Nel corso del 2017 l’America Latina è stata spesso al centro dell’agenda geopolitica, al pari di altri storici focolai come il Medio ed Estremo Oriente. Abbiamo deciso di parlarne con Francesco Giappichini, esperto di America Latina e blogger per la testata Lettera43.

Presencia de América Latina - Jorge González Camarena (1965)

Presencia de América Latina – Jorge González Camarena (1965)

Il Venezuela ha vissuto il momento più difficile dalla morte di Chavez con disordini di piazza che hanno provocato oltre 120 morti. Quali sono le colpe della maggioranza del presidente Maduro e quali quelle della frastagliata galassia dell’opposizione?

I due schieramenti sono responsabili di non legittimare il proprio avversario. Di non comprendere che tale operazione avrebbe beneficiato non tanto il fronte opposto, quanto sé medesimi. Fatta questa premessa, è giusto chiedersi quale dei due fronti abbia per primo infranto le regole. Ebbene, credo che lo straordinario impegno profuso dall’opposizione, per ottenere il Referendum revocatorio nei confronti del presidente Nicolás Maduro, abbia dato il là a tutta una serie di reciproci affronti. Contrassegnati da varie tappe: in primis, il depotenziamento dell’Assemblea nazionale – in mano al centro-destra – che perde alcune importanti competenze legislative (le quali saranno esercitate dall’Assemblea costituente). Poi il boicottaggio delle Elezioni comunali del 10 dicembre, da parte delle destre.

Nella seconda metà dell’anno il chavismo sembra aver trovato le misure giuste scongiurando il default, lanciando la nuova Assemblea Costituente e trionfando sia nelle elezioni regionali che in quelle comunali. L’ufficialità della ricandidatura di Maduro per il prossimo anno va letta come un segno di coesione tra l’ala militare e quella civico-sindacale o come un’assenza di soluzioni diverse?

La prima che ha detto. La ringrazio della domanda: consente di mettere in luce le strategie del fronte conservatore. Metodi di comunicazione che poi sono ripresi dai network mediatici. Si cerca di concentrare il fuoco su Maduro, il cosiddetto dittatore, che viene dipinto in termini derisori. Nessun impegno a far comprendere che l’Inquilino di Palazzo Miraflores non è altro che il portavoce (il primus inter pares) del patto – per molti, di convenienza – tra le Forze armate e il governante Partito socialista. Componenti a loro volta divise in correnti. Maduro non è rivestito da nessuna aurea leggendaria, a differenza del predecessore. Il potere, a Caracas, lo gestisce il sistema chavista; una rete che va dai vertici civici e militari sino alle organizzazioni territoriali di massa (vedi le Comuna).

Nicolás Maduro

Nicolás Maduro

In Cile il fallimento del secondo mandato di Michelle Bachelet ha comportato la rielezione dell’ex presidente Piñera e il rafforzamento, per la prima volta, di un terzo polo a sinistra della storica coalizione di governo. Quali sono le previsioni per il prossimo quadriennio del Paese sudamericano?

Le previsioni non sono negative. Piñera è più saggio e riflessivo, rispetto ai tempi della vittoria nel 2009. Ha dichiarato che non interverrà sulla riforma universitaria dell’uscente Esecutivo Bachelet, (la quale stabilisce la gratuità del percorso universitario per ampie categorie di giovani, ed è apprezzata dall’opinione pubblica). Ha una indole liberista sì, ma anche libertaria, quindi non dovrebbe riformare la legge aperturista sull’aborto, da poco approvata. E poi il suo fine è più che altro ottenere la consacrazione come padre della patria: uno status che a oggi non possiede. Infine sarà costretto a scendere a patti con le forze politiche e sociali di sinistra e centro-sinistra: forti non solo nelle Istituzioni, ma nella società stessa. Insomma, non paiono incombere derive verso destra.

L’unico stato in cui uno dei governi rivoluzionari sembrava aver superato indenne il passaggio di testimone dal leader di riferimento ad un proprio delfino è l’Ecuador. Cosa sta succedendo tra Rafael Correa e Lenin Moreno? Anche la Revolucion Ciudadana è a rischio?

Lo scontro è il frutto della divergenza sul ruolo storico della Revolución Ciudadana. Per Correa, la sinistra ecuadoriana deve conservare un’impronta messianica – il che porta con sé personalismo e dirigismo – lasciando poco spazio al dialogo con l’opposizione. Beninteso: Correa è convinto che ciò sia necessario per concretizzare le politiche progressiste; non certo per dar sfogo al proprio culto della personalità. Per Moreno ciò è sbagliato: politiche di sinistra sì, ma senza autoritarismo, e senza perdonare i fedelissimi che abbiano ceduto sul fronte etico. Da qui la battaglia contro la rielezione indefinita. C’è da dire, però, che le politiche perseguite da Moreno sono le stesse su cui puntava Correa (tutte pesanti per le finanze pubbliche). Ciò fa pensare che il conflitto possa – in futuro – essere sanato.

