Il segreto dell’agitatore politico è quello di rendersi stupido come i suoi ascoltatori in modo che questi credano di essere intelligenti quanto lui. Così recita uno dei più celebri aforismi dello scrittore satirico austriaco Karl Kraus. Un motto che sembra calzare a pennello per personaggi come Olavo de Carvalho, Steve Bannon e, sotto certi aspetti, anche Aleksandr Dugin, lasciatosi più o meno volontariamente coinvolgere nella gabbia ideologica del trumpismo a causa di certa retorica isolazionista abilmente sfruttata in campagna elettorale e dalla quale, dopo il più che evidente fallimento di certe aspettative, non riesce ad uscirne nonostante l’elaborazione di astruse teorie geopolitiche come quella dell’Heartland diffuso.

Un motto che sembra calzare a pennello anche per quella strategia neocon di cui Steve Bannon, protagonista/antagonista di questa raccolta di saggi e approfondimenti che spazia dalla geopolitica al tradizionalismo, altro non è che un fine e più avveduto prosecutore. Tale strategia si è infatti sempre fondata su di uno strumentale utilizzo di certe tematiche al mero scopo di costruire consenso ed egemonia. Leo Strauss, padre fondatore di questa particolare teologia ateo-nichilistica, come ben descritto da Gianluca Marletta, uno degli autori di questo ‘pamphlet di battaglia’, insisteva infatti sull’idea che la religione (verità essoterica) dovesse essere consentita alle masse e sfruttata come strumento di potere, mentre la verità esoterica (il nulla, l’assenza stessa di verità) dovesse essere la religione dell’iniziato che, disprezzando le credenze ufficiali, ne simuli al contempo formale adesione per farsi beffe delle masse. Dunque, non sorprende affatto, che in certi ambienti politici sia tutto un agitare vangeli, rosari, crocefissi e un blaterare di presunti valori giudaico-cristiani condivisi dall’intero mondo occidentale.

Quella bannoniana, tuttavia, è un’evoluzione più astuta, pragmatica (in puro stile nordamericano) e dinamica del neoconservatorismo. Questo modello ideologico-culturale, fondato sullo sfruttamento di concetti chiave del pensiero europeo volgarizzati (diremmo ‘americanizzati’) e privati della loro autenticità, trova facile presa in una Europa il cui vero essere (inteso in termini heideggeriani) è in stato di latenza ed il cui spirito sembra totalmente azzerato: una condizione di oblio dovuta ad oltre due secoli di progressismo culturale, di decenni di egemonia nordamericana, ed un ventennio di dittatura liberal-tecnocratica.

Bannon, astuto plagiaro, quasi un secolo dopo Carl Schmitt (ampiamente marginalizzato dagli studi accademici nell’Europa odierna), si è reso conto dell’intrinseca inconciliabilità tra liberalismo (ideologia totalitaria e culturalmente razzista) e democrazia. L’ex animatore di Breitbart News ha infatti costruito l’intera corsa elettorale del magnate newyorkese alla Casa Bianca sul rigetto dei paradigmi global-progressisti sui quali si era fondata la dottrina Obama-Clinton, e su di un rinnovato isolazionismo di cui ad oggi, dopo tre anni, ancora non si vedono tracce.

Così, l’elezione di Donald Trump venne salutata con gioia, anche da molto poco avveduti analisti geopolitici europei, come un passo verso la distruzione di quell’odiato ordine liberal-globalista, prodotto dell’istante unipolare post Guerra Fredda, i cui esiti più infausti sono stati i cosiddetti ‘bombardamenti umanitari’, l’ordoliberismo economico e la sottocultura immigrazionista volta ad abbracciare in toto il fenomeno migratorio come inevitabilità storica ignorandone le reali cause.

