Trinidad e Tobago è uno stato insulare caraibico che condivide assieme a Suriname e Guyana una curiosa tradizione di pluralismo religioso di lunga data che vede cristiani, musulmani e induisti convivere pacificamente da oltre un secolo. Secondo il censimento della popolazione del 2011 i principali gruppi religiosi del paese sono in ordine cattolici, induisti, protestanti e musulmani. L’islam ha svolto un ruolo di fondamentale importanza nella società trinidadiana seppure sia la minoritaria fra le grandi fedi nazionali e vanta il prestigioso titolo di essere la religione dell’ex presidente Noor Hassanali, primo capo di Stato di religione islamica del continente americano.

Dalla seconda parte del Novecento, però, il clima di dialogo e pace fra fedi ed etnie si è rotto e si è palesato in due importanti e sanguinosi eventi: il tentativo di Potere Nero di guidare una rivoluzione razziale mirante all’instaurazione di una società afrocentrica negli anni ’70, ed il colpo di Stato tentato da un gruppo fondamentalista sunnita noto come Jamat al-Muslimeen (JaM) il 27 luglio 1990 attraverso l’assalto del Parlamento da parte di un commando di 250 persone e il sequestro dell’allora primo ministro Arthur Raymond Robinson, conclusosi con 24 morti.

Una famiglia trinidadiana in un video propagandistico del Daesh

Trinidad e Tobago è l’unico paese latinoamericano ad aver sperimentato una storia di islam politico militante e dagli anni ’90 ad oggi le emergenze terrorismo e radicalizzazione sono notevolmente peggiorate, dal momento che il paese vanta attualmente il record negativo del maggiore numero di foreign fighters pro capite dell’emisfero occidentale, 36 se considerando l’intera popolazione, 616 sul totale della popolazione musulmana, secondo quanto riportato da cifre ufficiali governative.

JaM ha svolto un ruolo fondamentale nell’indurre percorsi di radicalizzazione fra i giovani trinidadiani, soprattutto di origine afrocaraibica; nonostante le attività antidemocratiche non è mai stato smantellato e, ancora oggi, continua a rappresentate una minaccia per la sicurezza nazionale essendo coinvolto in illeciti di vario genere (sequestri di persona, rapine violente, traffici di droga, estorsioni) e avendo stretto alleanze con i cartelli della droga del subcontinente.

Di JaM si sa poco: fu fondata negli anni ’80 dall’imam Yasin Abu Bakr, nato Lennox Philip, inizialmente per perseguire scopi religiosi, ma presto si trasformò in un’organizzazione criminale dalle ambizioni insurrezionaliste basata su un manifesto politico-ideologico combinante elementi del fondamentalismo sunnita con il separatismo nero. Il tentato golpe attirò l’attenzione dei servizi segreti statunitensi sul piccolo paese caraibico sino ad allora ignorato, dando luogo ad una meticolosa campagna d’indagine risultante nella scoperta di collegamenti fra JaM e la Libia, la quale ne avrebbe finanziato l’espansione attraverso donazioni caritatevoli di copertura per mezzo di organizzazioni non governative registrate in Canada vedendo in essa un potenziale spiraglio di infiltrazione in un’area geopolitica strategica, in quanto prossima agli Stati Uniti. Dopo la caduta del regime di Mu’ammar Gheddafi, sembrerebbe che l’Arabia Saudita abbia rimpiazzato la Libia quale primo sovvenzionatore di JaM.

Yasin Abu Bakr circondato dal suo corpo di sicurezza

Nel 2007 alcuni membri di JaM residenti negli Stati Uniti furono arrestati con l’accusa di pianificare un attentato all’aeroporto John F. Kennedy di New York City, un evento che spinse l’intero apparato di sicurezza statunitense a riprendere le attività investigative sul piccolo ma pericoloso gruppo terroristico trinidadiano, scoprendo che l’immobilismo delle autorità trinidadiane, preoccupate che un eventuale campagna repressiva anti-Jam potesse indurre una guerra civile nel paese e quindi totalmente restie a contrastare le attività e l’espansione del gruppo, gli aveva permesso di stabilire proficui rapporti di collaborazione con Al-Qaeda, Hamas e con le FARC.

Con la silenziosa e sottovalutata ascesa del Daesh nel Medio Oriente, JaM è diventato il principale canale fra il terrorismo islamista con base in Eurasia e quello, emergente, con base in America Latina. Dal 2014 ad oggi, ossia da quando Abu Bakr al Baghdadi ha proclamato la nascita dello Stato Islamico, dalle 100 alle 400 persone avrebbero abbandonato il paese per unirsi alla sua causa, essenzialmente afro-trinidadiani di giovane età e disadattati arruolati, convertiti e arruolati da JaM su mandato di Abu Bakr al Baghdadi. L’imam Abu Bakr, ancora oggi alla guida di JaM, non ha neanche mai nascosto il suo supporto alla causa jihadista ed il suo ruolo nella radicalizzazione dei giovani islamici trinidadiani, rilasciando numerose dichiarazioni pubbliche ed interviste nelle quali spiega e giustifica l’utilizzo della violenza verso gli infedeli ed auspica l’islamizzazione dell’intero paese.

