è abbassata, senza tuttavia portare ad un incremento della popolazione perché la generazione degli anni ’80, entrata in età fertile, ha comunque optato per la creazione di famiglie modello figlio unico.

Inoltre, è vero anche che il problema è stato sottovalutato perché l’immigrazione nel paese di cittadini provenienti dagli stati ex sovietici sembrava ricondurre verso l’incremento demografico, ma così non è stato.

Secondo le statistiche ufficiali, gli sforzi di Putin per aumentare la natalità sembrano aver invertito questa tendenza ventennale e adesso, in Russia, ci sono più nascite e meno decessi – sebbene il tasso di fertilità resti relativamente basso. Che cos’ha fatto Putin in questi anni per stimolare la natalità?

Dall’inizio degli anni 2000 si può osservare un miglioramento nella situazione demografica nazionale: incremento del tasso di fertilità generale e declino del tasso di mortalità. Gli indicatori demografici sono stati migliorati attraverso una serie di programmi.

Il più celebre è “Maternity capital”, un programma inaugurato nel 2007 che permette alle famiglie con più di due figli di ricevere un premio del valore di circa 453mila rubli (l’equivalente di 6mila euro), una cifra ampiamente utilizzabile per migliorare la qualità della vita all’interno del nucleo. Ovviamente è una misura che mira più a far sentire il supporto dello stato alle famiglie numerose che ad influenzare le scelte riproduttive. Ma alcuni sondaggi condotti nelle regioni di Mosca, San Pietroburgo e Kaliningrad hanno confermato che il capitale per la maternità gioca un ruolo importante nella decisione di avere più di un figlio, soprattutto nelle fasce più vulnerabili della popolazione.

Un altro ruolo molto importante è stato giocato dallo sviluppo delle cliniche specializzate nel trattamento di donne in gestazione e dalle campagne di sensibilizzazione antiabortiste e pronataliste.

I dati più recenti indicano un tasso di fertilità di 1,62 figli per donna, un incremento considerevole se comparato con il 1,2 figli per donna del 2000. Siamo comunque lontani dal tasso naturale di sostituzione. Perché è difficile spingere le persone ad avere famiglie numerose?

Come il resto del mondo sviluppato, anche la Russia sta affrontando la cosiddetta transizione demografica. Le famiglie decidono di avere meno figli e si tratta di una tendenza omogenea in tutto il paese. Si va’ dagli 8 nuovi nati ogni 1000 abitanti nella repubblica di Mordovia e nell’oblast’ di Leningrado, ai 19 della Cecenia, non superando i 22 nella repubblica di Tuva.

Il periodo più buio della “turbolenza demografica” è passato, ma non del tutto, e il ritorno ad una regolare natalità dipenderà molto dalle azioni intraprese dalle autorità. Le difficoltà economiche affrontate dalla popolazione russa incidono in maniera rilevante sulla scelta di fare pochi figli, o di non farne, e in tal caso pesa anche l’assenza di incentivi economici congrui al costo della vita.

Inoltre, anche in Russia è dilagato il carrierismo femminile. Molte donne vorrebbero avere bambini, ma semplicemente postpongono la gravidanza fino a quando lo ritengono opportuno per concentrarsi sulla propria crescita professionale. Lo stesso fanno gli uomini. Lo stesso accade in Occidente. Il problema sorge quando si decide di costruire una famiglia ad un’età troppo avanzata, perché la ridotta fertilità “costringe” a ridurre il numero di figli desiderati.

Quali piani ha il governo per il futuro?

Il governo ambisce all’aumento continuo del tasso di fertilità, fino al raggiungimento della soglia di sostituzione. La famiglia sta tornando a far parte del discorso politico, insieme anche alla trasmissione di valori etico-morali ai più giovani.

L’obiettivo di quest’ultimo punto è ridurre ulteriormente il ricorso alle interruzioni volontarie di gravidanza, più ricorrenti nelle giovani coppie, che ha raggiunto proprio in questi ultimi anni il livello più basso dal dopo-Unione Sovietica. Si parla di una riduzione veramente significativa: da 4-5 milioni di aborti l’anno durante il comunismo ai circa 500mila attuali. Allo stesso tempo sono in considerazione programmi per l’educazione sessuale, con particolare enfasi sui rischi delle malattie sessualmente trasmissibili,

I demografi russi hanno studiato anche l’inverno demografico dei paesi occidentali per capire come agire?

Si, perché ci sono molte somiglianze nelle crisi demografiche di Europa e Russia. Se delle politiche hanno funzionato all’estero, allora le studiamo e capiamo come implementarle qui, adattandole al contesto russo. I ricercatori russi monitorano costantemente quanto accade all’estero, per essere pronti a nuove sperimentazioni. Ad esempio, io ho trovato molto interessante l’esperienza del congedo parentale esteso introdotto in Svezia, che è un altro paese alla ricerca di soluzioni per rimediare alla denatalità.

[Il congedo] Funziona così: ai genitori spettano 480 giorni di congedo, retribuiti, fino al compimento dei 9 anni di età del figlio, e nelle sue prime due settimane di vita entrambi hanno il diritto di rimanere a casa per l’accudimento del neonato.

Che cosa suggeriscono i demografi russi agli omologhi occidentali per vincere la battaglia contro la denatalità?

La soluzione migliore sia per la Russia che per i paesi europei è di trattare il fenomeno per ciò che è: multidimensionale. Da una parte è necessario fornire assistenza ai segmenti sociali della popolazione più fragili, ossia le famiglie a basso reddito, perché sono gli stessi – ovunque, con la maggiore propensione alla natalità.

D’altra parte, bisogna investire anche nel campo della medicina della fertilità, per risolvere le problematiche relative alla crescente sterilità riproduttiva degli europei – che rappresentano un altro freno alla creazione di famiglie, e nell’educazione, ridonando enfasi alla centralità della famiglia ai fini della sopravvivenza e del perpetuamento della nazione.

Ovviamente, per stabilizzare la fertilità è doverosa la creazione delle condizioni necessarie per mantenere un bambino. Parlo di aiuti per il pagamento delle rette scolastiche, delle tasse, di costi minori del sistema sanitario ed educativo.