Non c’è stata nessuna sorpresa dal pronunciamento del Consiglio di Guardia della Rivoluzione. Come preventivabile l’ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad, che aveva registrato la sua candidatura a dispetto del parere contrario espresso dalla Guida Suprema, è stato escluso dalla competizione e con lui anche Hamid Baghaei: l’altro candidato che, in qualche modo, avrebbe dovuto rappresentare l’area del populismo radicale ed ultra-conservatore riconducibile all’ingegnere originario di Aradan e membro del Partito Alleanza dei Costruttori dell’Islam Islamico. La volontà di Ahmadinejad di correre nuovamente per le presidenziali aveva suscitato non poco scalpore, tanto a livello interno quanto a livello internazionale. E proprio l’ex Presidente, recentemente, aveva cercato di ricostruirsi un’immagine attraverso un’intensa campagna mediatica in cui non lesinava critiche alla leadership moderata di Rouhani. Nel merito, Ahmadinejad sottolineava come la condizione dell’Iran, sia a livello politico che a livello economico, negli ultimi anni, non fosse affatto migliorata.

Dichiarazione che suona quantomeno controversa visto che i dati economici sono tutti a favore di Rouhani con un’inflazione calata dal 40% degli ultimi anni di mandato presidenziale di Ahmadinejad al 15% odierno, e con il tasso di disoccupazione sceso dal 14% al 10%. Tuttavia, se i dati economici non parlano propriamente a suo favore, è l’accordo sul nucleare a costituire il vero nucleo focale della critica che l’ex Presidente ha mosso nei confronti di Rouhani. Tale accordo, infatti, sarebbe stato presentato in modo incorretto al popolo iraniano, suscitando non poche aspettative che ad oggi non sono ancora state rispettate. Se l’Iran sta implementando tutti gli accordi previsti dal JCPOA, come rilevato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, è la controparte dell’accordo a non fare altrettanto. Le sanzioni ONU, così come quelle unilaterali, non sono ancora state rimosse.

La lista di candidati e delle proprie inclinazioni politiche -

La lista di candidati e delle proprie inclinazioni politiche – Farwa Rizwan/Al Arabiya English

Nonostante l’esclusione di Ahmadinejad, Rouhani dovrà fare fronte ad una campagna elettorale che si prospetta incentrata su quello che ad oggi, se non un fallimento, risulta essere un accordo nullo. Proprio Rouhani, al momento della registrazione della sua candidatura, ha affermato:

“Ancora una volta sono qui per l’Iran, per l’Islam, per la libertà e per la stabilità del nostro paese. Sollecito tutti gli iraniani a votare per l’Iran e per l’Islam”.

E nella stessa occasione ha riaffermato la sua intenzione di proteggere l’accordo sul nucleare (principale obiettivo sia in campo politico quanto in campo economico) contro la volontà del nuovo inquilino della Casa Bianca, e di portare avanti il processo di apertura internazionale del Paese. Sulla base di questo programma, e nella convinzione che l’Iran possa beneficiare da una limitata apertura verso l’Occidente, anche alcuni prominenti politici dell’ala conservatrice, come lo speaker del parlamento Ali Larijani, anche per assecondare il desiderio di una popolazione sempre più giovane (il 60% dell’attuale popolazione iraniana è nata dopo la Rivoluzione), hanno dato il loro appoggio alla politica moderatamente riformista di Rouhani. Tuttavia, al contrario di quanto avvenuto nel 2013, quando Rouhani vinse con oltre il 50% dei consensi al primo turno ed i suoi avversari non superarono il 17% ciascuno, questa volta sarà difficile evitare il ballottaggio.

Sfumata l’ipotesi della candidatura di Marzieh Vahdi Dastjerdi, ex Ministra della Sanità sotto il secondo mandato presidenziale di Ahmadinejad (l’articolo 115 della Costituzione iraniana che stabilisce le condizioni affinché un candidato possa correre alla presidenza non vieta la possibilità di una candidatura femminile), i voti conservatori con molta probabilità confluiranno su Ebrahim Raeisi; sayyid (termine dal valore marcatamente spirituale usato per indicare una diretta discendenza dal Profeta Muhammad) 56enne a capo della potente bonyad  (fondazione religiosa) Astana Quds Rezavi che cura la sopraintendenza al mausoleo dell’ottavo Imam dello sciismo duodecimano Reza. Personalità vicina alla Guida Suprema che nutre non poca stima nei suoi confronti, Raeisi, che ha dichiarato di volersi candidare in nome della “responsabilità religiosa e rivoluzionaria”, rappresenta indubbiamente il pericolo più serio per Rouhani. E non è da sottovalutare, tra le altre cose, la sua malcelata ambizione a intraprendere lo stesso percorso di Ali Khamenei (Presidente dal 1981 al 1989 e successivamente Guida Suprema dopo la morte dell’ayatollah Khomeini). Chiudono la cerchia dei candidati in ambito conservatore Mohammed Bagher Qalibaf (sindaco di Teheran già candidatosi nel 2013) e Mostafa Aqa Mirsalim (membro del Consiglio per il Discernimento e Consigliere alla presidenza durante i mandati presidenziali di Ali Khamenei). Mentre nell’ambito riformista, oltre a quella di Rouhani, sono state avvallate le candidature di Mostafa Hashemi Taba (ex Ministro dell’Industria e Vice Presidente dal 1994 al 2001 durante i mandati di Rafsanjani e Khatami) ed Eshaq Jahangiri (altro esponente politico di rilievo dell’era Khatami).

