Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, dietro un grande politico c’è sempre un grande staff e dietro Trump c’è sempre Roger Stone, solo che a volte non si vedeSenza sminuire i consulenti politici di cui si è circondato The Donald, si può dire con certezza che la sua comunicazione e alcune fasi cruciali della sua campagna elettorale, siano frutto della mente di Roger Stone, il lobbyista più noto d’America. Un dandy machiavellico e politicamente scorretto, che ha calcato la scena politica repubblicana sin dagli anni ’70.

Roger Stone

Figlio di una famiglia di blu collar italo-ungheresi di Lewisboro (NY), già membro dei giovani repubblicani, nel ’72 fu assunto nello staff elettorale di Richard Nixon. Mollata la George Washington University, fu agli ordini della Special Investigation Unit, spregiudicata accolita di lobbysti del Presidente. Più giovane imputato nello scandalo Watergate, che travolse i suoi mentori e da cui uscì indenne, maturò ammirazione fideistica verso Dick. Descritto da Stone come un eroe resiliente, affossato dalla perfida elite democratica, incarnò la sua idea di pragmatismo antielitario ed ultra-americano. Ad eterna memoria, ne porta il volto tatuato sulla vasta schiena da body builder.

Per sua stessa ammissione, da lui ha imparato tutto: dal distruggere un avversario, a marinare le olive per il cocktail martini, di cui è indissetabile bevitore. Ad oggi l’ufficio di Stone è la più completa collezione privata di gadget, foto e memorabilia del presidente Repubblicano. È per Nixon che il giovane Roger mise in atto il suo primo dirty trick, ai danni di Pete McCloskey, sfidante alle primarie GOP del ’72, in New Hampshire. Incaricato da Charles Colson, capo delle relazioni esterne della Casa Bianca, avrebbe dovuto presentarsi all’avversario di Nixon, come filantropo omosessuale e con un cospicuo assegno di finanziamento. Preferì inviare al contendente una donazione da parte della inesistente Young Socialist Alliance, chiedendo una ricevuta che certificasse la sovvenzione. McCloskey accettò di buon grado e young Roger, inviò il tagliando direttamente al quotidiano dello stato Manchester Union Leader. Il titolo che ne risultò, fu il primo agguato di sua matrice:

McCloskey prende i soldi dai commies!

Nixon  risultò il favorito.

Il tatuaggio di Nixon tatuato sulla schiena

Responsabile comunicazione del comitato elettorale di Ronald Reagan nel 1976, un anno dopo venne eletto presidente dei Giovani Repubblicani. Le conoscenze coltivate nell’associazione risultarono provvidenziali nel 1980, quando fondò insieme ai colleghi Charlie Black e Paul Manafort la società di lobbying BMS. Quello spavaldo gruppo di giovani reaganiani, un po’ yuppies e un po’ rockstar, costitutì lo zoccolo duro della comunicazione politica del GOP fra anni ’80 e ’90. Senza disdegnare di rappresentare figure controverse, come i dittatori Siad Barre (Somalia), Mobutu (Zaire) e Ferdinand Marcos (Filippine), portò senza troppe doglianze il soprannome “Torture’s Lobby”, affibbiatogli dai detrattori.

Fu in quegli anni che nacque il rapporto fra Donald Trump e il Dark Lord dei political advisers. I due fuorono presentati da Nixon, in virtù della stima reciproca fra il tycoon e l’ex POTUS.

Roger Stone con Paul Manafort e Charlie Black.

L’ascesa di Stone, enfant prodige della comunicazione politica, showman del lobbying, si interruppe bruscamente a metà anni ’90. Dopo tanti “omicidi mediatici” su commissione, nel 1996 il metodo dei “dirty tricks” si rotorse contro il suo maestro. Sulla prima pagina del rotocalco National Enquirers, comparve la news che consegnò Stone e la moglie Nydia alla mangiatoia mediatica. Oggetto della giornalata, la vita sessuale pecoreccia della coppia.

Stone e signora, una procace milf cubano/americana, erano descritti come frequentatori delle più altolocate orge d’America. A corroborare i fatti: foto osé dei due e inserzioni pubblicitarie nella rivista per scambisti Swing Fever:

calda e insaziabile signora e il suo bel marito body builder. Contattateci. No brutti, no ciccioni.

L’episodio danneggiò gravemente il consulente politico, allora parte della campagna presidenziale del super-conservatore Bob Dole. Non furono sufficienti le smentite pubbliche, Stone fu costretto a dimettersi dallo staff. Ferito profondamente dalla vicenda, che gettò la sua famiglia nel tritacarne, si ritirò dalla ribalta, bandito dal GOP e da Washington. Dedicatosi nell’ombra al mestiere di lobbysta, covò un velenoso desiderio di vendetta. Amareggiato dall’ipocrisia unilaterale, coltivò un nuovo profilo ideologico libertario, rivolgendo la sua attenzione a campagne pro diritti LGBTQ (si definisce un try-sexual) e legalizzazione della marijuana. Più resiliente ed incazzato che mai, nacque il Roger Stone che oggi conosciamo: eccessivo, nichilista ed antiestablishment.

