Le relazioni internazionali attuali sono monopolizzate dalla guerra fredda tra l’Occidente e il blocco russo-cinese, ma già oggi si intravedono i prodromi di quella che potrebbe essere la battaglia egemonica del prossimo futuro: quella contro l’India.

L’agenda estera dell’amministrazione Trump sembra essere concentrata su un solo tema, la Cina, mentre attribuisce un’importanza altalenante, ma comunque inferiore, agli altri dossier in ogni continente, dal Venezuela all’Iran. L’economia si è rivelata l’arma caratteristica – e vincente – della presidenza: sanzioni, dazi, embarghi, pressioni finanziarie. È attraverso guerre commerciali, grandi e piccole, che il presidente degli Stati Uniti sta tentando di indebolire una lunga lista di Paesi accusati di minacciare la sicurezza nazionale. Anche la Turchia era stata colpita brevemente da rappresaglie di tipo commerciale, all’apice della crisi diplomatica maturata per la detenzione del pastore evangelico Andrew Brunson, e potrebbe esserlo nuovamente per via dell’acquisto del sistema antimissile russo S-400.

La stessa Unione Europea è stata più volte minacciata per una serie di ragioni, dalla concorrenza nel settore automobilistico alle difficoltà dei produttori di carne statunitensi di esportare nel mercato comune europeo. Alcuni grandi protagonisti economici del Vecchio Continente, inoltre, sono stati colpiti da multe da capogiro. Esempio tra tutti quello della Monsanto – ormai di proprietà tedesca – sullo sfondo di manovre poco limpide di società d’investimento d’oltreoceano.

Mentre gli occhi degli analisti internazionali sono, giustamente, puntati sui luoghi-chiave delle azioni dell’amministrazione Trump, un altro teatro di scontro va lentamente delineandosi ed è possibile che proprio qui, in India, una volta che sarà conclusa la battaglia del secolo fra Stati Uniti e Cina, si giocheranno i conflitti che caratterizzeranno le ultime decadi del Duemila.

Lo skyline di Mumbai

Si tratta del paese più filo-occidentale dell’Asia meridionale, descritto come la democrazia più popolosa del mondo e come un esempio di società multiculturale funzionante, e perciò trattato con riguardo sia dagli Stati Uniti che dai loro principali alleati geograficamente prossimi, come Israele e Arabia Saudita. L’India nell’orbita occidentale garantisce un certo esercizio di controllo sui principali rivali della regione, dall’Iran alla Cina, e anche su schegge impazzite come il Pakistan, ed è perciò un pilastro fondamentale della strategia statunitense per il continente. Eppure, il rapporto idilliaco tra le due nazioni sta incrinandosi sempre di più.

L’era Modi si è aperta con la consapevolezza che l’India dispone di tutte le potenzialità per trasformarsi in una superpotenza multidimensionale, dalla cultura – con l’influenza crescente esercitata da Bollywood, che è l’industria cinematografica più florida al mondo dopo quella statunitense – all’economia – quello indiano è il più grande mercato emergente al mondo insieme a quello cinese, ma l’alto tasso di fecondità lo renderà dominante nei prossimi decenni – fino alla sfera militare, dato che il paese è parte del ristretto e privilegiato club nucleare. Questa consapevolezza, unita ai risultati concretamente conseguiti, sta determinando profondi cambiamenti nel Paese e la voglia di maggiore autonomia può essere ritenuta un fatto fisiologico.

Il primo ministro indiano Narendra Modi

Fino ad oggi, l’India ha seguito pedissequamente gli ordini giunti da Washington, boicottando apparentemente l’adesione alla nuova Via della Seta e unendosi all’embargo sul petrolio venezuelano e iraniano. Ma gli interessi nazionali non possono essere difesi se la politica estera è focalizzata sul perseguimento di quelli altrui, e il primo ministro Narendra Modi sembra averlo capito. Pur avendo cessato di acquistare il greggio da Caracas e Teheran, che costituiva oltre il 30% delle importazioni di Nuova Delhi, l’India è stata comunque punita da Trump nei mesi scorsi con la rimozione dalla lista dei partner commerciali privilegiati degli Stati Uniti. Non è più esente, quindi, da miliardi di dollari di dazi sui beni esportati nel mercato statunitense.

