Grazie molte, a nome di tutta la redazione, per aver accettato questa intervista. Inizierei subito chiedendo: quanto il giornalismo nato fuori dagli steccati del mainstream ha oggi possibilità di emergere per qualità e competenza?

Penso non solo che ci sia, ma ci debba essere uno spazio per un giornalismo che, come Lei dice, non sia mainstream. Penso che ci debba anche essere la possibilità che questo tipo di informazione e formazione venga trattata da giovani come Lei: è promettente. Purtroppo uno dei problemi dell’informazione mainstream è che, insomma, siamo tutti un po’ di una certa età e quindi, una visione diversa del mondo ci serve.

In luce della recente partecipazione alla nostra scuola di formazione giornalistica GEM del suo collaboratore Alessandro Sansoni, vorrei chiederLe: quanto oggi sono ancora necessarie e utili queste attività di approfondimento e istruzione sulle attività cronistiche? Lei cosa consiglia ad un giovane che vuole principiare questa carriera/servizio?

Quello che posso dire è che il giornalismo, secondo me, non si impara a scuola ma facendolo. Servono chiaramente delle nozioni di base, ma queste si apprendono lavorando in un gruppo, in una redazione, in un giornale, in una radio, piuttosto che in una scuola. Certamente ci sono alcune scuole di giornalismo che possono dare una buona base, ma la possono dare in quanto organizzate da persone che effettivamente lavorano nel giornalismo e quindi, più che trasmettere informazioni teoriche, aiutano, da buoni artigiani, a imparare come si lavora e come si scrive. Sul campo c’è molto spazio, anche perché quello che Lei chiama giornalismo mainstream è piuttosto sedentario normalmente, quindi chi riesce a muoversi sul territorio ha un grosso vantaggio e può trovare informazioni e spunti che il giornalista “ordinario” non trova.

Molti grandi temi di profondo significato come la sovranità, il lavoro, l’attivismo popolare, il senso di comunità oggi sembrano essere divenuti appannaggio di aree politiche considerate populiste, nazionaliste e persino xenofobe. Possiamo individuare i motivi di questo sviluppo in un fallimento del capitalismo e della società dei consumi?

È una domanda da cento milioni di dollari, non posso dare una risposta definitiva. Quello che mi sembra abbastanza evidente è lo scollamento molto forte tra il gergo comunicativo dei grandi mezzi di comunicazione e la vita reale delle persone, se volessimo fare un discorso generale. Per esempio il ricorso ai social, su cui sono notevolmente critico, tende, fra le altre cose, a colmare questo iato, questa differenza tra ciò che noi leggiamo e quello che viviamo e percepiamo, con l’aggiunta di slogan che spiegano poco e che vengono sbandierati per ragioni ideologiche. Questo è forse uno dei motivi per cui ci sono nuove formazioni politiche, in particolare sul fronte di destra, ma non solo, che utilizzano questi slogan e ottengono anche un certo risultato proprio perché c’è questa sorta di politically correct, o se vogliamo journalistically correct, che blocca un po’ la comunicazione.

Lucio Caracciolo

Unione europea: i partiti cosiddetti populisti non hanno sfondato alle scorse elezioni, pur avendo da qualche parte ottenuto buoni risultati nazionali. Quanto il nuovo presidente della commissione Ursula von der Leyen e della BCE Christine Lagarde saranno in grado di attuare quelle riforme necessarie affinché il sistema monetario e pseudopolitico non crolli?

Dunque, distinguiamo: il ruolo della signora Lagarde sarà molto importante, anche se la mancanza di un sovrano della moneta euro limita molto il suo raggio di azione, però l’euro è una moneta che abbiamo in tasca e con noi molti milioni di europei. Ha saputo anche conquistare un suo spazio sui mercati finanziari mondiali come moneta di riserva, certo ben lontana dal dollaro. Quindi, le politiche monetarie saranno importanti, ma in una situazione di deflazione, di recessione e di tassi addirittura sotto zero, gli spazi di manovra sono limitati. Per quanto riguarda la commissione, i suoi poteri sono strutturalmente limitati dal fatto che si tratta di rappresentanti dei governi nazionali, che non hanno molto da dire se non nella gestione quotidiana di decisioni prese altrove, per esempio nel Consiglio europeo dai capi di Stato e di governo. Quindi, il loro potere non è paragonabile a quello dei governanti dei singoli stati nazionali, i quali sono i titolari delle decisioni politiche a livello europeo.

Lei pensa siano davvero fattibili e volute le riforme dei trattati europei? In previsione di una loro possibile irriformabilità, cosa ne sarebbe della Ue nel breve e medio termine?

I trattati, così come sono stati finora concepiti, sono se non irriformabili, riformabili in tempi assolutamente non politici ma storici, anche perché ci vorrebbe la famosa unanimità. Quindi non credo alla riformabilità in tempi brevi. Credo però che, all’interno dell’Ue, in una fase di crisi di legittimità e di disgregazione – vedi Brexit, che investe poi altri paesi al di là della stessa Unione – o alla Catalogna, che per certi aspetti forse un giorno – spero di no – potrebbe avere ripercussioni su di noi, tutto questo contribuisca a creare una incertezza sui luoghi del potere, su chi decide cosa e dove. C’è una moltiplicazione dei contropoteri di cui forse il principale in questa fase è quello della magistratura e non parlo solo dell’Italia. La magistratura è diventata un potere politico di fatto.

