“Non sono così sicuro che élite e il proletario medio respirino la stessa aria” aveva risposto sarcasticamente Alain De Benoist ad un giornalista di Le Figaro che lo ha intervistato di recente sul tema del populismo. Così anche noi abbiamo deciso di scambiare due chiacchiere con lui, intellettuale, scrittore, giornalista, autore del libro intitolato Le moment populiste (edizioni Pierre-Guillaume de Roux), il quale aveva largamente anticipato la progressiva estinzione dei partiti politici tradizionali. Dopo la vittoria del voto leave in Gran Bretagna e l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti d’America, De Benoist descrive in questo suo ultimo manoscritto il fossato esistente tra la maggioranza silenziosa occidentale e una ristretta élite che ha monopolizzato il potere. Il populismo che “non è una ideologia ma uno stile” viene considerato come un fenomeno politico di rottura e di transizione verso qualcosa di nuovo. Gli autori più citati nel libro? Il greco Cornelius Castoriadis e l’americano Christopher Lasch.

E’ la prima volta nella storia repubblicana francese che i due partiti tradizionali non arrivano al ballottaggio. Cosa sta succedendo?

Non deve sorprenderci più di tanto. Tutto questo è perfettamente coerente con il momento populista. In tutti i Paesi dove i partiti populisti guadagnano consensi quelli che rappresentano la vecchia classe politica soffrono maggiormente. Lo abbiamo visto in Grecia, in Spagna, in Austria e adesso lo vediamo anche in Francia. E’ solo l’inizio perché ci stiamo dirigendo verso un periodo di instabilità, di crisi istituzionale e di grande confusione.

Come lei stesso sostiene da tempo queste presidenziali confermano la fine della dicotomia destra-sinistra. Oltre allo scontro tra il popolo e le élite quali altri segnali ci mandano questi risultati?

Si e se proprio si volessero utilizzare ad ogni costo queste due categorie possiamo affermare che i ceti popolari si stanno spostando a destra mentre la borghesia ormai è tutta a sinistra. Poi c’è una netta frattura tra la “Francia periferica”, umiliata e marginalizzata politicamente, culturalmente, socialmente e quella delle metropoli urbanizzate in cui vivono i ricchi e la borghesia intellettuale, i soli che traggono benefici dalla globalizzazione e chiedono sempre più “apertura”. Condivido l’opinione di Christophe Guilluy ma anche quella di Mathieu Slama: in questo ballottaggio ci troviamo di fronte a due visioni del mondo completamente diverse fra loro. Una liberale e universalista che non crede né allo Stato né alla nazione, e una che viene definita oggi populista o sovranità che invece vuole riaffermare lo Stato, le frontiere e la comunità dinanzi alle scelleratezze globalizzazione.

Lei che opinione ha di questa visione del mondo incarnata da Emmanuel Macron e dal personaggio stesso?

La morfo-fisiologia ci dice già che Emmanuel Macron è una personalità manipolabile e incapace di prendere delle decisioni. E’ un algoritmo, il candidato della casta, dei dominanti, dei potenti. E’ un liberal-libertario che vede la Francia come una start-up. E’ l’uomo della globalizzazione, dei flussi migratori, della precarietà universale. In passato i milieu affaristici sostenevano un candidato piuttosto che un altro, a seconda dei loro interessi. Questa volta ne hanno espresso direttamente uno loro. Non ha torto Aude Lancelin quando parla di “putsch del CAC 40” (la Borsa, ndr).

Secondo Lei Marine Le Pen ha ancora qualche chance di vincere? Quale strategia tra il primo e il secondo turno? Dove pescare i voti?

Ha poche possibilità al ballottaggio. Tutti i suoi avversari hanno invitato a votare per Emmanuel Macron, a cominciare da François Fillon. Ma bisogna vedere se le loro indicazioni verranno seguite dagli elettori. Oltre agli astenuti, Marine Le Pen può contare su un terzo dei voti repubblicani, più della metà di quelli di Nicolas Dupont Aignan, 10-15 per cento di quelli di Mélenchon, ma dubito fortemente che questi gli basteranno per vincere. Il risultato del secondo turno dovrebbe stabilirsi tra il 60 a 40 o il 55 a 45 nel migliore dei casi. Adesso dovrà comunque far comprendere alla maggioranza dei francesi che il secondo turno non sarà un voto a favore o contro il Front National ma un referendum a favore o contro la globalizzazione.

Quindi nessuna sorpresa? Emmanuel Macron è il prossimo presidente della Repubblica Francese?

Fin dall’inizio queste elezioni sono andate contro ogni pronostico. Hollande doveva ricandidarsi e non lo ha fatto, Alain Juppé era il favorito durante alle primarie repubblicane e ha vinto François Fillon, idem a quelle socialiste dove Benoit Hamon ha soffiato il posto a Manuel Valls. Quanto al fenomeno Macron nessuno lo avrebbe mai immaginato un anno fa. In politica nulla è deciso in anticipo, la sfida è ancora aperta.