Roger Stone al Gay Pride

Colpito da una fascinazione simile a quella per il vecchio presidente, Stone rappresenterà Trump fino al 8 agosto 2015, giorno di burrascosa chiusura dei rapporti. Nel perfetto stile di due prime donne, Donald disse di averlo cacciato, Stone invece optò per la versione “Me ne sono andato io”. Il primo prediligeva roboanti rally elettorali e copertura mediatica fornita dalle sparate politicamente scorrette; il secondo era più incline per lo shit-storming strategico, fatto di analisi, sondaggi e pubblicità, malvagio ma vecchio stile. In nome della resilienza nixoniana, dopo il licenziamento Stone si adattò alla situazione, disse «È la mia Elba, non la mia Sant’Elena». Ne approfittò per giocare il ruolo che più gli si confà, quello del fiancheggiatore a distanza. Così, da battitore libero, creò il comitato civico in opposizione a Hillary Clinton, Citizen United Not Timid. L’acronimo “CUNT” “puttana”, finì affiancato al nome della democratica. Il continuo tiro al bersaglio proseguì a suon di colorite insinuazioni, le più note: Hillary è lesbica e Bill è un cocainomane che ha fatto uccidere il gatto di una delle donne che lo accusavano di molestie.

Al netto di ogni insulto, il contributo di Stone alla campagna di Trump, è stato diffondere la convinzione che il magnate potesse rappresentare la classe media tradita. È nella narrazione del self-made man, condivisa e messa in campo dall’adviser, che sta il successo politico del 2016, basato sull’appeal elettorale rivolto alla “reaganiana” maggioranza silenziosa. Anche lo stile con cui Stone si esprime sui social-media, politicamente scorretto ed aggressivo, si apparenta con quello di Trump.

Nel 2016, in piena campagna elettorale, fu bandito dai programmi di CNN e MSNBC. Vennero incriminati i tweet che rivolse a due giornalisti delle emittenti. Roland Martin della CNN, era definito “Stupido negro” oppure “Grassone negro”. La giornalista Ana Navarro invece venne etichettata quale “Diva bitch”. Non contento, il principe dei provocatori, rincarò dicendo di immaginare la donna nell’atto di suicidarsi. Mesi più tardi, alla trasmissione On Point di Tom Ashbrook, puntualizzò che le esternazioni su Martin erano un “Two martini tweet” per il quale si scusava. Su Navarro invece, sottolineò di non capire perché ricoprisse il posto di commentatrice, nonostante la sua incompetenza.

Nel marzo del 2016, il National Enquirer, rivelò presunte liaisons amorose di Ted Cruz, sfidante di Trump alle primarie e uomo sposato. Non si fece attendere il commento di Stone:

Queste storie su Cruz giravano da tempo e dove vedo fumo vedo fuoco.

Cruz negò tassativamente, accusandolo di aver orchestrato la campagna mediatica. Ancora, nel giorno della convention repubblicana di Cleveland, il dark master minacciò di voler usare i suoi attivisti di Stop The Stealt, contro i delegati che avessero ostacolato Trump, con la loro opposizione interna. Ted Cruz rispose duramente

Non so se la prossima cosa che vedremo, saranno i rappresentanti che si svegliano con teste di cavallo nel letto. Dobbiamo denunciare Stone.

Le fasi finali della campagna presidenziale del 2016, continuarono a vederlo come marcato supporter per The Donald. Il suo appoggio al tycoon, fu tanto influente da far assumere come consulente politico alla campagna, l’ex socio Paul Manafort. Ad appena due mesi dal suo controverso licenziamento, Stone tornò in sella. Dimostrò all’opinione pubblica americana di poter esercitare tutto il suo potere, anche da fuori dello staff elettorale.

Ted Cruz

L’elezione di Trump e il gioco comunicativo che gli fu necessario, sono il più grande successo professionale di Stone. L’aver portato alla ribalta un’outsider non convenzionale, demolendo sia l’establisment democratico che repubblicano, è la vittoria che cercava da due decenni e con ogni mezzo possibile. La corsa a Washington del POTUS ossigenato, non sarebbe stata possibile senza il suo stratega. Lo stregone della politica americana, ha fatto di quel successo il manifesto del suo personale antielitismo, libertino e libertario. In perfetto stile nixoniano, opportunista e politicamente scorretto, ha compiuto la sua vendetta, macinando i dem post Obama e i repubblicani neoliberisti.

Oggi sono proprio i suoi giochi sporchi ad averlo messo nei guai. Secondo il procuratore Robert Mueller, i dirty trick messi in atto durante la campagna di Trump, varrebbero i sette capi d’accusa che gravano sul consulente, cinque dei quali per falsa testimonianza. Stone dichiarò al Congresso di non aver tentato di ottenere e-mail trafugate dal comitato elettorale democratico, era il 26 settembre 2017. Il gran giurì invece, sospetta che l’adviser avrebbe procurato allo staff di Trump i documenti rubati dal team Dem, hackerati da 007 russi e forniti da Julian Assange.

Se si verificasse quel parere, stone risulterebbe coinvolto nel tentativo russo di influenzare la campagna presidenziale Americana del 2016. Il vecchio Roger, dichiaratosi innocente, ha fatto sapere che in nessuna circostanza dichiarerebbe falsità contro il presidente Trump. Dopo l’arresto show di venerdì 24 gennaio, nella sua casa di Fort Lauderdale (Florida), il lobbista ha accusato Mueller di usare metodi d’indagine in stile Gestapo.

Roger Stone fuori dal tribunale federale di Fort Lauderdale il 26 gennaio.

Fuori dal tribunale federale, dopo il rilascio su cauzione da 250’000 dollari, ha assicurato di voler combattere con ogni sua forza per la propria libertà. Alzando le dita in segno di vittoria, gesto tipico di Richard Nixon, ha esclamato “I will be vindicated.”

In gergo giuridico significherebbe “Sarò scagionato”, ma potrebbe anche letteralmente significare “Sarò vendicato”. Per Stone invece vuol dire una sola cosa, che è iniziata una nuova guerra. La data della prima comparizione, dinanzi al suo nuovo nemico Mueller non è certa, sicuro invece è che Stone combatterà con proverbiali opportunismo e spietatezza.