Nel 1946, attraverso il celebre lungo telegramma, George Kennan, diplomatico statunitense di stanza a Mosca, denunciò che la prossima minaccia all’esistenza del mondo libero sarebbe provenuta dall’Unione Sovietica. Secondo Kennan, elementi ideologici, ossia la tesi marxista-leninista dell’accerchiamento capitalistico mirante a soffocare ed uccidere la rivoluzione proletaria, e culturali, le velleità espansionistico-imperialistiche intrinseche alla cultura russa, avrebbero dovuto spingere gli Stati Uniti, emersi quale unica superpotenza dalla seconda guerra mondiale, ad annichilire tale minaccia attraverso un saggio e lungimirante contenimento lungo i confini sovieticiÈ da questo momento, comprendendo l’importanza del controllo sul gigantesco continente eurasiatico, che gli Stati Uniti subentrano storicamente nel Grande Gioco al decadente impero britannico, facendo del controllo sul “cuore della terra” una delle loro priorità.

Raccogliendo l’eredità del pensiero e degli ammonimenti di sir Halford Mackinder, uno dei padri fondatori della geopolitica, il focus dell’agenda estera di Washington si sposta dal controllo sul “cortile di casa“, ossia l’America Latina, all’Eurasia. Secondo Mackinder, l’Eurasia era diversa da ogni altro continente, perché sede di grandi civiltà, residenza di gran parte della popolazione mondiale, strategicamente attraversabile ed unibile con un’adeguata rete di infrastrutture, e dotata di un’incomparabile ricchezza in termini di risorse naturali.

Sir Halford Mackinder

Per via di queste ragioni, secondo lui, i britannici avrebbero dovuto investire maggiori risorse non nel mantenimento di una talassocrazia bensì nell’evitare la formazione di una potenza egemone sul macrocontinente, attraverso sabotaggi, opere di contenimento, creazione di stati-cuscinetto, diplomazia segreta. In particolar modo, Mackinder era preoccupato dalla possibilità di un’alleanza russo-tedesca perché dall’unione delle potenzialità industriali teutoniche con le infinite risorse offerte dal suolo russo sarebbe potuta nascere una potenza letale per l’egemonia britannica, anacronistica perché fondata sul dominio dei mari nell’epoca che avrebbe sancito il dominio del trasporto su terra.

Ad oltre un secolo di distanza dalla pubblicazione di “The Geographical Pivot of History” di Mackinder e a più di 20 anni dalla pubblicazione de “La grande scacchiera” di Zbigniew Brzezinski, uno dei più potenti strateghi della recente storia statunitense, formatosi nella scuola mackinderiana, è facile osservare come i suggerimenti sul controllo dell’Eurasia siano stati seguiti scrupolosamente dagli Stati Uniti.

In particolare, i consigli di Brzezinski per una “strategia eurasiatica” sono stati seguiti alla lettera: espansione della Nato e dell’Unione Europea nei Balcani e ad Est, allontanamento dell’Ucraina dalla sfera d’influenza russa, pressione lungo i principali cardini geostrategici asiatici come Caucaso, Turkestan, Turchia, Mezzaluna fertile e golfo persico per rendere il continente ingovernabile a qualunque egemone in divenire.

Zbigniew Brzezinski è stato l’autore della geopolitica della fede degli Stati Uniti durante gli anni ’80, collaborando alla caduta dell’Unione Sovietica

Ma i sostenitori dell’amministrazione Trump e della decantata rivoluzione di popolo contro le élite proclamata da Steve Bannon, continuano a credere che sia in corso un cambiamento nei rapporti internazionali, che potrebbe portare ad un futuro allineamento tra Russia e Stati Uniti e al rovesciamento dell’egemonia liberale francotedesca nell’Unione Europea. La realtà della politica è, però, ben diversa dai sogni e dalle aspettative dell’elettorato e segue dei criteri ben definiti che sfuggono agli occhi della maggioranza.