Lei riesce ad immaginare (sempre che sia possibile) una autonoma e degna esistenza dell’Italia da sola, dotata di una sua moneta e relazioni estere mirate, ma all’interno della giungla globale?

L’Italia è sola, ma non per scelta. Questo è dovuto al fatto che non riesce ad incidere, come potrebbe e credo dovrebbe, nell’ambito delle relazioni internazionali perché prima di tutto non ha uno Stato sufficientemente legittimato e strutturato, quindi funziona male. In secondo luogo, non viene considerata molto spesso dagli interlocutori come un paese affidabile, anche perché i continui cambi di governi e ministri certamente non contribuiscono a creare l’impressione di poter favorire rapporti di lungo periodo. C’è chi ha persino sopravvalutato il valore dei nostri decisori politici. Non credo che nessun paese e certamente non l’Italia, possa vivere da solo nella giungla. Ogni Stato ha la necessità di stabilire dei rapporti preferenziali con alcuni paesi. Questo però prevede una capacità di scegliere i rapporti, anche al di là delle alleanze formali, tenendo conto dei vincoli che derivano dal fatto di appartenere ad un sistema – quello atlantico – in cui la superpotenza numero uno – ovvero gli Stati Uniti – alla fine delle fini hanno l’ultima parola. Questo dato mette un po’ in crisi la nostra quasi psicologica propensione a cercare di andare d’accordo con tutti. Questo è impossibile, perché se cerchi di andare d’accordo con tutti non vai d’accordo con nessuno.

Christine Lagarde e Ursula von der Leyen

In politica estera, quanta importanza ha ancora l’Italia? È possibile pensare di poter acquisire un ruolo di maggior rilievo a livello globale ma soprattutto in ambito Mediterraneo? Vengono in mente il caso nord africano e più specificatamente libico.

Torniamo sempre al punto di partenza: attrezzare il nostro Stato, il che vuol dire, a mio avviso e contrariamente a quel che si pensa, si dice e qualche volta si fa, accentrare i poteri piuttosto che decentrarli. L’Italia è un paese dove le responsabilità e quindi anche le possibilità di imputare degli errori, sono molto frammentate. Non ci sono delle regìe strategiche, è un paese incapace di pensare ai suoi interessi di lungo periodo e che quindi, si muove un po’ occasionalmente ed opportunisticamente. Questo essere opportunisti ci fa perdere delle occasioni importanti. Quindi il primo punto a mio avviso è – anche a cominciare dalla formazione di una pedagogia nazionale, che deve ripartire dalle scuole che oggi vedo assente, da una coscienza della propria storia e della propria geografia, che vedo piuttosto debole – ricostruire un ruolo per il nostro paese che deve essere, evidentemente, essenzialmente mediterraneo e quindi anche europeo. Ma noi siamo un paese – lo dice la geografia – immerso nel Mediterraneo. Qui ci sarebbero da cogliere molte opportunità che non afferriamo per una nostra carenza di cultura strategica.

Immigrazione: quanto il fenomeno è nocivo per i paesi di partenza e quanto destabilizza i paesi d’arrivo? Come può l’Occidente far fronte a questa grande sfida?

Noi abbiamo, come italiani e non solo, un problema innanzi tutto demografico. Facciamo pochi figli e quei pochi che facciamo e che magari sono anche molto in gamba, la cui formazione viene pagata dal contribuente italiano, appena possono se ne vanno fuori. Quindi abbiamo un problema fondamentale di emigrazione di qualità, di giovani preparati, talvolta interna dal Sud al Nord, spesso invece dall’Italia ad altri paesi. I rientri oltretutto sono rari, perché le opportunità che si scoprono all’estero difficilmente si possono riprodurre in Italia. Questo problema a mio avviso è di molto più importante rispetto alla presenza degli immigrati. Con ciò non si vuole sottovalutare la questione dei flussi migratori dall’Africa, ma significa creare quello che non c’è, ovvero un sistema di ingresso che permetta di arrivare in modo regolare e non irregolare, come invece è di fatto stabilito dalla legislazione vigente.

Entrare in modo regolare vuol dire anche poter selezionare meglio chi entra e non semplicemente salvare o non delle vite in mezzo al mare. I flussi migratori devono essere in qualche modo regolati e devono corrispondere, nella misura del possibile, ai nostri interessi, altrimenti l’Italia diventerà un paese spopolato – soprattutto di italiani – e con una popolazione allogena che non si sarà particolarmente integrata nel nostro sistema. Ricordo il caso siriano, dove il livello di formazione è piuttosto alto. La Siria ha praticamente perso il meglio della sua popolazione, ma parliamo di milioni di persone e non centinaia di migliaia. Una delle ragioni, se non la ragione fondamentale dei flussi migratori dai paesi meno ricchi – per usare un eufemismo – verso di noi, è la necessità di rimettere a casa una parte di quel che si guadagna all’estero. Le rimesse degli emigranti, sono la maggiore delle fonti di finanziamento delle economie di quei paesi, anche perché vanno direttamente, o almeno si spera, alle famiglie di origine e non passano nelle tasche dei governanti, le quali sono meta di moltissimi degli aiuti di Stato che i paesi Occidentali inviano.

Profughi siriani giungono alla stazione di Monaco di Baviera, 13 settembre 2015. