Che questa Europa – come se ce ne fosse un’altra da tirare fuori dall’armadio – non funzioni affatto è cosa ovvia per gli addetti ai lavori. Pochi giorni fa chi scrive ha partecipato a un seminario in università sui macroscopici squilibri nelle bilance dei pagamenti dei vari paesi. Alla mia domanda sulla sostenibilità a lungo termine di un sistema commerciale e monetario integrato su questi presupposti il relatore ha risposto che ovviamente non può reggere e la prima trave che rischia di frantumarsi è la moneta unica. Tutti gli economisti sanno che l’Europa è destinata allo schianto e nei seminari e nelle conferenze lo dicono, negli articoli lo scrivono, salvo poi rimodulare il tutto in pubblico, quando dal dibattito economico si passa al politico-economico, che è tutt’altra cosa. E così giriamo nella cara vecchia Europa in stato confusionale e un filo schizofrenico, perché quasi nessuno in fondo sa come siamo arrivati a questo punto.

Visto che l’Unione europea si è presentata come sorella minore dell’idea di Stati Uniti d’Europa, confrontiamola agli Stati Uniti d’America per capire che non basta ammucchiare stati per creare una federazione. Gli Usa sono nati seguendo quella direttrice storica propria di tutte le compiute federazioni del mondo (Usa, India, Canada, Australia): un vasto territorio è abitato da popoli indigeni; giunge una potenza straniera che fa scempio della popolazione e delle risorse naturali; si impianta un’amministrazione vassalla alla potenza conquistatrice mentre le élite locali vengono plasmate secondo la cultura degli invasori; il tempo passa, la colonia si sente sempre più indipendente e conquista infine, con più o meno violenza, la propria autonomia; degli indigeni oggi quasi non c’è più traccia (ad eccezione dell’India).

La dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America (John Trumbull, 1817–1818)

Quelli che noi chiamiamo americani, a ben vedere, non sono così tanto americani, essendo nipoti e pronipoti di europei, africani e latino-americani. Ad ogni modo, senza l’America, senza gli Stati Uniti, gli americani non sarebbero quelli che conosciamo. Gli europei, invece, senza l’Unione europea, esisterebbero comunque? Ecco l’equivoco: quella che comunemente chiamiamo Europa è un’istituzione sovranazionale partorita nell’ultimo mezzo secolo mentre la vera Europa è un’entità geopolitica e culturale dalla storia millenaria, la culla della civiltà occidentale. Di qui la gran confusione quando si parla di Europa: chiamare Europa l’Unione europea e considerare la seconda sublimazione politica della prima.

Si può essere europei senza far parte dell’Ue – come svizzeri, norvegesi e anche britannici – ma non è vero il contrario. La storia europea non ha alcun tratto in comune con la storia di Usa, Canada, India e Australia, bisognerebbe quindi star bene attenti quando si parla di federazione europea o di Stati Uniti d’Europa, dal momento che potrebbe trattarsi di un progetto fuori tempo, nel senso più neutro dell’espressione. La vera domanda allora non è quella che solitamente ci si pone, ossia se i popoli europei abbiano davvero bisogno dell’Unione europea. La vera domanda è: l’Unione europea ha bisogno degli europei? Se quanto scritto finora è corretto la risposta potrebbe essere no, e qui iniziano i guai grossi.

L’Ue nasce alla fine del ‘900, un secolo che ha visto il terreno europeo mutarsi da cabina di regia del mondo a terreno di conflitto: prima le trincee, poi la Cortina di ferro. Nel 1910 i capi di Stato di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti potevano comodamente incontrarsi a Parigi e decidere le sorti del mondo; dopo il 1945 non sarà più possibile. Il mondo si divide in blocchi e l’Europa con esso. Quando il blocco comunista collassa i conflitti tra le nazioni europee non sono ancora sopiti: dopo la caduta del Muro di Berlino Helmut Kohl, cancelliere della Repubblica Federale, annuncia la riunificazione della Germania. La storia europea muta il proprio corso. Alla notizia dell’annuncio di Kohl Francois Mitterrand, presidente francese, diventa furente: incontra Margaret Thatcher, premier britannica, allarmata anche lei per la riunificazione.

Mitterrand teme che la Germania possa conquistare «più territorio di quello preso da Hitler, e l’Europa ne pagherà le conseguenze». Nel frattempo anche Andreotti esprime con umorismo la propria preoccupazione: «amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due». Tutti i leader europei si recano oltre Cortina per incontrare Michail Gorbačëv, capo dell’URSS, e tutti gli chiedono la stessa cosa: opporsi con ogni mezzo alla riunificazione tedesca e mantenere saldo il Patto di Varsavia. Una richiesta del genere fatta a Mosca vuol dire una cosa sola: se necessario, prepara l’Armata Rossa. Non deve stupire, ricordano tutti distintamente la Wermacht, le SS e la Gestapo, erano più che ventenni all’epoca. Quel che stupisce è che ciò accade nel dicembre 1989, neppure tre anni dopo saranno firmati i Trattati di Maastricht.