L’ascesa dell’internazionale populista non è altro che un tentativo da parte statunitense di esportare una rivoluzione colorata nell’Unione Europea, ormai ritenuta un alleato inaffidabile e costoso, più un concorrente che un partner. Il secolo delle ideologie è morto: non si tratta di conservatorismo contro liberalismo o di identità contro cosmopolitismo, anche se superficialmente questo nuovo scontro geopolitico per l’egemonia planetaria viene presentato in termini di tale guerra culturale.

Se Macron non avesse ambizioni neonapoleoniche sull’Unione Europea e sulla Françafrique, se la Merkel riducesse quel neomercantilismo che ha permesso alla Germania di diventare il terzo esportatore mondiale di beni dietro Cina e Stati Uniti, e se insieme ascoltassero in toto le direttive da Washington su Iran, Russia e Cina, abbandonando ogni ipotesi di esercito europeo indipendente che renderebbe futile la Nato, (e quindi la presenza militare statunitense in Europa) Trump infatti non avrebbe alcun problema di sorta con loro.

Donald Trump

Per quanto riguarda la Russia, la questione è molto più complicata. Da una parte gli Stati Uniti sono consapevoli di dover proseguire con il neo-contenimento iniziato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica attraverso l’allargamento della Nato e dell’Unione Europea ad Est, d’altra parte è necessario concentrare gli sforzi sulla Cina che, approfittando della guerra al terrorismo e delle attenzioni sulla Russia, procede a passo spedito verso la realizzazione del “sogno cinese” di Xi Jinping.

Ed è proprio in questo contesto di doppia necessità che è nata la strategia dell’amministrazione Trump: evitare il rischio di una sovraestensione imperiale, una delle cause del collasso sovietico, attraverso ritirate strategiche in luoghi di secondaria o decaduta importanza (Siria, Afghanistan), accordi di compromesso laddove possibile per disinnescare crisi che ruberebbero preziose risorse (Corea del Nord), e trappole su misura per ottenere il miglior risultato con il più basso costo.

A parte alcuni apprezzamenti su Vladimir Putin, che lasciano il tempo che trovano, l’amministrazione Trump tutto sembra tranne che disposta a concedere spazio di manovra alla Russia: nuovi accordi di approvvigionamento militare ed incremento del personale nei territori orientali della Nato, in particolare Baltici e Polonia, vendita di armi pesanti all’Ucraina, nuovo ciclo di sanzioni, fuoriuscita dal trattato sulle forze nucleari a medio raggio, sabotaggio dell’agenda russa per il Medio Oriente.

Trump, ripercorrendo le orme del suo celebre predecessore Ronald Reagan, è intenzionato a frenare le prospettive di crescita e sviluppo russe, già pesantemente colpite dalle sanzioni e dagli attacchi speculativi contro il rublo, spingendo il Cremlino ad una nuova corsa agli armamenti. Il contesto è anche simile: non è più l’Afghanistan, ma Siria e Ucraina. L’economia russa continua ad essere dipendente dall’esportazione di armi e risorse energetiche, mentre mancano veri piani per una diversificazione reale ed efficiente, ma il bilancio del più esteso stato del mondo non può continuare a dipendere soltanto da due entrate.

È vero che Trump ha mostrato, occasionalmente, la volontà di migliorare i rapporti con la Russia, ma sempre dettando le proprie regole. E, finora, non si può certo affermare che la sua celebre arte della negoziazione abbia pecche, anzi. In una maniera incredibilmente rapida, Trump sta risolvendo, uno dopo l’altro, i problemi creatisi e accumulatisi durante l’era Obama.

