Nel Brasile messo in ginocchio dall’insostenibile saldatura tra la più dura e aspra recessione economica della sua storia recente e il terremoto politico causato dallo scandalo giudiziairo Lava Jato e dalle sue conseguenze si sta prefigurando la riscossa del Partido dos Trabalhadores (PT), la formazione fondata e guidata al governo da Luis Inacio Lula da Silva a inizio millennio, che guarda con fiducia al voto presidenziale del 2018. Voto che potrebbe rappresentare per il PT l’occasione per riemergere dal periodo più buio della sua storia, nel corso del quale la formazione ha rischiato a più riprese l’affossamento sulla scia della perdita di credibilità dovuta alla scoperta della dilagante corruzione sistemica e al naufragio della presidenza di Dilma Rousseff nel 2016.

A diversi mesi di distanza dall’estromissione di Dilma e dall’ascesa del contestatissimo Michel Temer ai vertici del sistema di potere di Brasilia si è fatta molta chiarezza circa la catena di eventi e la sovrapposizione di interessi che ha portato al successo di quello che si è caratterizzato, in tutto e per tutto, come un vero e proprio “golpe istituzionale”: costruire una piattaforma politica reazionaria destinata a cancellare gli ampi programmi sociali portati avanti a partire dall’insediamento di Lula nel 2003 e creare un ambiente economico favorevole all’azione dei grandi tycoon come il “re della soia” Blairo Maggi attraverso l’implementazione di decise riforme neoliberiste. Il governo di Temer, ex alleato di governo del PT, ha rapidamente perso il controllo della situazione e il Brasile ha conosciuto un deciso inasprimento della sua annosa crisi, parallelamente a quanto sperimentato dalla vicina Argentina a partire dall’insediamento di Mauricio Macri nelle ultime settimane del 2015: tanto in Brasile quanto in Argentina, la “reazione” prodottasi a partire dagli oggettivi limiti dei regimi politici del socialismo del XXI secolo ha finito per portare a un deciso inasprimento delle tensioni sociali interne ai due Paesi, che nel gigante latinoamericano si sono manifestate principalmente sotto forma dell’espansione del movimento di protesta Fora Temer.

Discorso di Lula a una marcia di protesta del movimento Fora Temer a San Paolo nello scorso mese di marzo. In quell’occasione, Lula ha fatto una delle sue prime apparizioni sulla scena politica del 2017, attaccando duramente la riforma pensionistica dell’esecutivo: «La riforma – ha detto – lascerà senza pensione milioni e milioni di brasiliani, e farà in modo che i lavoratori più poveri, soprattutto quelli rurali della regione nord-est, ricevano la metà di un salario minimo».

Discorso di Lula a una marcia di protesta del movimento Fora Temer a San Paolo nello scorso mese di marzo. In quell’occasione, Lula ha fatto una delle sue prime apparizioni sulla scena politica del 2017, attaccando duramente la riforma pensionistica dell’esecutivo: «La riforma – ha detto – lascerà senza pensione milioni e milioni di brasiliani, e farà in modo che i lavoratori più poveri, soprattutto quelli rurali della regione nord-est, ricevano la metà di un salario minimo».

In questo contesto, l’onda lunga degli scandali ha finito per travolgere lo stesso Temer e la sua amministrazione: il colpo di grazia alla credibilità di un Presidente già delegittimato dal tracollo dei consensi dovuto alle sue disastrose politiche è stato inflitto dal grande scandalo deflagrato a fine maggio in seguito allo scoop del quotidiano O Globo. La scoperta della collusione tra Temer e i due grandi architetti dell’impeachment di Dilma, Aecio Neves e Eduardo Cunha, nell’accettazione di un giro di tangenti da parte del colosso alimentare JBS ha sancito una nuova fase nella tempesta politico-giudiziaria brasiliana: proprio nel momento in cui il processo a Lula sembrava essere destinato a infliggere il colpo finale alla principale forza di opposizione, l’accusa rivolta a Temer e ai suoi alleati ha rivelato la pervasività della corruzione sistemica e della fitta rete legante i vertici istituzionali e i potentati economici brasiliani. In questo contesto, il Partido dos Trabalhadores aveva già da tempo rilanciato le sue prospettive politiche nel momento in cui l’ex Presidente Lula aveva deciso di scendere in campo in prima persona per difendersi da una somma di accuse divenuta eccessivamente infamante, ribattere colpo su colpo ai suoi avversari in un’inchiesta giudiziaria sempre più politicizzata e, soprattutto, rilanciare un percorso riformista duramente interrotto dai turbolenti eventi degli ultimi anni.

