È passato ormai quasi un secolo dalla morte di Mustafa Kemal, universalmente noto come Atatürk (il padre dei turchi), colui che guidò la nuova Turchia, sorta dalle ceneri dell’impero ottomano, verso un processo di de-islamizzazione volto all’europeizzazione del pensiero, delle tradizioni, delle istituzioni e dei costumi della nazione. Per custodire il dogma rivoluzionario della secolarizzazione forzata, la nuova costituzione pose l’esercito a guardia degli ideali kemalisti facendo vivere la Turchia, dall’instaurazione della repubblica fino ad oggi, in uno stato di precaria semi-democrazia salvaguardata da frequenti ingerenze delle forze armate negli affari pubblici legate alla necessità di contrastare derive antikemaliste e antioccidentali, il terrorismo politico e l’insorgenza curda, anche congelando temporaneamente il meccanismo democratico.

Anti-imperialismo, diffidenza dalle grandi potenze, leva sul forte patriottismo del popolo turco, accreditamento in sede internazionale come interlocutore di fiducia nel teatro medio-orientale e mediterraneo: qui si fermano le similitudini tra la politica estera kemalista e quella erdoganiana, due visioni del mondo ideologicamente contrapposte poiché la prima avente come mira l’inglobamento del paese nell’alveo occidentale, vedendo nella civiltà europea un modello da raggiungere ed imitare, la seconda intrinsecamente anti occidentale e belligerante.

Mustafa Kemal Atatürk (Salonicco, 19 maggio 1881 – Istanbul, 10 novembre 1938)

Mustafa Kemal Atatürk (Salonicco, 19 maggio 1881 – Istanbul, 10 novembre 1938)

Neo-ottomanesimo, così è stata ribattezzata l’ideologia che da oltre un decennio guida le mosse in politica nazionale ed estera dell’influente partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), un partito-stato di stampo conservatore ancorato a valori islamici, revanscisti ed antisecolari, che ha trovato in Recep Tayyip Erdoğan l’uomo forte che il paese necessitava per uscire dallo stallo politico ed economico, dalla decadenza sociale e dalla sottomissione agli imperativi delle pietre angolari della civiltà occidentale: Unione Europea, Stati Uniti e Nato. Nella consapevolezza di guidare un paese forte d’una posizione geografica di vitale importanza strategica ai fini del mantenimento dell’egemonia e del controllo statunitense su Vicino e Medio Oriente, Caucaso ed Asia centrale, e pertanto capace di poter poggiare su una proficua rendita di posizione, Erdoğan ha basato il nuovo corso di politica estera sul ricatto e sul muscolarismo neoimperiale. Il mondo si è accorto della pericolosità del neo-ottomanesimo anche grazie alla mirata spavalderia che meticolosamente riprende i dettami della teoria del folle (approntata negli Stati Uniti durante l’amministrazione Nixon), come nel caso dell’abbattimento da parte dell’aeronautica militare turca del Sukhoi 24 russo;, provocazione che portò, nel 2015, ad una grave crisi diplomatica con la Russia, rientrata solamente dopo alcune schermaglie di natura economica e una lettera di scuse inviata da Erdoğan a Vladimir Putin.

