Non è mai bene frequentare i programmi televisivi, tantomeno Le Iene e il loro format da ceto medio semicolto in versione giovanile, talvolta volgare. Ma alla puntata andata in onda ieri (qui) va riconosciuto un merito: il servizio di Luigi Pelazza in Ucraina orientale era onesto.

Accompagnato dal combattente italiano Andrea Palmieri, la iena di Italia Uno ha ripercorso brevemente la storia del conflitto, dalla rivolta di Maidan allo scoppio della guerra civile. Andrea, trentacinquenne lucchese, convertito al cristianesimo ortodosso, in Italia militava nella destra radicale e nei Bulldog 98, gli ultrà della Lucchese. A causa di vari pestaggi, era finito prima in carcere e poi agli arresti domiciliari, tagliando però la corda in direzione del Donbass. Ma non si è arruolato per sfuggire alla giustizia italiana, precisa; altrimenti sarebbe andato a Santo Domingo, dove non c’è estradizione. E ammette che, in ogni caso, la galera italiana è meglio della guerra. Al momento del servizio è a Lugansk in convalescenza, con la mano fasciata. Racconta senza imbarazzi la realtà di una guerra tra fratelli, e alla domanda del perché stia combattendo tra le fila dei novorussi, risponde che è «per aiutare la popolazione»; per lui, «solo la nostra vittoria potrà evitare la terza guerra mondiale». Mentre percorrono in macchina le vie di Lugansk, scorrono le immagini di alcuni militari in allenamento, sullo sfondo delle abitazioni civili distrutte dai bombardamenti. Appena fuori dalla città trovano due carri armati distrutti, di cui uno ricoperto di fiori perché ci «sono morti dei ragazzi», mentre un altro, appartenente all’esercito ucraino, è spoglio: «se non vedi i fiori, è un blindato loro», spiega Andrea.

L’italiano mostra a Pelazza le trincee nella pianura di Metalist a nord della città, distesa riconquistata dai filorussi in seguito a una manovra di accerchiamento. Le immagini parlano da sé: le trincee ucraine, dalle quali veniva bombardata la città, sono state scavate in fretta. Profonde appena un metro, costringevano i soldati a muoversi a gattoni, pena l’esporsi al fuoco nemico. Sono ancora circondate dai sacchi di sabbia e in alcune vi sono dei resti. Andrea esibisce a favore di telecamera un foglietto appartenente a razioni militari di produzione statunitense. «In altre posizioni trovi anche le bombe a grappolo americane. È la prova che gli americani aiutano gli ucraini non solo col cibo, ma anche con le armi», dice. Lo fanno da tempo, ma è solo giorni fa che il Congresso ha deciso per l’invio di mezzi e attrezzature militari in Ucraina, tra cui blindati Humvee, ricognitori telecomandati, radar, apparecchiature di comunicazione, occhiali per la visione notturna. Pelazza incalza il combattente italiano, fino a fargli ammettere tacitamente che, se una parte è supportata militarmente dagli Usa, l’altra lo è da Mosca, nonostante si escluda una presenza diretta dell’esercito russo in campo, altrimenti «la guerra sarebbe durata due giorni».

Si confida: combatte senza secondi fini, per qualcosa che in Occidente si è perso; per la Russia, paese che ama, e per il presidente Putin, che più volte ha elogiato. È pagato dal Comando militare per una cifra di circa 300 euro, valida come rimborso spese. Ha un figlio, nato dal matrimonio con una russa. «Hai mai ammazzato qualcuno?», chiede la iena. «Non si può rispondere, questa è guerra», ribatte Andrea con lucidità. La voce di fa più fioca quando racconta di aver visto morire qualche suo compagno e, mentre non schioda gli occhi da terra, la sofferenza si fa evidente sul volto. Narra ciò che nei mesi di permanenza nella zona lo ha colpito di più. Nelle colline intorno a Lugansk, in una dacia, una donna guardava cartoni animati e rideva come una bambina. «Chiedo a un altro: ma cos’è, scema? E questo mi risponde: no, questo è il cartone che piaceva ai suoi bambini. Sono stati ammazzati a Donetsk con una bomba».

Alle 21 comincia il coprifuoco. I due si soffermano in un pub della città, dove incontrano un ragazzo di 15 anni che «combatte per difendere la sua terra». Gli è stato assegnato un fucile automatico, talvolta spara con una mitragliatrice di grosso calibro. «Faccio questo per il bene del mio paese, per il bene della mia famiglia». Al fronte, dove opera, si ritrova a breve distanza dal nemico, a breve distanza dalla morte. Cento, duecento metri, a volte un chilometro. Il giornalista domanda se abbia mai accoppato qualcuno. «Non parliamone, ho 15 anni» è la risposta sofferta. Ha paura di morire, certo, «solo uno scemo non ne avrebbe»; ora frequenta una psicologa, che lo aiuta nella riabilitazione. La vodka scorre a fiumi, il pub è pieno di soldati armati e ubriachi. Meglio tornare a dormire.

Il giorno seguente, Palmieri e Pelazza raggiungono il fronte in furgone, guidati da un cosacco. Durante il viaggio, la iena esibisce uno dei kalashnikov dei combattenti. Nonostante la tregua stabilita a Minsk, da parte ucraina i cecchini sparano e non si riservano colpi di mortaio da 80mm; per tre volte vengono fermati ai posti di blocco e ai giornalisti vengono fatti indossare giubbotti antiproiettile. Con sorpresa, tra le case che si trovano in mezzo alla linea di fuoco abita ancora una babushka, una anziana signora che va avanti grazie agli aiuti alimentari che l’esercito le fornisce. 

Giunti all’ultima linea, incontrano finalmente Antonio, l’altro combattente italiano. Trentenne, avellinese, si presenta con un SVD Dragunov tra le braccia. È in Donbass da poche settimane, spiega, e questa è la sua prima missione al fronte. Non è un novellino: oltre ad avere nel curriculum un addestramento all’uso di varie armi, conseguito in Russia nel 2009, si è perfezionato in Kazakhstan e ha anche servito come mercenario tra le fila del colonnello Gheddafi. «Là si guadagnava molto bene», dice, le cifre superavano di gran lunga i 5 mila euro. Qui non viene pagato, combatte per difendere un popolo in lotta. Alla domanda di Pelazza – «Uno sniper che cosa prova, se butta giù qualcuno?» – Antonio risponde con franchezza: «È brutto perché comunque poteva essere un tuo amico. È guerra…». Parlano di come è arrivato in Donbass, dopo aver ottenuto un visto turistico in Russia. Il ritorno a casa è una situazione particolare, ma può lasciare il fronte quando vuole. La iena lo tallona: «Ma sai che là c’è qualcuno che ti aspetta, che sa che sei venuto qua?». «E a fare cosa, ad aiutare la popolazione? Non penso che sia un problema, non sono mica un terrorista. Non taglio la testa a nessuno», ribatte il combattente, che presto è sulla linea a mostrare cosa si vede oltre e come osserva i movimenti del nemico.

 Da parte ucraina cominciano gli spari, i giornalisti si riparano mentre i filorussi tornano in posizione. Il giornalista sale sul furgone e lascia in fretta la zona, fermandosi a poche centinaia per assistere a «un’ultima scena di questa follia». Una famiglia che ha perso tutto lascia la zona, dopo aver caricato sulla macchina le ultime cose rimaste, tra cui un carico di pannocchie e delle bici. Pelazza augura al bambino, Igor, un futuro migliore. «Speriamo in Dio», esclama un adulto. Le armi e la fede sono le ultime cose rimaste.