Andreotti e Mitterand in prima fila a sinistra e Margaret Thatcher defilata a destra

Qualcosa non torna. Gli stessi leader che avrebbero fatto di tutto per lasciare la Germania divisa in due, la caricano poco dopo sul carro trionfale dell’Unione europea. Qui entra in scena l’euro, la chiave di volta dell’Ue. Chi sostiene che l’euro sia semplicemente una moneta non ne ha capito la reale natura: l’Euro è il cemento dell’edificio europeo. Senza di esso, dopo la riunificazione della Germania, l’Ue non sarebbe potuta nascere. Perfetto esempio di eterogenesi dei fini, la moneta unica, nella testa dei leader francesi e britannici in primis, sarebbe dovuta essere quella di tenere a bada la Germania imbrigliandola in un sistema monetario guidato dalla Bce, una banca indipendente dai governi e dall’Ue. Includere la Germania nelle varie istituzioni – Commissione, Parlamento e Consigli – avrebbe inoltre consentito a tutti i governi europei di concertare le politiche continentali, così che il potere tedesco ne risultasse compresso.

Ovviamente non fu solo la paura per il potenziale espresso da 80 milioni di dinamici e nuovamente uniti tedeschi a spingere verso l’unione: covava da tempo un desiderio diffuso e sincero. Modi e tempi provano però che la fretta e la paura hanno giocato un ruolo distorsivo e che l’approccio funzionalista è stato probabilmente tra i meno intelligenti: si pretese che dalla graduale fusione dei settori in cui si articola il potere istituzionale dovesse ovviamente conseguire l’unione federale degli stati. Mai previsione fu più sbagliata. Come si può procedere all’unione monetaria senza l’unione politica né quella culturale?

Il sospetto che il repentino concepimento dell’euro fosse motivato dalla volontà di privare la Germania del marco è più che lecito. Prova ne è che l’euro venne osteggiato apertamente dai governatori delle banche centrali – nonché sconsigliato da buona parte della comunità scientifica internazionale – i quali pronosticano che la moneta unica, impedendo l’aggiustamento del tasso di cambio, avrebbe portato i paesi deboli a diventare più deboli e i forti più forti. Nonostante ciò Delors – allora presidente della Commissione – gestì egregiamente l’opposizione: incaricò i governatori di decidere quali regole sui bilanci pubblici introdurre qualora la discussione politica intorno all’euro maturi in un suo compimento. I governatori, consci che sarebbe stato difficilissimo tenere in piedi l’euro, non ebbero dubbi: bisognerebbe seguire il modello della Bundesbank tedesca, il più rigido e l’unico praticabile, che ha come scopo principale la stabilità dei prezzi, ossia combattere l’inflazione. Quello che era per i banchieri un puro esercizio tecnico diventa realtà: prima con l’ecu (un regime di cambi fissi per le transazioni internazionali) che serve a testare la stabilità della moneta unica, poi con la definitiva introduzione dell’euro. È il 2002.

Jacques Delors

Nei primi anni l’euro subisce una drastica svalutazione che consente ai paesi periferici di respirare, inoltre le condizioni globali sono favorevoli, non ci si rende conto dell’intrinseca debolezza della moneta unica, che si manifesta invece fin dallo scoppio della crisi del 2008. Ma cos’ha di così problematico l’euro da essere stato dichiarato insostenibile da molti economisti? Nel 1957, quando cioè tutto il mondo era legato al dollaro da un regime di cambi fissi noto come Sistema di Bretton Woods, James Meade (premio Nobel per l’economia) scrisse che l’Europa non poteva permettersi di vincolarsi a cambi fissi se avesse voluto procedere all’integrazione economica, perché avrebbero costretto i paesi deboli a importare le politiche deflazionistiche dei paesi forti. Questa semplice verità economica è stata ribadita decenni dopo da altri Nobel come Paul Krugman e Joseph Stiglitz, rimasti evidentemente inascoltati dai politici che, intendendo portare a compimento il sogno europeo secondo l’approccio funzionalista, hanno finito per dar vita a un gigantesco super-stato caratterizzato da evidente deficit democratico e da una burocrazia pachidermica ma privo di quei tre requisiti fondamentali che rendono un’istituzione uno Stato sovrano: il monopolio dell’uso coercitivo della forza; il monopolio fiscale; il monopolio nel battere moneta.

Piccola parentesi nazionale: la nascita dell’Ue è stata salutata con molto favore dagli italiani, convinti che entrare nel super-stato avrebbe costretto i governi italiani a “rigare dritto” e avrebbe rafforzato l’economia grazie all’euro. È il cosiddetto vincolo esterno. Pochi però si resero conto che entrare in un sistema disfunzionale avrebbe minato le basi dell’economia italiana; si era troppo occupati a esultare per la fine dell’era tangentopoli. Ancora oggi molta intellighenzia italiana non ha capito le implicazioni dell’Ue e dell’euro, visto che continua a elogiare modelli stranieri, a tifare spread, a chiedere l’intervento esterno: a prescindere dalle preferenze politiche, siamo tutti sulla stessa barca e tifare tempesta è da stupidi.

