Prossima ascesa di un ordine multipolare? Stati Uniti in declino e pronti a collaborare con le grandi potenze emergenti? Ipotesi confutate dalla realtà dei fatti: Donald Trump sta mostrando al mondo intero che Washington è ancora capace di esercitare pressione e produrre destabilizzazione ovunque posi lo sguardoL’era Obama continua ad essere ricordata con nostalgia dall’opinione pubblica americana, ma non dal Pentagono e dai nuovi inquilini della Casa Bianca, che adesso stanno lottando contro il tempo per impedire l’ascesa del tanto discusso ordine multipolare e per eliminare le ultime sacche di resistenza anti-americana ancora esistenti nel mondo, rimasugli di una guerra fredda tanto lontana quanto vicina. L’agenda estera dell’amministrazione Trump è molto esplicita e non lascia spazio ad interpretazioni arbitrarie: l’obiettivo fino al 2020 (e oltre) sarà l’indebolimento della dotazione di potere e ricchezza di tutte le grandi potenze mondiali, nel tentativo di realizzare il sogno dei neoconservatori di dar vita al nuovo secolo americano.

Una lettura approfondita della recente storia statunitense sembra insegnare una cosa: i Dem esistono soltanto per perpetuare l’agenda dei Repubblicani. I fallimenti di Jimmy Carter in Medio Oriente, in particolar modo in Iran e in Afghanistan, hanno reso possibile la vittoria di Ronald Reagan, fautore del crollo del blocco sovietico grazie alla geopolitica della fede e alla corsa agli armamenti. I fallimenti di Bill Clinton, in particolar modo in Somalia e nell’emergente lotta al terrorismo, hanno reso possibile la vittoria di George Bush Jr., il regista della guerra al terroreAllo stesso modo, Barack Obama ha commesso una serie di errori che i neoconservatori non gli hanno perdonato e che hanno utilizzato per scrivere l’ambiziosa agenda del “Make America Great Again” che ha permesso a Trump di conquistare la presidenza.

Donald Trump

Come i suoi predecessori, Trump è chiamato a svolgere una missione molto ardua, simile per ambizione e rischiosità soltanto a quella di Reagan, ossia procedere ad una ritirata strategica laddove si prospetta una guerra infinita (Afghanistan) o eccessivamente costosa e comunque conducibile altrimenti (Siria), per concentrare gli sforzi sui teatri che realmente contano: Cina, Unione Europea, Russia, Iran

Sono queste le quattro potenze che maggiormente preoccupano gli eccezionalisti americani: la Cina perché è l’unico candidato realmente capace di sfidare (e magari vincere) l’impero americano, l’Unione Europea per via delle ambizioni universalistiche della Francia e del potere economico della Germania, la Russia perché sotto Vladimir Putin sta perseguendo un disegno di rinascita neoimperiale mirante a riportare sotto la propria influenza l’ex area sovietica, e l’Iran perché rappresenta una minaccia esistenziale per gli unici alleati i cui interessi contano davvero, ossia Israele e Arabia Saudita.

Non sarà né facile né rapido cancellare l’ottennato di Obama, che ha permesso a ciascuno degli attori suscritti di estendere la propria influenza nel mondo. Trump sa di avere poco tempo a disposizione, perché i sogni eurasiatisti di Putin lentamente si concretizzano, la nuova via della seta è un lavoro in corso, l’asse della resistenza di Teheran è più che forte che mai, e l’Unione Europea è un gigante economico che risponde agli ordini di Washington a fase alterne.

È in questo contesto di caotico disordine globale che si inquadrano le numerose iniziative diplomatico-strategiche di Trump: il supporto al populismo euroscettico nell’Unione Europea per rovesciare il blocco liberale a guida francotedesca, la guerra commerciale contro la Cina per indebolirne le capacità di dar vita alla nuova via della seta, la corsa al riarmo per spingere la Russia a ripetere gli stessi errori che causarono il collasso dell’Unione Sovietica, e una meticolosa e articolata strategia per il Medio Oriente mirante a far capitolare il regime rivoluzionario iraniano.