Sebastián Piñera

Sebastián Piñera

Macri ha vinto le elezioni di medio termine in Argentina ma non è comunque riuscito a conquistare la maggioranza nei due rami del Parlamento mentre il rilancio della leadership di Cristina Kirchner non ha portato i risultati attesi. L’Argentina continuerà ancora a lungo a fare da cavia per il neoliberismo dopo il pagamento dei fondi avvoltoi e l’adesione al forum di Davos?

La maggioranza silenziosa è sempre più convinta della propria scelta. Dopo tredici anni di kirchnerismo, si è deciso di dar carta bianca a Macri e alla sua classe dirigente: ormai si parla apertamente di macrismo. Certo, in molte aree l’opposizione conserva ampi bacini elettorali. Tuttavia gli analisti pronosticano, già adesso, una riconferma di Macri nel 2019. L’Argentina profonda, estranea a partiti e sindacati, tende a identificare peronismo e kirchnerismo, con clientelismo e corruzione. E anche con un interventismo statale eccessivo (si pensi alle restrizioni nell’acquisto del dollaro). Così Macri e gli industriali hanno la strada spianata per affrontare tutta una serie di riforme: quella del lavoro, tributaria, previdenziale, di riduzione dei costi della politica. E l’elenco continua».

Evo Morales è riuscito ad ottenere la possibilità di ricandidarsi a presidente della Bolivia quando scadrà il suo attuale mandato. E’ una sconfitta per il socialismo che si attesta come incapace di formare nuove classi dirigenti o una certezza per il popolo boliviano?

Non parlerei di sconfitte. A queste latitudini, la riconferma dei leader storici non è intesa come un disvalore; si pensi alla venerazione – tuttora presente in vari settori della sinistra – per l’eternità del castrismo. Aggiungo due osservazioni. La prima: in Bolivia l’economia è entrata in un ciclo virtuoso, su cui sarebbe saggio non intervenire. La seconda: al di là delle politiche inclusive (specie verso gli indigeni), Morales è un pragmatico; e le sue riforme hanno favorito – contrariamente al luogo comune – anche la grande impresa. Così il leader cocalero e il suo entourage si saranno chiesti: perché rischiare questo capitale politico, rinunziando alla candidatura? Solo per guadagnarsi la fama di democratico? E se si ripetesse lo schema del tutti contro uno, come nel referendum 2016?

Evo Morales

Evo Morales

L’Honduras sembra non trovare pace nel nuovo millennio e dopo la destituzione del legittimo presidente Manuel Zelaya nel 2009 sta subendo una nuova crisi politica in seguito alle nuove elezioni presidenziali. Cosa sta succedendo davvero al piccolo stato centroamericano?

Non ho le prove dei brogli, che avrebbero ribaltato l’esito della sfida; ovviamente a vantaggio del presidente conservatore, e a scapito della formazione di sinistra. Tuttavia ho sì indizi in questo senso (e al di là della surreale caduta del sistema informatico, proprio quando l’esito a favore del progressista pareva scontato). In primis, i pochi scrupoli mostrati sinora dalla dirigenza del Partido nacional. Che non solo ha promosso il golpe del 2009, con tanto di esilio di Zelaya nell’Ambasciata lulista; ma non nasconde di portare avanti le proprie riforme, su richiesta di Washington, e solo per ottenere i fondi statunitensi. Quasi a voler confermare la denominazione di repubblica delle banane. Poi vi sono gli ottimi reportage di vari colleghi, convinti della dimensione enorme dei brogli.

Il 2018 sarà ricco di appuntamenti elettorali a partire dalla sfida di febbraio in CostaRica. Quale è lo scenario che attende lo stato centroamericano?

Il tema centrale della campagna elettorale, è lo scandalo del cementazo. La vicenda giudiziaria – centrata sull’importazione di cemento dalla Cina – sta mettendo in crisi le formazioni considerate (dagli avversari) parte dell’establishment. La questione morale erode i consensi sia del partito di sinistra al governo – il cui candidato pare escluso dal ballottaggio – sia del riformista Partido liberación nacional che presenta il politico di lungo corso, Antonio Álvarez Desanti. Per quest’ultimo – uomo del Premio Nobel Óscar Arias – la strada è in salita, e oggi le previsioni vedono favorito il conservatore Juan Diego Castro. Un personaggio istrionico che punta sull’avversione verso establishment, l’onestà e le maniere forti, e che di questi tempi non poteva non essere accostato a Donald Trump.

Juan Diego Castro

Juan Diego Castro

A seguire sarà il Paraguay ad eleggere il successore di Horacio Cartes che dopo la mancata riforma costituzionale, causa di violentissimi scontri, non potrà ricandidarsi. Si va verso un cambio al vertice?