Ma ancor prima di quell’evento, nel 2006 il mondo era stato scosso dalla controversia sorta dal pronunciamento del cosiddetto discorso di Ratisbona: una lectio magistralis tenuta dall’allora pontefice Benedetto XVI all’università di Ratisbona e di cui alcuni passaggi sull’islam, ripresi da tutti i maggiori organi di stampa mondiali, scatenarono numerose violenze sia in Europa che in paesi a maggioranza islamica. La Turchia fu il paese in cui si registrarono le maggiori violenze anticattoliche, come il brutale omicidio di don Andrea Santoro, e pertanto la diplomazia vaticana si trovò costretta ad organizzare un viaggio apostolico nel paese, in modo tale da ricucire il dialogo con un Oriente in fiamme. Erdoğan, all’epoca primo ministro, si recò all’aeroporto Atatürk di Istanbul per rendere omaggio al pontefice dedicandogli un brevissimo incontro nell’area vip dell’aeroporto, l’unico dell’intero viaggio apostolico – tra lo scalpore dei diplomatici vaticani. Il viaggio venne a concludersi con una preghiera del papa alla Moschea Blu e fu ripreso dalle maggiori testate dell’informazione mondiali. Il pontefice era stato ricevuto dal primo ministro nell’area vip di un aeroporto e aveva pregato rivolgendosi verso La Mecca in segno di riconciliazione: la Turchia era riuscita a sottomettere il capo spirituale della cristianità occidentale e poteva dare inizio alla strategia di rinascita neo-ottomana.

Benedetto XVI in preghiera alla Moschea Blu insieme al Gran Muftì, Mustafa Çağrıcı

Benedetto XVI in preghiera alla Moschea Blu insieme al Gran Muftì, Mustafa Çağrıcı

Per comprendere il neo-ottomanesimo, non una combinazione di retorica antisionista, antioccidentale, antiamericana ed islamista ma un’ideologia mescolante elementi storico-culturali (passato imperiale), religiosi (riunificazione della umma, almeno teorica, sotto l’egida delle autorità religiose turche) e politici (ambizioni egemoniche nell’area ex ottomana), risulterebbe utile guardarlo anche dal punto di vista turco oltre che da quello occidentale in modo tale da avere una visione completa del fenomeno. Prima di ciò, però, è bene chiarire che questo termine è usato solo in Occidente, per di più a scopo dispregiativo; inoltre è importante ricordare che l’ambizione degli ideologi dell’AKP non è la ricostruzione dell’impero ottomano, del sultanato e del califfato e dunque la sottomissione dell’Occidente all’islam, ma una rinascita spirituale della nazione, plasmata da valori mussulmani e ottomani, oltre che da una difesa dell’interesse nazionale per mezzo di una politica muscolare.

Sino ad ora la strategia erdoganiana ha avuto successo, permettendo alla Turchia di realizzare una micro-egemonia sul Vicino Oriente a proiezione transcontinentale su Mediterraneo, Balcani, Caucaso e golfo persico, perché sorta in un contesto caratterizzato dalla rinascita dei nazionalismi politici e dell’importanza delle identità, approfittando dell’immobilismo del vicinato europeo, incapace di produrre dottrine strategiche di lungo termine e quindi di difendere i propri interessi nel mondo. Se oggi la Turchia riesce a ricattare l’Unione Europea con l’arma dell’immigrazione di massa è solo per colpa dei nostri statisti: in prima linea per l’invasione dell’Iraq, della Libia, dell’Afganistan e per la distruzione del Siraq per mezzo della guerra per procura in Siria, ma presi alla sprovvista con lo scoppio della crisi migratoria e del tutto reticenti nel trovare soluzioni efficaci basate sul peace-keeping e sul nation-building – anziché sul regime-change, preferendo invece appaltare (a peso d’oro) la questione ad Ankara che, ovviamente, ha colto la palla al balzo.