Osservando ciascuno di questi teatri e la strategia perseguita risalta una cosa: Trump sta avendo successo e chi sostiene il contrario ignora, o conosce poco, la realtà dei fatti oppure è semplicemente in malafede. Anche le pressioni per un cambio di regime in Venezuela, che non sono recenti bensì molto datate, si inquadrano nel contesto della lotta al nascente ordine multipolare. È proprio in questo paese, l’ultimo rappresentante della sinistra rivoluzionaria ed antiamericana insieme a Cuba e Nicaragua, che infatti si mescolano ed incrociano gli interessi di Cina, Russia, Iran ed anche Turchia.

Nicolas Maduro

Porre fine al chavismo significa colpire ognuno dei paesi summenzionati, oltre che accelerare la caduta dei regimi sandinista (alle prese con una quasi-guerra civile) e castrista (soffocato da nuove sanzioni). Non sorprende quindi che tra i sostenitori di Maduro figurino proprio questi paesi, ognuno legato all’erede di Hugo Chavez per ragioni diverse, ma con un unico filo conduttore: avere una rosa avvelenata nel cortile di casa degli Stati Uniti.

La Russia e la Cina hanno infatti all’attivo numerosi accordi di cooperazione energetica ed economica con il Venezuela, il paese con le più ingenti riserve di petrolio del mondo, mentre per l’Iran è vitale una Caracas antiamericana in quanto testa di ponte per la penetrazione del subcontinente con uomini di Hezbollah sin dall’epoca ChavezFrancia e Germania hanno immediatamente seguito il volere di Washington, nel timore di una nuova stagione di faide commerciali e nella speranza che Trump cambi idea su di loro, spingendo per far riconoscere agli altri paesi dell’Ue Juan Guaidó come legittimo presidente.

Juan Guaidó

Ma in questo scontro periferico per l’egemonia globale è coinvolta anche un’altra potenza, sebbene se ne parli poco: il VaticanoL’attuale pontefice è stato eletto essenzialmente per un motivo: arrestare il processo di de-cattolicizzazione dell’America Latina eterodiretto da Washington. E nessuno, meglio di Francesco I, un nativo del posto e quindi profondo conoscitore delle dinamiche interne, sarebbe in grado di compiere tale missione. I posteri giudicheranno il successo del papa argentino nella lotta alla proliferazione delle sette evangeliche, ma nel frattempo è doveroso comprendere che la guerra d’informazione contro il Vaticano e gli scandali ad orologeria che stanno minando la credibilità di questo pontificato sono legati alla guerra di Trump al multipolarismo.

È infatti Francesco I ad aver spinto il Vaticano a lavorare seriamente per la costruzione di un ordine multipolare approfondendo le relazioni con l’Iran, sostenendo l’accordo sul nucleare ebenedicendo l’operato del presidente Hassan Rouhanicon la Russia, siglando uno storico accordo multitematico con il patriarca della chiesa ortodossa russa Cirillo I a Cuba; e con la Cina, siglando l’intesa per la nomina sui vescovi e pianificando la prima visita di sempre di un pontefice in Corea del NordTutto questo è avvenuto sullo sfondo degli attacchi costanti al populismo sovranista di destra, che curiosamente e ugualmente all’evangelicalismo atlantico difende l’identità giudeocristiana della civiltà occidentale ma critica duramente il Vaticano, e dell’appoggio alla morente sinistra antiimperialista latinoamericana.

Papa Francesco

Il Vaticano ha già messo in moto l’apparato ecclesiale venezuelano per provare a costruire un canale di dialogo tra esecutivo ed opposizione nella speranza di sortire lo stesso effetto della Colombia, dove il ruolo pontificio è stato essenziale nel raggiungimento degli accordi di pace del 2016 tra governo e FarcAllo stesso modo, anche Russia e Cina, affiancate da Messico e Uruguay, stanno adoperandosi per evitare un cambio di regime violento, scongiurare una guerra civile, proteggere Maduro e convincere l’opposizione a dialogare.

Il Venezuela è importante, certo, ma non solo per via delle sue preziose riserve di petrolio. In gioco non c’è soltanto la libertà del popolo venezuelano, ma il destino delle relazioni internazionali e dell’egemonia americana.