Era il 1996 e lo scienziato politico e pensatore Samuel Huntington dava alle stampe uno dei saggi di geopolitica più discussi dell’ultimo ventennio: Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Huntington credeva che nel 2000 il panorama internazionale non sarebbe stato monopolizzato dallo scontro fra ideologie, come nel secolo precedente, ma dal conflitto fra culture e civiltà diverse. Il declino dell’Occidente sarebbe stato causa di tensioni a livello globale, spingendo le potenze principali del “resto del mondo” a fronteggiarsi per l’estensione delle loro sfere di influenza – sfidando anche lo stesso Occidente.

La Russia avrebbe provato a riottenere il controllo, quantomeno indiretto, sui territori posseduti in epoca zarista e sovietica, Cina e Giappone avrebbero dato vita ad una nuova stagione di antagonismo per l’egemonia sull’Asia orientale e meridionale, l’India avrebbe abbandonato definitivamente le vesti di impero democratico multiculturale e multireligioso per dirigersi verso una progressiva induizzazione esportata oltre confine, il mondo islamico sarebbe stato scosso da una lotta intestina fra i principali paesi candidati al ruolo di “guida di civiltà”, l’Africa non-araba avrebbe continuato ad essere dilaniata da rivalità etnonazionaliste, e l’Occidente avrebbe continuato a ergersi a poliziotto del mondo, a lottare per l’esportazione di valori propri intesi come universali, guidando guerre e cambi di regime, dando vita ad un vortice di tensione che presto o tardi avrebbe innescato una guerra tra civiltà.

Samuel Huntington

Futurologia spicciola? All’epoca le previsioni del libro furono ampiamente schernite, accusate di descrivere un mondo-bomba a orologeria esistente soltanto nella mente dei neoconservatori americani eppure, all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, Huntington e la sua opera riemersero dall’oblìo: il primo diventando l’ospite più chiamato nei canali televisivi statunitensi, la seconda tornando nuovamente tra i libri più venduti dell’anno.

Passano gli anni e quello scenario cupo descritto da Huntington sembra stia realizzandosi in gran parte del mondo. In Occidente, il multiculturalismo palesa ormai tutti i suoi limiti e si dirige verso l’implosione fra enclavi etniche, epidemie di criminalità, rivolte urbane che esplodono periodicamente per i più disparati motivi, dagli Stati Uniti alla Francia, toccando Svezia, Gran Bretagna e Germania, coesistenza fra autoctoni e stranieri che diventa sempre più difficile, spingendo entrambe le parti a rintanarsi nell’identitarismo. Inoltre, proprio come predetto da Huntington, Stati Uniti ed Unione Europea sono sempre più distanti, e buona parte degli occidentali è disinteressata alla tutela della propria identità, anzi segue ossessivamente mode esterofile, facendo del cosmopolitismo un modus vivendi. 

Il mondo islamico è spaccato da una guerra per l’egemonia sulla umma: Iran e Arabia Saudita guidano lo scontro, ma Egitto, Marocco, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Qatar, a loro modo perseguono agende parzialmente autonome dai blocchi di riferimento. Lo scontro è lungo la Mezzaluna fertile, ma l’obiettivo ultimo è la legittimità agli occhi dei quasi due miliardi di fedeli che pregano rivolti verso la Terra del Sigillo dei Profeti. Tutto il malessere per il colonialismo passato e l’imperialismo presente delle potenze europee e degli Stati Uniti ha alimentato la diffusione capillare di sentimenti antioccidentali, che hanno favorito l’emergere del terrorismo islamista. Un capitolo a parte merita la Turchia, il cui processo di occidentalizzazione forzata è stato interrotto a tempo indefinito da Recep Tayyip Erdogan per sposare un percorso identitario che può non piacere, ma che non è artificiale perché realmente appartiene alla storia della civiltà turca.

