I dati sull’affluenza dei giovani americani alle recenti elezioni di midterm, hanno riportato alla luce la necessità di fare chiarezza su quale sia lo stato di salute di quella che viene per antonomasia definita come “la più grande democrazia del mondo”. Solo il 13% degli under 30 ha deciso di recarsi alle urne, un’affluenza bassissima che fa apparire il valore medio dell’affluenza alle elezioni di medio termine – sempre nettamente al di sotto del 50% – e quello delle presidenziali – mai oltre il 60% – come dei successi di fronte all’emorragia di partecipazione dei giovani, per quanto di successo certo non si possa parlare. Si potrà subito obiettare che le democrazie mature non hanno bisogno di plebisciti popolari ogni qualvolta ve ne sia l’occasione; qualcuno sosterrà che secondo la fumosa teoria della “politica della felicità” chi è felice non vota; e altri ancora rimarcheranno che essendo gli Stati Uniti una repubblica presidenziale, in fin dei conti non è così fondamentale di che colore sia il Congresso. Non è la sede per dibattere di come funzioni il sistema politico americano, tuttavia basterà solo dire come quest’ultima vulgata non sia vera neanche per metà: giacché il parere del Congresso risulta comunque importante e in certi casi fondamentale, nonostante il grande accumulo di poteri che rende l’inquilino della Casa Bianca, de facto, l’uomo più potente del mondo.

Il problema della politica americana è piuttosto una generale e forte disaffezione dell’elettorato verso l’establishment da cui non si sente più rappresentato. Una disaffezione che deriva dalla consapevolezza che in fin dei conti non vi sono alternative: votare Democratico o votare Repubblicano, è sinonimo che nulla cambierà nella pratica. I loro esponenti provengono dalle stesse università, ragionano alla stessa identica maniera, perseguono gli stessi fini e sono finanziati dalle stesse lobbies (alla luce del sole, per carità, diamo atto della trasparenza americana) che girano la banderuola sempre e solo di centottanta gradi a seconda dell’interesse momentaneo e di chi è in grado di garantirlo al meglio. Un sistema saldamente improntato su un sistema bipartitico che è la miglior soluzione per salvare la faccia – garantendo le elezioni e quindi la favola della democrazia funzionante – quando in realtà si impedisce lo sviluppo e la partecipazione di altre forze politiche alternative al sistema, vero sale della democrazia, tarpando le ali ad ogni forma di dissidenza verso le politiche democratico-repubblicane mediante un forte oscuramento mediatico di forze diverse ed ostili.

Si pompano invece, all’inverosimile e con scenografie teatrali, le sfide tra i due gattopardi con cui rimbecilliscono mezzo mondo ad ogni elezione. Siparietti dove il seggio e la presidenza si giocano per una parola in più o un’espressione in meno durante dibattiti artefatti e organizzati a tavolino, dove la spontaneità e la veridicità delle affermazioni sono lasciate all’angolo per far spazio alla prosopopea di fanatici commentatori che decifreranno ogni minimo gesto o segnale per i beoni da divano che, eccitati, si sorbiranno la pozione miracolosa. Questa è la politica americana: quella di stampo hollywoodiano dove prima di tutto lo spettacolo dev’essere garantito – trasformando la vita pubblica del Paese in un talk show televisivo, così come partite di basket o football diventano eventi mediatici e mondani che mettono il gioco in secondo piano. Quella che talvolta non accetta ispettori internazionali a garantire la regolarità delle sue elezioni, quella dove i sospetti di brogli in alcune consultazioni sono più che sospetti, quella che non permette che il mondo venga a conoscenza di ciò che pensa la sua opinione pubblica su tematiche importanti (come le tante guerre create e perpetrate) e che non mostra il dissenso interno, quella che stronca sul nascere le voci fuori dal coro e che tiene in piedi il teatrino del bipartitismo che (purtroppo) oramai mezzo mondo agogna come miglior sistema possibile – “per garantire la governabilità”, in teoria, per escludere le forze che contribuiscono ad arricchire la scena politica di idee nuove e alternative, in pratica. Quella infine che dimostra, dati alla mano, come non sia sinonimo di felicità la bassa affluenza, ma piuttosto di rassegnazione. Dopo le ultime Europee, forse, l’abbiamo capito anche noi.