E così, chi oggi si schiera contro il trumpismo, nonostante questo abbia dato prova di essere ben poco differente rispetto ai suoi predecessori, viene inevitabilmente tacciato di ‘globalismo’, nel migliore dei casi, e di essere un agente ‘sorosiano’, nel peggiore. In questo consiste il principale successo dell’operazione bannoniana; nell’essere riuscita a polarizzare uno scontro tra due fazioni all’interno del medesimo sistema: il sovranismo (contenitore dentro il quale vengono fatti confluire fenomeni diversissimi tra loro e che dunque ben si presta al ruolo di strumento pseudo-ideologico per una visione politica e geopolitica estremamente pragmatica come quella bannoniana) ed il globalismo. È ben evidente che Bannon, ad esempio, non muova mai alcuna critica al sistema capitalistico in sé. Punta, più che altro, alla riscoperta di un suo presunto ‘volto umano’ che avrebbe permesso in passato all’Occidente di sconfiggere il fascismo e di rispedire/rinchiudere (parole sue) un impero barbarico (l’URSS) ad Oriente. La sua presunta negazione del liberalismo, paradossalmente, ha nel liberalismo le sue stesse premesse. E la sua dottrina, mentre esalta l’intangibilità dei confini in una sorta di ridefinizione dello sciovinismo nazionalista del secolo scorso, in campo economico, si scopre essere assolutamente ultraliberista. Non a caso, proprio Bannon, alla pari di Donald Trump, non ha mai rinnegato la sua ammirazione per personaggi quali Ronald Reagan o Margaret Thatcher.

Ma in cosa consiste essenzialmente la missione di Mr. Bannon in Europa. A cosa dobbiamo il suo attivismo sul suolo continentale dopo il tira e molla sul suo incarico di Chief Strategist (più scenografico che reale) dell’amministrazione Trump? Perché uno statunitense dovrebbe aiutare i popoli europei a liberarsi da una costruzione artificiale ed anti-politica che gli Stati Uniti stessi hanno ampiamente contribuito a rendere tale dopo il crollo del cosiddetto Blocco Socialista?

A tal proposito è utile notare come siano le stesse affermazioni e la storia personale dell’ex produttore hollywoodiano ed ex dirigente di Goldmann Sachs a tradire i suoi reali intenti. E, come ha affermato il già citato Marletta, queste affermazioni dimostrano che Bannon, fondamentalmente, non stia cercando di ingannare nessuno, ma che siano gli europei a voler essere ingannati, o ad assecondare tale presunto inganno nella precisa consapevolezza che, così facendo, nulla in fin dei conti cambierà realmente.

La storia di certa Destra italiana in particolar modo altro non è che una inesorabile parabola discendente verso alcune delle forme più becere e idolatriche di atlantismo e americanismo. Lo sviluppo di una nuova Destra a partire dalla fine degli anni ’60 in poi, fondata su forme di intellettualismo fine a se stesso, di grottesco neopaganesimo, e di ‘nietzscheanismo scadente’, ha eroso i fondamenti della Tradizione e posto i germi per ciò che avviene ora. Una deriva che il compianto Carlo Terraciano ebbe modo di criticare ampiamente sin dalle sue primarie manifestazioni. Questa deriva, che ha avuto una altrettanto evidente controparte nel mondo della Sinistra, ha fatto dell’Italia, dall’epoca di ‘Mani Pulite’ in poi, una sorta di laboratorio permanente della Scienza Politica d’oltreoceano in cui si sono alternati tutta una serie di governi macchietta a seconda dei desiderata di Washington: dall’epopea goliardica del berlusconismo ai governi di centro-sinistra macchiatisi di crimini indecenti (si veda il bombardamento NATO sulla Serbia), fino ad arrivare alla contemporaneità in cui all’esperienza obamiana ha fatto seguito il tragicomico renzismo in Italia, ed il trumpismo è stato seguito dalla formazione di un governo italiano al quale l’ideologo Bannon (per sua stessa ammissione) sembra aver dato più di una spinta (soprattutto per quel che concerne la componente leghista).