654162

L’Europa è stata sottomessa agli interessi e alle pretese turche con la semplice minaccia di riaprire la cosiddetta rotta balcanica che riverserebbe nel continente oltre due milioni di profughi. Grazie a questa intelligente mossa la Turchia è riuscita a ricevere nel periodo 2016-18 oltre 6 miliardi di euro destinati ufficialmente alla gestione della crisi umanitaria e dell’accoglienza, oltre al totale silenzio da parte delle istituzioni comunitarie e di gran parte del mondo editoriale europeo riguardo la soppressione del sottobosco golpista che tra il 15 ed il 16 luglio del 2016 tentò di rovesciare il governo e che sinora ha portato all’arresto di oltre 20mila persone e all’allontanamento dal posto di lavoro di oltre 30mila persone. Le (ex) potenze europee sono inoltre ricattate da un’altra subdola arma, quella dei turchi europei: oltre 10 milioni di persone, la maggior parte delle quali residenti tra Austria, Paesi Bassi, Germania, Francia e Svezia, a cui Erdoğan ha più volte chiesto di creare famiglie numerose e mantenere la propria identità in modo tale da conquistare l’Europa per mezzo della demografia. Un esercito che rappresenta un bacino elettorale di grande importanza ed è pertanto utilizzato per veicolare i suffragi a quei partiti sinora mostratisi acquiescenti nei confronti della Turchia, in modo tale da evitare l’ascesa di partiti populisti e xenofobi che potrebbero stravolgere l’attuale assetto diplomatico favorevole ad Erdogan.

L’Italia stessa ha sperimentato, con il blocco della Saipem 12000 nelle acque territoriali di Cipro Nord, sulla propria pelle l’inefficacia della strategia dell’accomodamento, con il rischio di perdere la partita della geopolitica energetica nel Mediterraneo, un’altra regione su cui la Turchia sta direzionando la sua attenzione dopo aver conseguito importanti risultati nel teatro europeo e medio-orientale. Negli stessi giorni è poi scoppiata l’ennesima crisi tra Turchia e Grecia per un contenzioso sul possesso di alcune isole del Dodecaneso, preceduta dalle dichiarazioni di Erdogan riguardo la necessità di rivedere il trattato di Losanna che nel 1923 stabilì i confini tra i due paesi.

eni_289020

Il neo-ottomanesimo può anche essere interpretato dal punto di vista del politologo Samuel Huntington, la cui teoria dello scontro di civiltà continua ad essere travisata (forse di proposito) e letta superficialmente dalle destre d’Occidente, ma che invece offre spunti interessanti per comprendere le dinamiche dei risorgenti stati nazionali nel contesto internazionale. Utilizzando termini e concetti huntingtoniani si potrebbe affermare che il neo-ottomanesimo ha innanzitutto fermato il processo di occidentalizzazione iniziato sotto Atatürk, riportando la Turchia nel circuito della civiltà islamica con l’ambizione di trasformarla nel suo paese-guida, facendo della politica identitaria il principale strumento di indottrinamento della popolazione e di perseguimento dell’interesse nazionale.

Partendo da questa chiave di lettura si contestualizzerebbero azioni prese a livello interno, come la restrizione alla vendita di alcolici e il bando dell’insegnamento dell’evoluzionismo darwiniano dalle scuole di istruzione secondaria superiore, ed esterno, come l’intromissione nella questione palestinese dopo l’annuncio dell’amministrazione Trump sullo status di Gerusalemme, le tensioni con l’Arabia Saudita, l’avvicinamento con l’Iran e le frequenti minacce rivolte a Stati Uniti, Unione Europea e Israele.

Una delle tante manifestazioni progovernative condotte dalla comunità turca di Germania l'anno scorso in occasione del referendum costituzionale

Una delle tante manifestazioni progovernative condotte dalla comunità turca di Germania l’anno scorso in occasione del referendum costituzionale

Raramente gli interessi nazionali di un paese coincidono con quelli di un altro, e difatti i paesi europei sono riusciti ad accettare l’alleanza con gli Stati Uniti sacrificando l’originaria vocazione comunitaria dei Padri Fondatori sull’altare dell’americanismo. Il neo-ottomanesimo ha permesso alla Turchia di restaurare il primato dell’interesse nazionale su quello altrui e sta allontanando il paese dal sistema a tre cerchi che tradizionalmente ne ha garantito la stabilità e galvanizzato lo sviluppo economico e solo un altrettanto lungimirante visione in politica economica, energetica e sociale permetterà alla Sublime Porta di rinascere e rendersi quanto più autonoma in un mondo sempre più interconnesso.