E’ tregua. Un cessate il fuoco fragile ma pur sempre reale. Lo confermano entrambe le parti contendenti: nell’Est Ucraina, dal “giorno del silenzio” disposto per il 9 dicembre, sembra non essere morto più nessuno. Comprensibile la soddisfazione di Kiev, quanto quella delle milizie separatiste. Ottimismo russo, manifestato dal Ministro degli Esteri Lavrov, per il quale, in Ucraina, esisterebbe la base per un dialogo politico. Naturalmente, per poter apprezzare la stabilizzazione del cessate il fuoco, occorrerà attendere ancora e verificare, innanzitutto, la tenuta del gruppo di contatto di Minsk che, sempre secondo Lavrov, meriterebbe di essere rinnovato.

Ma c’è una notizia curiosa, passata sotto silenzio dai media italiani. Divulgata dall’agenzia russa indipendente Interfax, è stata riportata solamente da Giulietto Chiesa con Pandora TV. Il Capo di Stato Maggiore ucraino avrebbe chiesto supporto alla Russia, per l’invio di un gruppo di mediatori nel Donbass. Una forza composta da 70 esperti militari appartenenti a 50 nazionalità che, secondo il Capo di Stato Maggiore russo Gerasimov, assolverebbe insieme all’OSCE il compito di “aiutare le parti in conflitto (…) a trovare soluzioni di compromesso per un allentamento della tensione e il ritiro delle truppe dal fronte. Un controllo “politico”, che riguarderebbe sia il contingente di Kiev, sia le milizie separatiste. Se questa forza di mediazione entrasse in piena funzione, potremmo parlare di resa politica da parte di Kiev. Un paradosso ma pur sempre un’ipotesi ragionevole al pari di altre, specie se si considera la complessità dello scenario geopolitico attuale, con le sue interdipendenze, con la sua compulsiva contraddittorietà che non può essere certo presentata con schematismi semplicistici, magari ispirati alle memorie della Guerra di Spagna o della Guerra Fredda. Il contesto internazionale attuale è caratterizzato da geometrie variabili: quello a cui assistiamo in Ucraina è come minimo un gioco a 3, per non dire a 5 o a 9.

Nel frattempo, mentre nel Donbass “non muore più nessuno”, il governo di Kiev continua a perseguire il proprio progetto di rafforzamento delle forze armate, che passate nell’ultimo anno, dalle 130.000 alle 230.000 unità, dovrebbero raggiungere presto le 250.000. Con quali fondi, non è un problema che Kiev sembra porsi. Ad un passo dalla bancarotta, potrà potrà contare sull’UE e sul FMI. Per ora, a giustificare le spese, pare basti vantare l’appoggio virtuale dei Democratici del Senato statunitense, i quali hanno sottoscritto un disegno di legge che prevede l’invio di aiuti e armamenti all’Ucraina. Una storia giù sentita, che in realtà ribadisce il sostanziale disimpegno americano, dopo l’accensione della miccia di Maidan. E si tratta di un disimpegno destinato ad aumentare, specialmente se le spinte isolazioniste del Tea Party inizieranno ad imporsi nella maggioranza repubblicana. Sebbene la tregua sembra essere stata finalmente posta in essere, non sono poche le variabili che ne potrebbero inficiare sia la durata che il rafforzamento. I punti del contendere restano sempre gli stessi, non si scorge un futuro per l’Ucraina e la matassa sembra ancora lungi dall’essere dipanata.