Nel 1823 John Quincy Adams formulò per l’allora presidente James Monroe quella che gli storici ritengono sia la prima manifestazione teorica dell’imperialismo americano: la dottrina Monroe. Sulla base di questa dottrina, gli Stati Uniti si sarebbero arrogati, da quel momento in avanti, il diritto di intromettersi negli affari interni del continente, opponendosi con forza ad ogni tentativo da parte europea di fare altrettanto. L’America Latina fu presto ribattezzata il cortile di casa, un territorio in cui la presenza di stati sovrani ed indipendenti era considerata un incidente storico rimediabile soltanto attraverso una presenza ingerente, continua ed asfissiante.

I colpi di Stato pilotati per far cadere governi scomodi iniziarono già nell’ultimo quarto dell’Ottocento, spesso con l’aiuto di importanti compagnie multinazionali ivi aventi lucrosi affari, come la United Fruit CompanyCon l’avvento della guerra fredda, la pressione statunitense sul subcontinente diventò ancora più insidiosa e violenta, palesandosi in sanguinosi golpe, come quello cileno del 1973, guerre civili pluridecennali, come quella nicaraguense e guatemalteca, e feroci dittature militari, come quella di Augusto Pinochet in Cile, il regime dei gorillas in Brasile, e il cosiddetto processo di riorganizzazione nazionale in Argentina. Centinaia di migliaia le vittime della longa manus nordamericana su quello che Pablo Neruda aveva ribattezzato il “continente martoriato”.

Augusto Pinochet e George H. W. Bush nel 1990

Soltanto un paese è sopravvissuto agli orrori dell’operazione Condor: Cuba, ma ad un costo sociale ed economico elevatissimo. Senza il continuo supporto di paesi alleati, come Russia e Cina, il paese sarebbe soffocato già da decenni sotto i colpi del duro embargo e delle sanzioni internazionali, ed è comunque rimasto bloccato in un limbo socioeconomico al quale neanche la semi-autarchia, ed il credito e le risorse strategiche estere hanno potuto rimediare.

La fine della guerra fredda e l’emergere di nuove priorità provenienti da Balcani, Asia e Nord Africa permettono al retroterra politico in subbuglio del subcontinente di riorganizzarsi e tentare un nuovo assalto anti-imperialista. È così che nel contesto del graduale termine del contenimento anticomunista (quindi delle dittature militari e delle guerre civili), la sinistra rivoluzionaria riesce a costituirsi partito in numerosi paesi ed ottenere potere politico grazie al voto di milioni di cittadini stanchi della sottomissione subita nei decenni precedenti.

Nicaragua, Ecuador, Brasile, Venezuela e Bolivia diventano il cuore della cosiddetta “nuova sinistra“, governati per decenni da partiti miranti alla costruzione di quello che l’ex presidente ecuadoriano Rafael Correa ha definito il socialismo del XXI secolo. Nel 2004 i governi di Venezuela e Cuba danno vita all’Alleanza bolivariana per le Americhe (ALBA), nella quale subentrano più tardi Ecuador e Nicaragua. Nello stesso periodo uno dei sogni di Bush Jr, l’area di libero commercio delle Americhe (ALCA), naufraga contro l’opposizione proveniente dai paesi guidati da giunte di sinistra, con in testa il Brasile di Lula.

Da sinistra, Hugo Chavez, Evo Morales, Lula, Rafael Correa

Anche per Barack Obama, la priorità resta la guerra al terrorismo in Medio Oriente e Africa inaugurata dal predecessore, che viene appunto intensificata, degenerando infine in una lotta per la caduta di regimi ostili attraverso rivoluzioni pilotate, le primavere arabe, e interventi militari, come in Libia.

A parte il bellicismo in Medio Oriente e la durezza nei confronti della Russia, Obama ha comunque mostrato volontà di reale cambiamento con riguardo a diversi teatri geopolitici, come Cina, Unione Europea, Iran e America Latina. Un cambio di rotta palesato soprattutto nella normalizzazione delle relazioni con Cuba e nello storico incontro con Hugo Chavez avvenuto nel 2009.

Ma la vittoria di Donald Trump ha riportato al potere la corrente ideologica più radicale degli Stati Uniti: quella dei neoconservatori, eccezionalisti del nuovo secolo che mescolando messianismo, fatalismo e sciovinismo, vedono ancora negli Stati Uniti quell’impero della libertà teorizzato da Thomas Jefferson che, guidato dal suo manifesto destino, ha la missione storica, e divina, di diffondere la civiltà nel mondoRiprendendo l’utilizzo di riferimenti religiosi tanto caro a Bush padre e figlio, ed in generale ai politici repubblicani, Trump ha fatto propria un’agenda estera che fino al momento dell’elezione aveva promesso all’elettorato che non avrebbe seguito.

Con l’eccezione di alcune ritirate strategiche, dettate da motivi pragmatici e urgenze maggiori, Trump sta guidando le relazioni internazionali verso il caos, con l’obiettivo di annullare le aperture al multipolarismo dell’era Obama e concretizzare quel “Make America Great Again” nell’affermazione di un mondo unipolare a guida statunitense.

