“In stato di morte celebrale” è stata definita la Nato dal presidente francese Emmanuel Macron in seguito all’invasione turca in Siria. Potrà anche essere un’esagerazione, ma è indubbio che i fatti accaduti abbiano messo in luce una vistosa contraddizione dell’Alleanza, coinvolgendo pure il ruolo di guida che gli Usa vi esercitano. Nella temporanea soluzione di questa crisi, infatti, tanto gli Stati Uniti come la Nato non hanno avuto alcun ruolo, lasciando il campo alla Russia che, nel vertice di Sochi con la Turchia del 22 ottobre, ha ottenuto la fine dell’avanzata dell’esercito di Ankara, garantendo in cambio il ritiro e il disarmo delle forze curde-siriane dell’Ypg, particolarmente osteggiate da Erdogan per i loro legami con il nemico assoluto rappresentato dai “terroristi” del Pkk. In questo modo, Putin ha ottenuto che i turchi si accontentassero solo del 20% di quella fascia di sicurezza che intendevano occupare, dimostrandosi il vero dominus degli eventi.

La peculiarità degli avvenimenti risiede nel fatto che la Turchia, il secondo esercito della Nato, non ha avuto alcuna remora nell’attaccare quelle milizie curde che, nella lotta contro l’Isis, erano state a fianco degli Stati Uniti, i quali nell’Alleanza Atlantica sono molto più che il primus inter pares, chiarendo così di anteporre il proprio intesse nazionale alla solidarietà fra alleati. Aveva visto giusto, una decina di anni fa, Alessandro Colombo, nel suo libro non casualmente intitolato “La disunità del mondo”, quando scriveva che il

mutamento destinato a scuotere più a fondo l’eredità geopolitica del Novecento è la disarticolazione tra dinamiche globali e dinamiche regionali. L’esaurimento del conflitto Est-Ovest ha cancellato l’ultimo cardine della globalizzazione diplomatica e strategica del secolo scorso: quello che garantiva che, nonostante le rispettive specificità in termini di protagonisti, poste in gioco e conflitti, i diversi insieme regionali restassero comunque strettamente connessi gli uni agli altri; e allo stesso tempo, connotava (ordinandoli) il rapporto tra sistemi regionali e sistema globale come un rapporto di subordinazione dei primi rispetto al secondo.

Non esistendo più una dinamica di sicurezza e un codice ideologico comuni per tutto l’intero pianeta, costituiti precedentemente dall’opposizione tra “mondo libero” e comunismo, i sistemi di alleanza si fanno più labili e, nelle varie aree macroregionali, emergono le peculiari strategie di medie potenze superiorem non recognoscentes quando ritengono in gioco i propri interessi primari. 

Sarebbe però assai prematuro dedurre da questa constatazione che gli Usa, divenuti la solo grande potenza mondiale dopo il crollo dell’Urss, abbiano ora perso la propria egemonia. Innanzitutto, va ricordato, cosa un po’ sottaciuta dai grandi media, che le truppe statunitensi, dopo aver lasciato l’area curda della Siria, si sono comunque riposizionate non la lontano, a “protezione” dei maggiori campi petroliferi della zona. Anche se certamente la decisione di Trump di abbandonare i curdi al proprio destino ha fatto infuriare il Pentagono e gran parte del cosiddetto Deep State che rimangono legati alla visione internazionalista di una presenza globale delle forze Usa.

Il presidente statunitense, spesso accusato di incoerenza, ha però mantenuto fede, in questo caso, alle sue promesse elettorali e in nome dell’America First si è disimpegnato da quelle che ha definito “ridicole guerre tribali senza fine”. L’atteggiamento apertamente ostile al multilateralismo e l’enfasi posta sull’interesse nazionale di Trump non devono comunque fare dimenticare che già Obama aveva cominciato la “ritirata” statunitense con il ritiro delle truppe dall’Iraq. Più che di scelte personali si tratta di un elemento sistemico, dopo il grande e inutile sforzo delle disastrose guerre “umanitarie” promosse dagli ideologi neoconservastori. 

