Brenton Harrison Tarrant passerà alla storia come l’autore dell’attentato terroristico più sanguinoso della storia della Nuova Zelanda. Armato come un soldato, e con a disposizione anche delle bombe che non sono detonate, il 15 marzo ha trasmesso in diretta Facebook una mattanza pianificata da anni. Si è prima recato alla moschea Al Noor, e poi al centro culturale Linwood, con un solo obiettivo: uccidere il maggior numero di musulmani. Il bilancio finale è di 50 morti e 50 feriti, la strage più grande sino ad oggi compiuta dal suprematismo bianco dopo il massacro di Utoya del 2011, 77 morti e 319 feriti.

Tarrant, allo stesso modo di Anders Breivik, ha voluto spiegare le ragioni del suo gesto, molto lucido e per niente folle, scrivendo di suo pugno un manifesto dal titolo tanto eloquente quanto evocativo, “La grande sostituzione”. Di nuovo, Tarrant, allo stesso modo di Breivik, si è auto-radicalizzato in rete, è un nazionalista bianco, e ha ucciso anche e soprattutto per mandare un messaggio alla società: “Svegliati, lo sto facendo per te!

Brenton Harrison Tarrant in stato di arresto

Oggi, il nazionalismo bianco è un movimento internazionale composto da decine di migliaia di seguaci, la cui ideologia è alimentata da una folta schiera di intellettuali e pensatori – che spesso scrivono sotto anonimato o pseudonimo, e che sta espandendosi anche e soprattutto al supporto di media come Breitbart o Voice of Europe. Sebbene sia vero che la fortuna del nazionalismo bianco è stata senza dubbio alimentata dal razzismo, dall’islamofobia e dall’insicurezza crescenti in Europa occidentale e Stati Uniti a causa del fallimento degli esperimenti di integrazione e del terrorismo (presunto) islamista, non è però corretto sostenere che esso nasca in reazione a tutto ciò.

Il nazionalismo bianco ha, infatti, una storia molto più antica ed un precursore molto noto: il Ku Klux Klan. Le croci bruciate, le impiccagioni di afroamericani, i linciaggi di italiani ed irlandesi, sono scomparsi nel tempo, ma l’ideologia che ha sorretto il movimento delle tre K non è mai morta, e si è evoluta nel corso degli anni ’60 e ’70, dando vita al nazionalismo bianco.

Non si tratta ancora dell’internazionale del terrore alla quale i media vorrebbero credere, ma certo si tratta di un’ideologia altrettanto pericolosa quanto l’islam radicale, perché capace di trasformare persone normali in soldati pronti a martirizzarsi e commettere stragi nel nome di una causa persa. I nazionalisti bianchi credono che sia in atto un complotto ai danni della civiltà occidentale avente lo scopo di distruggerla per mezzo della sostituzione etnica, del marxismo culturale, dei rapporti interrazziali, della violenza, del terrorismo e dell’islamizzazione.

Prima di Tarrant, gli stessi moventi hanno spinto ad agire altri stragisti: Alexandre Bissonette, l’attentatore della moschea di Quebec City, Darren Osborne, l’attentatore del parco Finsbury a Lonra, e Dylann Roof, l’autore del massacro di Charleston. Ciò che accomuna gli stragisti del nazionalismo bianco è anche la giovane età. Roof aveva 21 anni quando entrò nella chiesa metodista afroamericana di Charleston uccidendo nove persone. Roof sperava e desiderava che la mattanza spingesse gli afroamericani del paese a protestare contro la violenza ed il razzismo, innescando una guerra razziale.

Una cosa è certa: Tarrant non è il primo e non sarà neanche l’ultimo. L’islam radicale ha attecchito perché c’era, e c’è ancora, del malessere tra migliaia di musulmani, alimentato da imperialismo, segregazione, discriminazione, ignoranza religiosa, imam estremisti (finanziati da fiumi di denaro). Allo stesso modo, il nazionalismo bianco ha iniziato a manifestarsi in tutta la sua violenza, perché c’è del profondo disagio tra i ianchi, che è fermentato anche a causa della propaganda martellante proveniente da intellettuali, politici e media di estrazione liberale.

È da anni che giornali e campus universitari sono diventati piattaforme per la diffusione di denunce, trasmesse con gli altoparlanti, riguardo il privilegio bianco, la mascolinità tossica dell’uomo occidentale, la necessità di importare milioni di immigrati per sopperire alla crescente infertilità dei maschi occidentali, sullo sfondo di battaglie iconoclaste che in ogni angolo d’Occidente stanno portando all’abbattimento di statue e monumenti di eroi del passato, accusati di razzismo.

No, l’odio antibianco dei fondamentalisti del liberalismo non può giustificare delle mattanze insensate, ma è un elemento da considerare con adeguata importanza, perché negli stessi blog in cui i nazionalisti bianchi riversano il loro odio verso arabi, neri, musulmani, indiani, si parla molto anche delle campagne antioccidentali portate avanti dai liberali.