Da anni la Germania adotta politiche che mirano a tenere artificialmente bassi i salari, nonostante l’incremento di produttività. La svalutazione interna rende i prodotti tedeschi estremamente competitivi sul mercato, creando gravi squilibri all’interno dell’eurozona.

Gli squilibri commerciali tra i paesi europei sono esplosi con la crisi e l’euro non può essere una soluzione, come anche Prodi e Amato, tra i creatori della moneta unica, hanno ammesso. Il perché risiede nelle parole di Meade. Importare le politiche deflazionistiche vuol dire in sostanza adattarsi al modello tedesco, che ha delle caratteristiche elementari opposte al modello italiano. Da decenni in Germania si tengono artificialmente bassi i salari, non adeguandoli alla produttività del lavoro, che invece cresce costantemente. Il surplus così ricavato equivale a profitto per i capitalisti e a merci e servizi da piazzare nei mercati esteri, essendo compressa la domanda interna. Per rendere allora i prodotti tedeschi competitivi si mantiene (è questo in fondo il compito della Bundesbank) il livello dei prezzi sistematicamente più basso rispetto ai paesi esteri. In altre parole, essendo l’inflazione tedesca sistematicamente più bassa, le merci tedesche sono sempre competitive sui mercati internazionali.

In condizioni di flessibilità del cambio questo gap si colma attraverso un automatico aggiustamento del tasso di cambio, per cui il marco si apprezza rispetto alle altre valute, che di riflesso si svalutano rispetto al marco, riportando il prezzo di merci simili ad un livello equivalente. Con l’introduzione della moneta unica questo meccanismo di aggiustamento ovviamente viene meno: il modello tedesco risulta allora aggressivo, scoordinato e minatorio rispetto ai sistemi economici dei paesi concorrenti, Francia e Italia. Non potendo alterare il cambio i paesi europei devono procedere per svalutazione interna, ossia con l’abbattimento del costo del lavoro, che dalla parte del lavoratore vuol dire taglio dei salari, licenziamenti e compressione dei diritti. Solo così si può guadagnare la competitività persa. Nel frattempo però per l’azione congiunta di svalutazione interna e crisi economica globale, l’intero tessuto industriale italiano è stato frantumato, senza che la Bce potesse far qualcosa, dovendo per statuto occuparsi della stabilità dei prezzi, sacrificando a questo obiettivo tutti gli altri, occupazione compresa: ecco il significato di «importazione delle politiche deflazionistiche».

Per dirla con le parole di Luigi Zingales, i tedeschi, col costo del denaro che è la metà del nostro possono permettersi di venire in Italia, comprare le nostre fabbriche e chiuderle per sbarazzarsi della concorrenza: il rischio è trasformarsi nel Sud d’Europa. E come se le disfunzioni strutturali dell’eurozona non bastassero, l’Italia ferita dalla crisi è stata costretta dall’Ue – di cui la Germania stessa è diventata leader indiscussa – a introdurre una serie di politiche di austerità che hanno aggravato le condizioni economiche, come il Fondo Monetario Internazionale ha riconosciuto. E così, avanzando i cosiddetti partiti sovranisti, frantumandosi la coesione sociale e internazionale, dopo aver abbandonato quache paese al proprio destino, giungiamo ai nostri giorni.

L’inflazione europea segue strettamente quella tedesca. La BCE è modellata sulla falsa riga della Bundesbank.

Come si è potuto constatare da questa brevissima ricostruzione storico-economica, la fondazione dell’Ue è strettamente legata alla divisione in blocchi dell’Europa, quella dell’euro alla paura per la riunificazione tedesca, quella della Bce alla rigidità del modello tedesco. La conclusione cui si deve giungere non è che bisogna scatenare i peggiori sentimenti anti-tedeschi oppure che uscire dall’euro sia la panacea di tutti i mali, e neppure che riaccendere i focolai del nazionalismo serva a qualcosa. Ciò che occorre è semmai consapevolezza del fatto che quella che si credeva essere l’incarnazione del sogno europeo di Spinelli è il frutto marcescente e burocraticamente kafkiano di mille calcoli politici divergenti e scoordinati.

La carica valoriale positiva del sogno si scontra con la realizzabilità pratica del progetto, i cui limiti sono invisibili solo agli analfabeti economici. Possiamo decidere che tutto sommato ci sta bene, a conti fatti l’integrazione europea ha garantito settant’anni di pace, ma se tutto quanto è stato espresso in questo articolo ha un fondamento, alla pace in senso bellico si è sostituita una sottile e latente guerra politico-economica. Fare finta di nulla, al modo dei partiti progressisti, è come restarsene a danzare il valzer su un Titanic già inclinato; pretendere invece che si possa costruire un’Europa dei movimenti sovranisti è un controsenso logico: ciascuno è sovranista in casa propria, non c’è presupposto su cui saldare rapporti (infatti gli alleati di Salvini si sono tutti espressi molto duramente sull’Italia). Allora, come Lenin, non resta che domandarci: che fare? Forse lo decideranno questo fine settimana i popoli europei o forse no, perché qui, per tenere il passo con Tomasi di Lampedusa, si ha la sensazione che bisogna cambiare tutto affinché nulla cambi.