Ma non è solo JaM, nel paese sorgono e proliferano sempre più organizzazioni religiose dai connotati estremisti, come il Fronte Islamico Trinidadiano di Umar Abdullah, ritenuto anch’esso una potenziale minaccia dall’accademico Barry Rubin, autore della più importante analisi sulla nascita e sullo sviluppo dell’islam politico in T&T. Secondo Rubin tutto è riconducibile alla lotta rivoluzionaria di Potere Nero, il cui annichilimento da parte delle autorità non avrebbe però impedito la morte della sua influenza culturale nelle successive generazioni, plasmate dall’idea della necessità di una rivoluzione per porre fine al dominio bianco nella società. Non è un caso che i primi seguaci di JaM condividevano la comune passata appartenenza a Potere Nero.

Un’immagine dei disordini causati dal movimento Potere Nero fra gli anni ’60 e ’70 nel tentativo di indurre una rivoluzione razziale nel paese

Secondo l’antropologo Dylan Kerrigan, anch’egli interessato al caso trinidadiano, non esisterebbe un problema di radicalizzazione in senso stretto, dal momento che l’identikit del combattente partito per la Siria e per l’Iraq mostrerebbe individui privi di reali motivazioni religiose ma carichi di promesse di ritorno economico e, difatti, la predicazione di JaM sarebbe innanzitutto rivolta a giovani emarginati, disoccupati e piccoli criminali. Eppure, negare che a T&T sia in corso un ampio processo di radicalizzazione significherebbe non guardare in faccia la realtà, come palesato dal caso di Tariq Abdul Haqq.

Haqq era un giovane pugile di fama nazionale, medaglista ai giochi del Commonwealth, personaggio pubblico con un discreto seguito popolare, che ad un certo punto è sparito, salvo poi apparire nei video propagandistici prodotti dal Daesh come un combattente in terra siriana. Haqq ha deciso di lasciare una carriera rosea e promettente per abbracciare una causa persa, e ha pagato con la vita la sua scelta, morendo in un campo di battaglia sconosciuto in una data altrettanto sconosciuta.

Non è quindi vero che l’Islam radicale esercita fascino solo sui giovani disadattati delle violente periferie trinidadiane, perché la radicalizzazione procede a macchia d’olio e coinvolge ogni ceto sociale della fiorente comunità islamica nazionale come emerso dal recente studio di John McCoy e Andy Knight dell’università di Alberta dal titolo “Homegrown Violent Extremism in Trinidad and Tobago”, i cui risultati sono in corso di studio da parte delle Nazioni Unite per sviluppare programmi efficaci di de-radicalizzazione.

Ugualmente a Rubin, McCoy e Knight hanno enfatizzato l’importanza giocata dall’eredità culturale del suprematismo nero, sia statunitense che nazionale, nella formazione di JaM, considerando la povertà endemica, la criminalità diffusa e la fortissima polarizzazione sociale i maggiori fattori alla base del successo dell’attecchimento dell’Islam radicale.

Tariq Abdul Haqq (in rosso) era una promessa del pugilato trinidadiano fino alla conversione all’islam radicale, che lo ha spinto ad arruolarsi nel Daesh e morire durante un combattimento in Siria

Lo studio, tra l’altro basato su una ricerca sul campo, ha portato alla scoperta di un fenomeno prima di allora sconosciuto persino dalle autorità trinidadiane, ossia l’esistenza di comunità chiuse abitate esclusivamente da musulmani accomunate da una cosa: le visite frequenti di cittadini sauditi in entrata nel paese attraverso visti di breve durata.

Oggetto di indagine è invece il ruolo della Nazione dell’Islam, presente nel paese attraverso progetti di edilizia sociale, moschee, supporto psicologico nelle carceri, centri ricreativi, e legata a doppiofilo con JaM da una pubblica e proficua collaborazione sin dal 1993, data in cui al carismatico predicatore inglese David Muhammad fu affidato l’incarico di convertire T&T. Muhammad è oggi un noto personaggio pubblico, direttore del programma radiofonico “The Black Agenda”, e i suoi sforzi nel diffondere i messaggi di Wallace Fard Muhammad, l’iniziatore di Malcolm X, gli sono valsi il titolo di rappresentante dell’organizzazione nei Caraibi Orientali.

Dall’insediamento dell’amministrazione Trump, il dialogo statunitense-trinidadiano ha subito un approfondimento, soprattutto nel campo dello scambio di informazioni d’intelligence e della lotta al terrorismo, portando nel febbraio di quest’anno ad un’operazione congiunta della polizia trinidadiana e dell’esercito statunitense che ha permesso di sventare un attentato al carnevale di Port of Spain.

La situazione trinidadiana è senza dubbio la peggiore del continente americano per via del contesto sociale esplosivo affiancato dall’impreparazione delle autorità, dalla paura della classe politica e dalla presenza delle maggiori sigle dell’internazionale jihadista. In assenza di politiche ed iniziative di contrasto e repressione T&T, così come era conosciuto sino a qualche decennio fa, è destinato a trasformarsi in un ricordo.