A leggere i sondaggi, il Paese dovrebbe svoltare a sinistra. L’alleanza tra la Sinistra – rappresentata dal Frente Guasù – e il riformismo del Partito liberale, pare gradita all’elettorato. Detta coalizione presenterà come candidato presidente, il liberale Efraín Alegre; mentre per la carica di vice concorrerà Leo Rubín, del Frente Guasù (la formazione guidata dall’ex vescovo Fernando Lugo). Sul fronte conservatore, il Partido Colorado punterà sul senatore Mario Abdo Benítez: dissidente, rispetto alla linea ufficiale della storica formazione. Cartes avrebbe preferito un altro candidato (sconfitto alle primarie), anche perché Abdo è stato uno dei più acerrimi avversari della suddetta riforma istituzionale. Così Lugo può tornare al potere, dopo aver sofferto un golpe soft (parlamentare) nel 2012.

In Colombia Farc è ora acronimo di un partito e non più del gruppo guerrigliero armato. Quali sono le speranze in vista delle elezioni legislative di marzo e di quelle presidenziali di maggio per chi ha voluto lo storico accordo di pace?

La formazione originatasi dal gruppo guerrigliero svolgerà un ruolo di testimonianza: è accreditata dell’1 per cento. La situazione è liquida, e questa incertezza sta mettendo in preallarme anche Morgan Stanley, che pronostica difficoltà, in vista dell’adozione di tagli alla spesa. Del resto, l’economia nazionale non viaggia più col vento in poppa. Se nelle scorse Presidenziali tutto si centrava sullo scontro tra santisti e uribisti, per ora i loro rispettivi candidati sono nelle retrovie (al terzo e quarto posto). L’uomo da battere si conferma Sergio Fajardo, che guida una piattaforma di centrosinistra, che non disdegna accenti populisti. Lo segue uno dei pochi estimatori del chavismo nel Paese, il progressista Gustavo Petro. Il Congresso dovrebbe invece dividersi tra liberali e uribisti.

Bandera_escudo_-_Flag_of_the_FARC-EP

In Messico potrebbe riuscire a candidarsi per la prima volta alla presidenza della Repubblica una donna indigena espressione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Una ventata di novità o un potenziale pericolo per il candidato populista Lopez Obrador dato in vantaggio da tutti i sondaggi?

Anche la rappresentante del Congresso nazionale indigeno svolgerà solo un ruolo – pur importante – di testimonianza morale. E non mancano le battute, che possono anche essere giudicate di dubbio gusto: c’è chi dice che la scesa in campo di María de Jesús Patricio ricordi più una performance di arte contemporanea, che una mossa di realpolitik. Il leader della sinistra, López Obrador, è sì in testa, ma non darei la vittoria per scontata. E non mi riferisco solo a Ricardo Anaya, del Partido acción nacional, che i sondaggi non danno per morto. Parlo soprattutto dell’ex ministro dell’Economia José Meade Kuribreña, il candidato del Partido revolucionario institucional. Competente, affabile ed estraneo a fatti corruttivi, è la scelta migliore per una formazione di governo fiaccata dagli scandali.

Verso la fine del 2018 il Venezuela voterà per la successione a Nicolas Maduro. Che effetti rischia di avere questa competizione elettorale per l’intero continente?

Dal punto di vista giuridico-commerciale, l’Elezione non avrà ripercussioni decisive. Il Paese è sospeso dal Mercado común del sur, e i Paesi dell’Area hanno già provveduto a creare una sorta di cordone sanitario, in vista di possibili derive a livello politico, o di ordine pubblico. Fronte comunicazione: si prevedono campagne propagandistiche – orchestrate dai media monopolitisti – ovviamente a senso unico. Maduro è il male, un dittatore che ha affamato il suo popolo per conservare il potere: questa è la narrazione. Chi si oppone passa per estremista sabotatore, oppure, nel migliore dei casi, per una persona eccentrica e stravagante. La riflessione riformista secondo cui vi sono state regolari elezioni – e l’inclusione chavista ha beneficiato pure gli imprenditori locali – non è pervenuta.

Proteste anti-Maduro

Proteste anti-Maduro

Il gigante brasiliano è in campagna elettorale già da più di un anno. L’unica speranza per la sinistra è l’ex presidente Lula? Marina Silva dopo averlo sfiorato due volte potrebbe giungere al ballottaggio? La destra liberale si compatterà su un unico candidato tra Bolsonaro e gli uomini forti del Partito della Social Democrazia Brasiliana?

Difficile rispondere: va atteso il 24 gennaio, quando il Tribunale federale deciderà in appello sulla colpevolezza di Lula per corruzione e riciclaggio, se sarà confermata la pena della reclusione a nove anni e sei mesi, se verrà disposta l’esecuzione immediata della sanzione, se la vicenda comporterà da subito la misura accessoria dell’ineleggibilità; (o se potrà continuare la corsa elettorale, sub judice). Certo, se Lula non potesse candidarsi, l’elettorato di sinistra potrebbe convergere sulla pasionaria Silva. Mentre il Partido da social democracia brasileira – che dovrebbe rappresentare le istanze liberali – ha già deciso di puntare sul governatore paulistano, Geraldo Alckmin; le cui chance di vittoria sono minime, per via del suo scarso appeal elettorale, fuori dallo Stato di San Paolo.