Recep Tayyip Erdogan circondato da figure vestite in tradizionali abiti da guerra ottomani

La Cina vuole smettere di servire passivamente la catena di produzione globale, sfruttando il potere e la ricchezza acquisite negli ultimi trent’anni per dar vita ad un nuovo ordine mondiale sino-centrico. Il Giappone, sia per la storica rivalità con Pechino che per il fatto di essere divenuto l’avamposto numero uno di Washington nell’Asia orientale, sta gradualmente riprendendo un programma di nazionalizzazione delle masse, per fronteggiare il mutamento di scenario. La nuova classe politica indiana punta a marginalizzare islam e cristianesimo, e nel paese dilagano le violenze interreligiose, mentre si riaccende lo scontro che si credeva sepolto con il Pakistan.

La Russia sta effettivamente cercando di riesercitare il controllo su quel che fu l’Unione Sovietica e, infine, nell’Africa subsahariana dilaniata dalle divisioni interetniche l’epoca del nazionalismo nero panafricano sembra essere finita con le morti di Thomas Sankara e Patrice Lumumba.

Lo scontro delle civiltà è uno dei testi più controversi e incompresi della nostra epoca, questo è il motivo principale per cui si continua ad accusare il defunto politologo di distopia apocalittica. Huntington credeva che le culture si sarebbero scontrate, non i paesi. È il caso di approfondire proprio la questione occidentale.

Ad esempio il Belgio è al tempo stesso culla dell’Unione Europea e fabbrica di jihadisti, si alternano quartieri per la borghesia bianca, in giacca e cravatta, cosmopolita e poliglotta, a ghetti come Molenbeek in cui proliferano imam radicali, uomini in djellaba e donne col burqa, bande etniche, negozi con scritte in lingua araba, due realtà semi-parallele che quando si incrociano, si scontrano. Lo stesso accade nei Paesi Bassi, in Gran Bretagna, in Scandinavia, in Francia, in Germania, e in altri paesi in cui l’utopia liberale ha egemonizzato il panorama politico-culturale per decenni.

Molenbeek

Il recente emergere dei populismi di destra è, geopoliticamente parlando, legato a lotte di potere intestine al mondo occidentale, ma è stato reso possibile proprio dalla percezione popolare del fallimento dei progetti multiculturali e anti-identitari.

Il senso di colpa dell’uomo bianco, il melting-pot, la xenofilia e l’esoticismo, hanno dato luogo ad una combinazione esplosiva, ampiamente predetta da Huntington e che, secondo lui, avrebbe accelerato la caduta dell’Occidente inteso come civiltà unica e distinta, rendendolo più vulnerabile agli sforzi egemonici provenienti dal “resto del mondo”. Le follie del politicamente corretto che si moltiplicano e si estremizzano con il passare del tempo sono un esempio di ciò.

Secondo la legge dei sistemi egemonici, quando il primato dell’attore 1 viene sfidato da uno o più rivali, tendenzialmente l’attore 1 reagisce aumentando la propria aggressività – accelerando, però, il proprio declino. È quanto sta accadendo all’Occidente: frammentazione interna e capacità di proiettare la forza all’esterno sembrano aver rinvigorito l’impegno internazionale, come palesato dalle guerre fredde e per procura aperte dall’asse Washington-Bruxelles in ogni continente, soprattutto contro Cina e Russia.

La stessa retorica huntingtoniana è riapparsa nel linguaggio politico, dopo esser dimenticata negli anni dell’era Obama. Ad esempio, figure-chiave dell’amministrazione Trump, da John Bolton a Steve Bannon, a più riprese hanno parlato di scontro di civiltà in riferimento all’impegno del paese contro Iran e Cina.

Huntington aveva messo in guardia l’Occidente, elaborando una primitiva teoria del disimpegno che Stati Uniti ed Unione Europea avrebbero dovuto seguire per evitare di alimentare tensioni pericolose nel mondo con potenze ormai capaci di affrontare uno scontro aperto, come la Cina appunto, e spiegando anche cosa fare per recuperare quell’orgoglio perduto legato ad un passato glorioso, ma ripudiato. Questi ed altri argomenti saranno approfonditi nella nuova puntata di Confini.