Così non sorprende affatto che nessuno colga (o voglia cogliere) i segnali espliciti lanciati da questo controverso agitatore politico. In questo contesto non torneremo su certe polemiche sterili e strutturali che hanno contribuito a costruire la fama del personaggio Steve Bannon. Tuttavia, onde screditare ogni tentativo svolto in questi anni (per ignoranza o per malcelata malafede) di associare il pensiero evoliano a quello di Bannon, e di rimarcare la presunta influenza del pensatore romano su quello nordamericano, sarà utile citare un semplice passo tratto da Gli uomini e le rovine:

La sacralità e l’intangibilità della ‘nazione’ e del suo ‘popolo’ non sono che la trasposizione di quelle ascritte alla Grande Madre nelle antiche ginecocrazie plebee, nelle società in cui era ignoto il principio virile e politico dell’Imperium.

E, al contempo, ogni riferimento al tradizionalista francese René Guénon (spesso citato tra le letture ispiratrici di Bannon) appare altrettanto fuorviante se si considera che il pensatore di Blois non avrebbe affatto esitato a ritenere l’enfasi bannoniana sulla presunta sacralità di certi valori dell’Occidente giudaico-cristiano artificialmente costruiti, e lo stesso sionismo cristiano di cui il guru di Washington è convinto assertore, in una sorta di fenomeno controiniziatico: una forma di ‘spiritualità al rovescio’, una grottesca contraffazione che ha i suoi esempi più eclatanti nell’ostentazione di una forma religiosa totalmente anti-tradizionale come può essere l’evangelicalismo del Presidente brasiliano Jair Bolsonaro non a caso immediatamente cooptato nella rete internazionale dell’agitatore nordamericano.

René Guenon

Così, in questo Occidente spiritualmente contraffatto, in cui ogni valore è in realtà un disvalore (un prodotto a tavolino volto a riaffermare un preciso sistema egemonico), Mr. Bannon ha gioco facile nel costruire una fittizia alternativa anti-sistemica che in realtà è puro sistema. E con la complicità di alcuni esponenti di un altrettanto contraffatta Chiesa Cattolica, può liberamente instaurare il suo quartier generale in Italia: in quella Certosa di Trisulti che per secoli ha ospitato un ordine religioso che, paradossi della storia, proprio Julius Evola riteneva una delle vene superstiti della tradizione contemplativa occidentale. Ed in questa storica abbazia, prossimamente desacralizzata, Bannon (sempre parole sue) punta a costruire la sua ‘scuola di gladiatori che dovranno sostenere il futuro della destra in Europa’, ben consapevole (un po meno i suoi seguaci italiani a quanto sembra) che i gladiatori altro non erano che schiavi che combattevano per il diletto dei propri padroni e che la struttura segreta che combatté una guerra altrettanto segreta per conto degli Stati Uniti nel momento bipolare si chiamava proprio Gladio.

È dunque sul piano geopolitico che il pensiero bannoniano tradisce i suoi fini. L’incubo strategico di Washington è sempre stato la possibilità di una unione che da Lisbona arrivasse fino all’estremità opposta del vasto continente eurasiatico: Vladivostock. Per contrastare una simile eventualità, alla quale il progetto cinese della Nuova Via della Seta sembra dare realtà almeno in forma commerciale, l’ideologo nordamericano ha rispolverato l’huntingtoniano concetto di ‘scontro delle civiltà’ in cui l’Occidente vive sotto la minaccia dell’asse islamico-confuciano: dove per Islam si intende quello non addomesticato agli interessi geopolitici statunitensi. Cina, Iran e Turchia, combattive civiltà dell’Eurasia, sono i nemici dai quali un Occidente ricompattato sotto la guida egemonica nordamericana deve difendersi. E per ricompattare l’Occidente si rende necessario smantellare la recalcitrante costruzione tecnocratica europea sostituendola con una sorta di confederazione di Stati la cui pseudo-sovranità sui confini maschererebbe al contrario il totale dominio politico ed economico di Washington. Ecco spiegata quella ‘strategia bizantina’ (ben descritta da Andrea Marcigliano all’interno del volume) che, ben lungi dall’isolare gli USA nel proprio emisfero, mira invece ad usare la diplomazia in modo spregiudicato per costruire delle relazioni bilaterali tra Stati, in cui Washington abbia comunque una posizione di dominio.

