Il 13 dicembre, successivamente alla prima conferma divulgata dal New York Times il giorno precedente, il presidente eletto Donald Trump ha sciolto la riserva sulla nomina più attesa della propria amministrazione: quella del segretario di Stato. A ricoprire il ruolo della seconda carica più importante del sistema federale statunitense – previa la non scontata conferma del Congresso – sarà Rex Tillerson, il quale ha letteramente scavalcato tutti i possibili candidati in poco più di una settimana. Dopo che la rosa di nomi composta dal tycoon si era allargata al punto di includere, oltre all’ex sindaco Giuliani e al candidato alle presidenziali USA 2012 Mitt Romney, personalità come l’ex direttore della CIA David Petraeus, il presidente della House Homeland Security Committee Michaeel McCaul, lo sceriffo della contea del Milwaukee David Clarke e l’ex ufficiale del Ministero degli Interni Frances Townsend. Figure molto eterogenee, dunque, si sono contese un ruolo che tradizionalmente viene visto come un importante strumento di riconciliazione fra differenti anime dei partiti politici statunitensi: dopo essersi assicurato la nomination democratica del 2008, Barack Obama nominò la propria sfidante Hillary Clinton come segretario di Stato, confermando l’immagine di un partito coeso e capace di agire compattamente e includendo le differenti anime politiche al suo interno. Il precedente di Clinton fra i democratici faceva pensare ad una soluzione simile anche da parte repubblicana, con Donald Trump che accoglieva fra i membri della sua squadra di Governo non solamente una delle personalità più influenti del GOP – candidato tre volte nelle primarie repubblicane, rispettivamente del 2008, 2012, 2016 -, ma soprattutto uno dei suoi più accaniti avversari: in numerose occasioni, fra cui spicca il caso del videotape incriminante pubblicato ad ottobre dal Washington Post (da cui è estratta la famosa frase “Grab them by the pussy”), Romney ha ribadito la propria ostilità nei confronti dell’imprenditore incaricato di concorrere per i repubblicani alle elezioni federali.

Chairman and CEO of US oil and gas corporation ExxonMobil, Rex Tillerson, speaks during the 2015 Oil and Money conference in central London on October 7, 2015. AFP PHOTO / BEN STANSALL (Photo credit should read BEN STANSALL/AFP/Getty Images)

Rex Tillerson, parla al convegno Oil and Money tenutosi a Londra il 7 Ottobre 2015 – Crediti fotografici: Ben Stansall/AFP/Getty Images

Sebbene i trascorsi fra i due esponenti della vecchia e nuova destra statunitense non siano stati dei più felici, i segnali mandati da Trump durante le consultazioni di fine novembre – da cui ci si attendeva il nome del candidato a segretario di Stato – erano piuttosto incoraggianti: lungi dal voler proseguire una linea vendicativa, il presidente eletto si è dimostrato desideroso di allargare il più possibile la propria rosa di nomi, includendo in essa anche personalità appartenenti alla classe dirigente repubblicana uscita sconfitta dalle primarie – oltre a Mitt Romney ricordiamo, ad esempio, il presidente del Partito Repubblicano Reince Priebus scelto come capo di Gabinetto -. Le motivazioni dietro la strategia di Donald Trump, così lontana dall’aspetto mostrato quando auspicava la galera per Hillary Clinton, sono principalmente due: in primo luogo, ricompattare il partito in vista della votazione sui membri della nuova amministrazione, i quali richiederanno l’approvazione del Senato (dove la maggioranza repubblicana è di 52 a 48); in secondo luogo, prevenire la probabile bocciatura di Giuliani, fedele sostenitore di Trump ma rischioso per via dei propri giri d’affari estremamente ampi – a cui ha affermato di voler tornare a dedicarsi pienamente dopo la nomina di Tillerson -. Prima che il nome del CEO di Exxon Mobile giungesse provvidenzialmente ad imprimere una nuova spinta al processo di selezione, Donald Trump aveva sostanzialmente una lista di persone fra cui non avrebbe saputo o voluto scegliere, proprio perché nessuno riusciva a corrispondere alle sue aspettative. La preparazione tecnica di Petraeus, probabilmente superiore a quella di tutti i possibili nomi varati dall’imprenditore, non era capace di cancellare la forma mentis del generale, tipicamente ancorato ad una visione interventista della politica estera USA, troppo dipendente dal modus operandi classico dei servizi segreti statunitensi impegnati a guardare alla Russia come a un nemico, visione assolutamente discordante con quanto predica Trump. D’altra parte, la scelta di Mitt Romney avrebbe rappresentato un gesto poco apprezzabile all’interno della base repubblicana che ha votato per il tycoon, catturata soprattutto dal suo messaggio ostile nei confronti della classe dirigente repubblicana. È da tenere a mente la dichiarazione del senior advisor di Trump Kellyanne Conway alla CNN, incentrata sul fatto che fossero giunti numerosi messaggi di protesta contro la nomina di Romney provenienti dai sostenitori del GOP.