Breivik si considera il più grande difensore della civiltà giudeo-cristiana dal post-1945, eppure ha ucciso dei bianchi. Potrebbe apparire una contraddizione, ma non lo è: Breivik ha ucciso dei laburisti, promotori di campagne progressiste, laiciste, multiculturaliste, quindi dei nemici. È sbagliato anche parlare di Tarrant, Breivik, Roof e tutti gli altri come di “terroristi cristiani”, perché sebbene queste mattanze vengano commesse per la presunta difesa della giudeo-cristianità, nel nazionalismo bianco il cristianesimo è equiparato allo stesso livello dell’islam: una minaccia per l’Occidente.

Christchurch

Nell’immaginario del nazionalismo bianco il cristianesimo, il cattolicesimo in particolare, è una religione farlocca, che reprime gli istinti primordiali degli uomini, trasformandoli in esseri eccessivamente mansueti e docili, e che seguirebbe un’agenda antibianca con il suo messaggio di fratellanza universale. Il cristianesimo che i nazionalisti bianchi vorrebbero difendere non ha niente a che fare con la Bibbia, con Gesù, con il magistero della chiesa cattolica, ed è modellato secondo i canoni del “cristianesimo positivo” elaborato dagli ideologi nazisti, quindi depurato di elementi giudaici, mistici ed ultraterreni, e di insegnamenti sull’umana solidarietà, sull’amore per il prossimo.

Non deve sorprendere perciò che Roof abbia ucciso dei cristiani all’interno di una chiesa, o che Breivik e Tarrant – pur volendo difendere l’identità cristiana dell’Occidente, siano degli odinisti, ossia dei seguaci di Odino, la principale divinità della mitologia norrena e germanica. Nella visione esoterico-religiosa del nazionalismo bianco, si mescolano in maniera profonda e contorta tesi e valori del neopaganesimo, satanismo razionale, occultismo, misticismo nazista, giudeofobia, anticattolicesimo, islamofobia, suprematismo bianco, darwinismo sociale. La strage di Christchurch dev’essere considerata per ciò che è: un campanello d’allarme da non sottovalutare. I giovani occidentali sono esposti alla radicalizzazione tanto quanto i loro coetanei musulmani, complici la crisi d’identità, il caos imperante nell’epoca attuale, l’insicurezza, la ricerca di nuovi valori.

Se il nazionalismo bianco non ha ancora mietuto tante vittime quanto l’islam radicale è solo per una ragione: mancano i finanziatori. Gli stragisti di Utoya, Charleston e Christchurch si sono autofinanziati e hanno accumulato i loro arsenali quasi-militari negli anni, lavorando, rubando o investendo. Dietro Christchurch non c’è alcuno Stato canaglia che ha investito miliardi di petrodollari per diffondere dottrine estremiste, ma un’opera di autoradicalizzazione e autofinanziamento conclusasi in mattanza.

L’odio che muove le armi di nazionalisti bianchi e islamisti è lo stesso, ed anche le ragioni dietro la radicalizzazione dei loro protagonisti, tale sarà anche la soluzione e il cammino verso la deradicalizzazione e la reintegrazione nella società. L’emergere del “terrorismo bianco” come reazione o conseguenza alla crisi d’identità, alla paura, al senso di spaesamento dinanzi l’avanzare della globalzizazione, al terrorismo islamista, e alla particellizzazione delle società avanzate contemporanee, non soltanto deve rappresentare un’occasione ulteriore di incontro e dialogo tra culture, ma è anche il momento ideale per riprendere in mano un saggio molto fortunato del 1995, “Guerra santa contro Mcmondo” dello scienziato politico Benjamin Barber.

Secondo Barber, l’avvento della globalizzazione e dell’annesso processo di disgregazione e distruzione creatrice-omologatrice delle identità, avrebbe negli anni a seguire portato allo scontro due tendenze profondamente diverse tra loro: il Mcmondo, ossia la forza motrice omologante della globalizzazione, e il Jihād, la reazione delle identità e delle culture dinanzi la minaccia della massificazione e dell’annichilimento.

Molti teorici ed esperti di relazioni internazionali avevano visto nel terrorismo islamista la più potente espressione del Jihād teorizzato da Barber, ma quanti avevano previsto che la stessa forma di resistenza violenta potesse prendere forma anche nell’ormai disincantato Occidente, giunto alla fine della storia? Il fanatismo dei patrioti bianchi è destinato a morire, come ogni altra ideologia totalitarista nata nel tempo, ma allo stesso modo della violenza islamista, per essere sconfitto deve prima spingere persone comuni, sociologi e politici a porsi delle domande: da dove nasce questo odio? Che ruolo ha avuto l’indifferenza della società in tutto questo?

Se la politica non dovesse riuscire a fornire delle risposte, come del resto è già accaduto, allora è compito della società trovarle, allontanando lo spettro dello scontro di civiltà tanto sognato dai patrioti bianchi attraverso il dialogo e l’incontro, perché l’odio genera odio e resta sempreverde la massima di Mahatma Gandhi: “Occhio per occhio e il mondo diventa cieco”.