Oltre a Lula, la figura deputata a guidare il PT verso la riscossa sarà la Senatrice del Paranà Gleisi Hoffmann, che il congresso del partito ha eletto alla presidenza il 3 giugno scorso; la Hoffmann, 51 anni, siede in Parlamento dal 2010 e ha alle spalle una lunga carriera nel partito di Lula. Nei primi Anni Duemila, la Hoffmann si è messa notevolmente in luce guidando il ramo finanziario della Itaipu Binacional, azienda che gestisce l’enorme diga al confine tra Brasile e Paraguay, e in seguito si è fatta strada nelle istituzioni con prese di posizione apertamente progressiste, al cui interno risultava centrale il tema dell’ambientalismo, più che mai sentito nel Brasile odierno. Nel suo discorso di insediamento, la Hoffmann ha voluto afferrare saldamente la barra del timone, dichiarando che d’ora in avanti punterà a far sì che in seno al partito cessino le recriminazioni per le difficoltà insorte negli ultimi anni: l’obiettivo del suo mandato, di durata biennale, sarà garantire il ritorno alla presidenza di Lula e il rilancio del governo del Partido dos Trabalhadores, definito “il migliore in 500 anni di storia brasiliana”.

Gleisi Hoffmann, neo-eletta Presidentessa del PT

Gleisi Hoffmann, neo-eletta Presidentessa del PT

Come riportato da TeleSur, i sondaggi sembrano testimoniare quanto tale obiettivo appaia a portata di mano: negli ultimi mesi attorno a Lula si è ricompattato un forte sostegno popolare, che ha consentito all’ex Presidente di affrontare con serenità le contestate e discusse vicende giudiziarie, extrema ratio dei suoi avversari per ostacolarne la corsa, e di costruire quella che allo stato attuale delle cose appare l’unica, seria candidatura posta in essere in vista del voto del 2018. La prima, grande prova per il duo Lula-Hoffmann dopo l’elezione della nuova segreteria federale del Partido dos Trabalhadores sarà il grande sciopero generale del prossimo 30 giugno, convocato in contestazione alla radicale riforma del lavoro proposta dal governo Temer. Un esecutivo formatosi a partire da una sordida manovra di palazzo, delegittimato dopo aver ridotto allo stremo il Brasile, colpevole di aver accresciuto il numero di disoccupati sino all’esorbitante cifra di 14,5 milioni e i cui membri sono oggi nell’occhio del ciclone sta provando a condurre in porto un nuovo pacchetto di riforme neoliberiste: il 30 giugno, in opposizione a Temer, si prospetta una mobilitazione simile, nella consistenza numerica, a quella che a fine aprile ha portato allo sciopero di oltre 35 milioni di lavoratori. In occasione dello sciopero si capirà il potenziale del PT di fungere, una volta di più, da forza di rinnovamento e di rilanciare le sue ambizioni di governo mettendosi alla guida dell’ampia costellazione antigovernativa, che riunisce al suo interno le principali sigle sindacali, i movimenti studenteschi, i gruppi per i diritti degli indigeni e, ovviamente, i gruppi di Fora Temer. Lula dovrà lavorare alacremente per costruire la sua base in vista del voto del 2018: la sensazione, in ogni caso, è che il PT sia ritornato e il congresso decisivo che ha visto l’elezione di Gleisi Hoffmann abbia sancito la decisiva svolta, il decisivo superamento dei postumi di Lava Jato. D’ora in poi, il partito guarderà avanti: ispirandosi al recente passato, bisognerà lavorare per donare al Brasile un degno futuro.