Obama e Chavez

Togliere gli occhi da teatri perduti come Siria e Afghanistan significa avere maggiori risorse da dedicare a teatri in cui il potere del denaro, delle sanzioni e dello strumento militare possono ancora volgere la sorte in favore di Washington. Ed è questo il caso dell’America Latina: una regione trascurata da Bush Jr ed ancora di più da Obama, ma che deve essere riportata completamente nella sfera d’influenza nordamericana ai fini dell’egemonia mondiale.

Non è infatti possibile immaginare di poter controllare le dinamiche di un continente oltreoceano quando non si è in grado di controllare quelle interne al proprio, e questo alla Casa Bianca lo sanno bene. L’arresto di Lula, la caduta del Brasile sull’orlo della quasi-guerra civile e l’ascesa di Jair Bolsonaro sono eventi guidati dallo stesso filo conduttore e che, soltanto adesso, possono essere letti e compresi grazie ad un giusto distaccamento.

La riconquista dell’America doveva partire necessariamente dal Brasile, la prima potenza regionale, per passare poi attraverso le ultime sacche di resistenza antiamericana ancora presenti, ossia: Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivia.

Cuba è soffocata dall’incubo recessione, complice l’annullamento degli accordi di normalizzazione siglati con Obama e l’entrata in vigore di nuove sanzioni, sullo sfondo di una difficile transizione verso il post-castrismo e dell’assenza di statisti della caratura di Fidel Castro. Il Nicaragua è dall’aprile scorso ripiombato nella guerra civile, sino ad oggi oltre 500 morti e 3mila feriti, ed è stato anch’esso fatto oggetto di nuove sanzioni. La Bolivia ha sino ad oggi mantenuto un basso profilo, nella consapevolezza che ogni passo falso potrebbe renderla la prossima a finire nel mirino statunitense. Ma la retorica anti-imperialista e l’antiamericanismo continuano a permeare il discorso politico, e sono sempre più forti le indiscrezioni circa l’apertura di un fronte boliviano a tempo debitoÈ il Venezuela, però, il vero obiettivo di Trump e non si tratta soltanto di allungare le mani sulle riserve petrolifere più importanti del mondo.

In Venezuela si giocano contemporaneamente quattro partite: Cina, Russia, Iran, sinistra rivoluzionaria latinoamericana. Far cadere Maduro, e di conseguenza il sistema economico costruito dal chavismo, significa infatti colpire duramente la Cina, che è il principale investitore nell’economia e nel settore petrolifero venezuelani; la Russia, che ha sfruttato l’antiamericanismo bolivariano come testa di ponte per ridare vita ad una piccola sfera d’influenza nella regione; l’Iran, che ha trasformato Caracas in uno dei principali punti operativi di Hezbollah (presente ormai in ogni paese latinoamericano e coinvolto sia in attività di intelligence che traffici illeciti), e la morente sinistra rivoluzionaria.

Nicolas Maduro

Un nuovo leader, magari come Bolsonaro intrinsecamente filoamericano, avvierebbe una trasformazione profonda del paese, secondo i dettami di Washington, riducendo sensibilmente la presenza di Cina, Russia e Iran e tagliando definitivamente con Nicaragua, Bolivia e Cuba – tre paesi il cui collasso economico è stato finora evitato anche grazie al petrolio venezuelano. Nel tentativo di spingere Russia e Cina ad abbandonare Maduro, l’autoproclamato presidente Juan Guaidò ha dichiarato che lui soltanto sarebbe capace di ripagare i debiti contratti dal Venezuela con i due paesi, ma si tratta di frasi di circostanza dettate da ragioni strategiche.

Le vere promesse di Guaidò che è doveroso considerare, per comprendere quale direzione prenderà il paese qualora dovesse cadere il chavismo, sono infatti le seguenti: la privatizzazione del settore petrolifero, una nuova stagione diplomatica all’insegna di rapporti stretti ed amichevoli con Stati Uniti ed Israele.

Maduro non possiede lo stesso carisma del predecessore, la guerra economica accompagnata dalla mala gestione della ricchezza nazionale ha ridotto ampi livelli della popolazione allo stremo e, inoltre, alla Casa Bianca rivogliono indietro il proprio cortile di casa. Per via di queste ragioni non è dato sapere quanto Maduro riuscirà a restare al potere, mentre è certo che si prospettano lunghi anni di sofferenza economica per il popolo venezuelano.

Anche se dovesse cadere Ortega in Nicaragua, non trattandosi di un paese vitale ai fini della stabilità dell’asse della sinistra rivoluzionaria, Cuba e Venezuela potrebbero ancora resistere. Ma la caduta di uno dei due, o di entrambi, sancirebbe la riconquista definitiva dell’America Latina da parte degli Stati Uniti e, con essa, la possibilità di concentrarsi con ogni mezzo disponibile sugli altri fronti che ostacolano il sogno di un nuovo secolo americano: Cina, Russia e Iran.