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Intervista integrale ed in lingua originale a Kellyanne Conway

È proprio il caso di dire: fra i due litiganti il terzo gode. La scelta di Rex Tillerson apre un nuovo tavolo di discussione in quanto, oltre a godere della stima di Condoleeza Rice e dell’ex segretario della Difesa Robert Gates, è stato accolto positivamente anche da Steve Bannon – il manager della campagna elettorale di Trump – e Jared Kushner- marito di Ivanka Trump e senior advisor di Donald Trump -. Dunque sembrerebbe esistere la possibilità concreta di compiacere le due anime del partito, quella più tradizionalmente neocon e quella orientata verso l’alt-right, da cui Donald ha ricevuto un sostegno importante. L’esperienza di Tillerson, oltretutto, lo rende un individuo estremamente interessante: attualmente la Exxon Mobile opera in 50 Paesi, portando avanti estrazioni in 6 continenti (come riportato da Steve Holland e James Oliphante per Reuters); nel 2011 ha firmato un accordo con la compagnia statale russa Rosneft per l’esplorazione e lo sfruttamento congiunto; attualmente la compagnia ha 10 joint ventures attive in Russia. Tillerson è al comando di Exxon dal 2006 e la sua azienda, seconda solo a Shell, ha un fatturato annuo di 453,123 miliardi di dollari. La sua storia, però, non è semplicemente l’ascesa di un ingegnere dedito all’azienda in cui ha cominciato come dipendente e di cui ora è il capo: Rex Tillerson è prima di tutto un grande amico di Putin, il quale lo ha insignito dell’Ordine dell’Amicizia nel 2013 – si tratta di uno dei riconoscimenti conferiti dal Cremlino più importanti -. La convergenza con il leader repubblicano, desideroso di spezzare la collaborazione fra Russia e Cina cercando di prendere il posto del dragone, è dunque molto forte, soprattutto tenendo conto del fatto che anche Tillerson sia contrario alle sanzioni contro Mosca varate da Obama – a causa delle quali Exxon ha perso un minimo di 1 miliardo di dollari -. Si potrebbe dire che Tillerson sia l’interlocutore ideale per promuovere il dialogo russo-americano, anche se la particolarità del CEO più evidente è la sua attitudine verso il clima: cambiando l’approccio classico delle società petrolifere sul tema, egli è un sostenitore della carbon tax come rimedio contro l’inquinamento, dimostrando un pragmatismo non indifferente.

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Rex Tillerson, in veste di CEO della Exxon Mobil dopo aver siglato un accordo con la Rosneft il 15 Giugno 2012, si scambia uno sguardo d’intesa con il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin – Foto: European Pressphoto agency

Parliamo di un imprenditore illuminato? Difficile stabilirlo, ma di sicuro si tratta di una figura dotata di due qualità fondamentali: conosce le attività estrattive degli Stati Uniti, in particolare in Medioriente dove l’avversario principale è la Cina – la quale ha rapporti privilegiati con i Governi locali -; è una personalità forte, che saprà rendere il Dipartimento di Stato nuovamente protagonista della politica estera statunitense. Un ruolo che, al contrario di quel che si può pensare, non è così scontato: come ricorda Joseph Cassidy (tradotto da Dario Fabbri per Limes), il ruolo che prima apparteneva al Dipartimento di Stato è divenuto parte dell’amministrazione dei servizi segreti e del Pentagono, nonché delle prerogative presidenziali. Dalla formulazione iniziale, che prevedeva la cogestione della politica estera fra Congresso e presidente, si è affermata a partire dalla Guerra Fredda una gestione militarizzata della politica estera USA, fondata non più sulle capacità analitiche dei diplomatici – che comprendono storici, sociologi, teorici della politica ed altre personalità distinte -, ma sull’ingerenza delle agenzie governative che rispondono principalmente ad un metodo militare e cospirativo, fondato su informazioni raccolte da gruppi clandestini, mantenimento dello status quo e politicizzazione delle strategie. Il ruolo di Obama, in questo fenomeno, fu notevole: fra i vari fatti si segnala l’accordo con Cuba siglato senza il coinvolgimento del segretario Kerry. Un evento paradossale. Trump sembra voler proseguire la linea della gestione personale ed extra-istituzionale del potere e della politica estera, compiacendo l’immagine della leadership forte a lui tanto cara. Le conseguenze, però, sono ben chiare: il rischio principale è che a decisioni prese sulla base di ingerenze politiche corrispondano fallimenti negati anche di fronte all’evidenza, provocando una pericolosa dissociazione dalla realtà che a lungo andare può minare la capacità di sviluppo del Paese, oltre alla stabilità del contesto internazionale. Il Dipartimento di Stato ha una capacità di analisi dei contesti socio-economici ineguagliata da tutte le altre amministrazioni federali, ma le pressioni della burocrazia incentivano il conformismo e orientano la sua azione verso posizioni conservatrici. Il compito principale di Tillerson sarà quello di sbloccare le capacità della struttura di produrre nuove ricette per affrontare i cambiamenti globali che vedono gli Stati Uniti assumere una posizione difensiva e chiusa in se stessa. Il tutto mentre il mondo – e il petrolio – continua a correre.