Arretramento tattico non significa però fine dell’egemonia. Non siamo ancora di fronte al pluriversum schmittiano in cui l’ordine internazionale viene determinato in modo pluralistico. Washington non può più dettare la sua legge ovunque, ma resta l’unica superpotenza che ha voce in capitolo in ogni parte del globo. Prendiamo il caso della Cina che alcuni indicano come competitore ormai alla pari degli Usa. La Repubblica Popolare sta fortemente potenziando la propria marina militare per estendere, anche attraverso la rivendicazione di una serie di isole di incerta sovranità, il suo controllo su tutto il Mar Cinese meridionale. A contrastare questo disegno ci sono proprio gli Usa con la propria forza aereo-navale in appoggio a quegli Stati dell’area che si oppongono alle mire di Pechino. La Cina cerca dunque di rafforzare il proprio ruolo, ma si trova a giocare in difesa perché il confronto non avviene davanti alle coste della California ma nelle acque della sua area geopolitica. Ciò vale anche per la Russia che Washington circonda, grazie alla Nato, nei Paesi baltici e nell’Europa orientale. Del resto alcune cifre parlano chiaro: nel 2016 gli Usa hanno speso per il proprio apparato bellico oltre 1000 miliardi di dollari contro i soli 61 dell’ “espansionista” Russia… Con circa settecento basi fuori dal proprio territorio, poi, gli Stati Uniti continuano a rimanere presenti militarmente in ogni area del pianeta.

Se passiamo al campo finanziario, il livello di disparità rimane simile, continuando tuttora quello che Valéry Giscard d’Estaing definì l’esorbitante privilegio del dollaro. A differenza degli Stati Uniti che risultano in passivo, Cina e Russia sono in attivo nella bilancia commerciale con l’estero, ma mentre i primi, possedendo la moneta di riserva, non hanno bisogno di riserve valutarie ed effettuano, fuori dal proprio Paese, investimenti “propulsivi” –beni materiali ed azioni- i secondi devono trasformare gran parte dei propri avanzi commerciali in riserve in dollari. 

La vera discontinuità della presidenza Trump, rispetto a quella del suo predecessore, non è dunque quella di un parziale disimpegno miliare, ma piuttosto la sua ostilità alle organizzazioni multilaterali, per cui la rottura, da parte dei turchi, della solidarietà atlantica potrebbe non averlo turbato più di tanto. La sua preferenza a trattare con un singolo Paese o con un gruppo ristretto di Stati è evidente – ha persino recentemente invitato l’Italia ad uscire dall’Unione Europea – e si riverbera nella stessa Nato dove gli Stati Uniti, negli ultimi tempi, tendono preliminarmente a coordinarsi sempre più con i Five Eyes, l’alleanza spionistica dei cinque grandi Paesi anglofoni, stabilendo un rapporto privilegiato rispetto agli altri alleati. E’ inutile dire che la Brexit potrebbe incrementare questa corsia preferenziale.  

Trump o meno, siamo di fronte a un cambiamento di fase rispetto allo strapotere unipolare dei decenni scorsi. Come scrisse il celebre studioso di storia americana Arthur M. Schlesinger Jr. :

due correnti si sono combattute per il controllo della politica estera americana: una empirica, l’altra dogmatica; una che considerava le relazioni internazionali nella prospettiva storica; l’altra nella prospettiva ideologica: una che credeva che gli Stati Uniti condividessero le imperfezioni, le debolezze e i mali di tutte le società, l’altra che considerava gli Stati Uniti come il felice impero della saggezza e della perfetta virtù, investito della missione di salvare l’umanità.

Il pendolo, oggi, inclina verso la prima delle due posizioni. La novità è che gli Usa hanno dovuto abbandonare la missione “redentrice” perché sono sempre di più i Paesi che non intendono essere salvati da loro.