George F. Kennan

Negli ambienti degli addetti ai lavori si parla di un futuro riconoscimento, da parte statunitense, della Crimea quale territorio ricadente sotto la sovranità russa. Lo stesso Trump ha dichiarato di lasciare aperta la possibilità. Ma si tratta di un evento che, se dovesse avere luogo, sarà probabilmente stando alle regole fissate da Washington. E negli Stati Uniti sanno bene a cosa puntare: la Crimea in cambio della Cina, ossia allontanare la Russia dalla Cina ed evitare la nascita definitiva di un’alleanza estremamente pericolosa per lo scricchiolante ordine unipolare americano-centrico.

Il modo in cui convincere la Russia a staccarsi da quello che è diventato il suo principale partner economico e commerciale non è semplice, ma potrebbe funzionare: sfruttare i timori, striscianti ma esistenti, nell’establishment russo di un’Eurasia a guida cinese, che condannerebbe Mosca ad un ruolo periferico. È una strategia che è già stata collaudata in passato, quando le divisioni in seno al comunismo internazionale furono sfruttate abilmente da Henry Kissinger per trasportare la Cina fuori dall’orbita sovietica.

Si tratterebbe quindi di ripetere lo stesso gioco, ma al contrario, sfruttando quella che Kennan aveva ribattezzato la “tradizionale insicurezza russa” per trasformare due alleati in rivali. Con il trattato INF diventato carta straccia, minacce lungo i confini, pressione economica che inibisce ogni strategia a breve, medio e lungo raggio, e una nuova corsa alle armi e nuova corsa allo spazio in cui gareggiare, la Russia imploderebbe allo stesso modo dell’impero zarista e dell’Unione Sovietica. A quel punto, reso impotente l’orso, gli Stati Uniti potrebbero con più facilità rivolgersi al contenimento del loro vero nemico di questo secolo: il dragone.

Xi Jinping e Vladimir Putin

Ci sono, però, alcune incognite, che potrebbero lavorare contro i piani statunitensi per il dominio sull’Eurasia. La Russia non sembra intenzionata a dar luogo ad una nuova corsa alle armi, limitandosi allo sviluppo di un arsenale difensivo, l’economia è sofferente, ma il ripiegamento sull’Unione Economica Eurasiatica e la sempre più fitta collaborazione con la Cina potrebbero emancipare il paese dalla dipendenza dal mercato occidentale, Putin e Xi Jinping sembrano aver capito le intenzioni statunitensi e hanno finora risposto approfondendo la partnership strategica in ogni settore di rilievo e, infine, c’è la questione tedesca.

Come Mackinder, anche Brzezinski temeva l’avverarsi di una possibile unione di intenti tra Mosca e Berlino. Sino ad oggi, complice anche la sotterranea guerra economica mossa dagli Stati Uniti contro la Germania (vedi Dieselgate, le condanne alla Monsanto, le minacce di dazi al settore automobilistico europeo), il cancellierato Merkel ha soddisfatto ogni direttiva statunitense, ostacolando persino una proficua collaborazione energetica (Nord Stream 2, South Stream).

Ma se il piano di Macron e Merkel per una nuova Europa, a guida francotedesca, dovesse andare in porto, i due paesi potrebbero, e vorrebbero, tentare la terapia d’urto e staccarsi traumaticamente da Washington: esercito europeo indipendente, con tanto di dotazione nucleare, industria della difesa comunitaria, politica estera con priorità gli interessi comunitari in luogo di quelli statunitensi. Quest’ultimo punto potrebbe anche comportare una rivalutazione delle loro attuali posizioni circa il pericolo russo, ma non è detto, considerando anche l’atteggiamento mantenuto su Iran e Cina, paesi con i quali vorrebbero continuare a fare affari, nonostante le pressioni di Washington.

In ogni caso, la Russia non può sperare di contare sull’affidabilità di paesi, quelli europei, che alternano dialogo e sanzioni sulla base delle contingenze, facendo l’interesse americano in ogni settore possibile, anche quando contro i loro propri interessi. L’unica maniera di affrontare il contenimento infinito è di rileggere Mackinder e comprendere l’importanza di possedere una contro-strategia per l’egemonia sul cuore della terra.