Così la Nuova Europa, una volta di più americanizzata, si trasformerà nella sponda ideale per Israele (vero Polo geopolitico dell’Occidente odierno) e per le politiche di Benjamin Netanyahu: patriarca del sovranismo contemporaneo ed abile tessitore di una rete di alleanze nel mondo conservatore europeo. Se una volta Israele era l’avamposto dell’Europa nel Vicino Oriente (e su questa idea il fondatore moderno del sionismo Theodor Herzl cercò di costruire le sue fortune), oggi, l’Europa corre il rischio di trasformarsi in una sorta di retroterra israelo-americano: un territorio di esperimenti politici e perché no di guerre. L’idea bannoniana di ri-egemonizzare il continente europeo (e l’Occidente tutto) appare in tutta la sua evidenza nel momento in cui questi appoggia apertamente il TAV (progetto legato alla realizzazione di quei corridoi paneuropei approvati dallo stratega del Pentagono Zbigniew Brzezinski) ma critica fortemente il progetto infrastrutturale della ‘mercantilistica Cina’ che, di fatto, aiuterebbe quest’ultima, e larga parte del continente eurasiatico, a sfuggire al controllo dei flussi energetici da parte degli USA. Ciò appare evidente quando afferma che la Cina e l’Iran attaccano l’Occidente nel Mar della Cina e nel Golfo Persico.

A prima vista, l’idea della Cina che aggredisce l’Occidente nel Mar della Cina potrebbe sembrare un controsenso. Tuttavia, è la più evidente dimostrazione che Bannon non stia facendo altro che riproporre i classici schemi egemonici del pensiero geopolitico nordamericano. Tali schemi si fondano sul concetto di fascia di sicurezza che, in un modello di dominio talassocratico, rimpiazza quello di confine. E le fasce di sicurezza, secondo questo modello, si trovano sulle sponde opposte: ovvero, per ciò che concerne gli USA, ai confini della Russia e lungo l’intero rimland eurasiatico. Così, ogni tentativo di violare il controllo statunitense sulle fasce di sicurezza viene percepito inevitabilmente come un’aggressione ed una minaccia a degli interessi geo-strategici da difendere, pena la fine definitiva dell’egemonia nordamericana.

Zbigniew Brzezinski

In questo intenso Manifesto, erroneamente bollato da alcuni come una sorta di resa dei conti all’interno della Destra italiana tra le correnti atlantiste e quelle eurasiatiste, tutte queste tematiche sono ampiamente trattate ed approfondite. E questo ha inoltre il merito di invitare il lettore (di qualsiasi corrente politica o culturale esso sia) al risveglio, alla riscoperta della proprio autenticità contro la sottomissione a modelli culturali alieni rinforzata da una ultradecennale occupazione militare del suolo europeo.

Contro questo modello culturale, che cerca tramite Mr. Bannon di rinnovarsi per affrontare le sfide del mondo multipolare, non basta essere ‘anti’, in quanto ogni forma di pensiero contro a prescindere finisce per divenire prigioniero della problematica teorica alla quale ci si oppone. Esso va superato in primo luogo tramite il pensiero riconoscendone la sua assoluta inautenticità. E, al contempo, è necessario realizzare una volta per tutte, come sottolinea all’interno del volume con la consueta lucidità Claudio Mutti, che gli Stati Uniti, a prescindere da chi vi sia al potere, rimarranno il nemico dell’Europa finché l’ultimo militare nordamericano non avrà lasciato il suolo del Vecchio Continente.