La file fuori da un seggio elettorale di Teheran durante le scorse elezioni Presidenziali

La file fuori da un seggio elettorale di Teheran durante le scorse elezioni Presidenziali

Non è da sottovalutare, altresì, il fatto che il prossimo 19 maggio assumerà i contorni di un vero e proprio election day. Infatti, oltre al primo turno delle presidenziali, gli elettori saranno chiamati a votare anche per il rinnovo dei consigli comunali (i quali secondo la legge iraniana nominano i sindaci di città e villaggi) e per il rinnovo di alcuni seggi parlamentari nelle province di Bandare Lenghe, Isfahan, Maraghe e Ahar. Inutile dire, ancora una volta, che i temi della campagna elettorale saranno incentrati sullo scenario internazionale. E proprio il mutato contesto internazionale potrebbe favorire i conservatori, con i pasdaran in prima linea pronti a far sentire la propria voce di fronte all’atteggiamento di un governo ai loro occhi troppo morbido di fronte all’aggressività verbale degli Stati Uniti.

Il riferimento è alle recenti dichiarazioni del Segretario di Stato USA Rex Tillierson che in una sorta di proclama farneticante in un puro stile “trumpista” ha affermato che l’Iran è il leader mondiale nel campo del patrocinio al terrorismo, il responsabile dei numerosi conflitti nel Medio Oriente, dei continui attacchi ad Israele e dell’affossamento degli interessi statunitensi nell’area. Fin qui niente di nuovo, ma il Segretario di Stato ha aggiunto:

“Un Iran senza controllo presenta il potenziale di percorrere la stessa strada della Corea del Nord. Le ambizioni nucleari dell’Iran sono un pericolo per la pace mondiale e l’accordo sul programma nucleare è stato un fallimento”.

Inoltre, ovviamente, non ha potuto esimersi dall’affermare, dimenticando il non proprio invidiabile curriculum degli alleati USA nell’area (Israele ed Arabia Saudita in primis), che l’Iran dispone del peggior registro in materia di diritti umani. Rouhani ha ovviamente replicato affermando, ed avvicinandosi al desiderio delle posizioni conservatrici, che l’Iran, in quanto Stato sovrano, non deve chiedere a nessuno il permesso per sviluppare le proprie capacità militari e che gli USA, come dimostrato dal recente vile attacco alla Siria applaudito da svariati gruppi terroristici, pensano di essere giudice e poliziotto globale, emettendo sentenze ed eseguendo le proprie decisioni in modo unilaterale.

Una signora si accinge a votare

Una signora Iraniana si accinge a votare

A prescindere dalla vittoria di uno schieramento o dell’altro resterà comunque invariato l’attivo ruolo dell’Iran nella lotta contro il terrorismo gihadista tanto in Iraq quanto in Siria. L’alleanza con Damasco non è in discussione anche perché si tratta di un rapporto che va ben oltre la semplice condivisione di comuni interessi geostrategici. I religiosi sciiti hanno, di fatto, legittimato il potere alauita a Damasco negli anni Settanta. E nei primi anni Ottanta arrivarono a Baalbek (l’antica Heliopolis), con l’appoggio siriano, i primi pasdaran che contribuirono in modo determinate alla creazione del Partito sciita libanese Hezbollah. Nel 2011, di fronte al primo insorgere della rivolta, le monarchie wahhabite del Golfo proposero al Presidente Bashar al-Asad di rompere i rapporti con Teheran in cambio dell’equivalente di tre anni di bilancio dello Stato siriano. Il rifiuto di al-Asad ha segnato il destino del Paese, e per certi versi dell’intero Medio Oriente, costretto a dover fronteggiare l’aggressione degli sgherri gihadisti profumatamente sovvenzionati dai petroldollari wahhabiti e dalla volgare ipocrisia occidentale.