L’evento può essere letto in due modi: uno ufficiale e uno “alternativo”. La prima spiegazione è quella fornita da Donald Trump in persona: l’India applicherebbe tariffe elevate sui beni statunitensi, rendendone difficile la vendita – perché scarsamente competitivi – sull’appetitoso mercato che conta un miliardo di consumatori. La seconda spiegazione è molto più analitica: si è trattato di un messaggio destinato a Modi e ai suoi strateghi nazionalisti.

Ma l’India del 2019 non è il decadente impero Moghul conquistato dai britannici, e neanche lo stato-nazione alla ricerca di se stesso di Indira Gandhi, perciò è lecito aspettarsi che sanzioni e punizioni inflitte avranno effetti sempre più controproduttivi e, infine, spingeranno il nazionalismo in fermento a esplodere in tutta la sua forza.

Putin e il primo ministro indiano Narendra Modi

Nonostante le minacce di Trump, l’India ha deciso comunque di stringere rapporti intensi con la Russia nel campo della collaborazione militare. Sono in corso trattative per l’acquisto del sistema S-400 e di una squadra di caccia Su-57. Alcuni giorni fa è stato siglato, inoltre, un contratto per la fornitura di missili all’aeronautica indiana ed entrambi i Paesi hanno espresso il desiderio di rafforzare la cooperazione, anche nei settori del nucleare e dell’alta tecnologia militare.

Potrebbe anche giungere al termine l’appoggio indiano all’embargo sul petrolio di Venezuela e Iran. Forti indiscrezioni, provenienti direttamente da Nuova Delhi, vorrebbero gli strateghi di Modi al lavoro per studiare un modo con cui aggirare le possibili sanzioni derivanti dall’acquisto di greggio dai due Stati. Il viaggio a sorpresa del segretario di Stato statunitense Mike Pompeo, lo scorso giugno, avrebbe avuto lo scopo di valutare la veridicità di tali voci di corridoio. Anche il boicottaggio della Belt and Road Initiative cinese potrebbe essere più apparente che reale. Nonostante la dialettica a base di diffidenza e scontro, gli investimenti cinesi in India sono cresciuti costantemente negli ultimi cinque anni. Nuova Delhi, in particolare, è stata interessata da una pioggia di denaro e nessun freno è stato posto all’arrivo di capitale cinese.

È, inoltre, da tenere in considerazione che la strategia comunicativa – e pratica – del primo ministro Modi è sempre più intrisa di retorica nazionalista, e i riferimenti all’importanza del rapporto privilegiato con l’Occidente si riducono in maniera inversamente proporzionale all’aumento dell’enfasi sull’identità induista della civiltà indiana, sulla necessità di diventare una grande potenza indipendente e sul dover perseguire un’agenda estera propria, che sia conforme al vero interesse nazionale.

Varanasi, l’antichissima città sacra degli Induisti. Sorge sul fiume Gange, in India

Piccoli dettagli che, messi insieme, sembrano formare un quadro più ampio e abbastanza chiaro: l’India è pronta per uscire dalla catatonia. Il riacceso scontro eterno con il Pakistan per il controllo del Kashmir potrebbe essere letto come un favore a Washington per disturbare la Cina, ma anche più semplicemente come la manifestazione di quel fervido nazionalismo che sta invadendo il Paese, e che Modi ha saputo raccogliere.

A rafforzare l’idea che un secolo indiano stia per sollevarsi contribuisce anche la reazione di Modi alla “punizione” di Trump. All’ultimo incontro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai il presidente, forte di un nuovo mandato, ha annunciato una decisione plateale: l’introduzione di nuovi dazi su 28 categorie di beni statunitensi, e altri in arrivo se Trump dovesse “rispondere”.

Una decisione che ha spiazzato Washington, perché solo la Cina ha avuto finora il coraggio di reagire dazio per dazio, innescando poi una guerra commerciale, ma la situazione economica indiana, per quanto promettente, non è per nulla paragonabile a quella cinese. Si tratta quantomeno di un fattore che dovrebbe far riflettere. Tutti questi argomenti, e anche altri, verranno approfonditi nella nuova puntata di Confini.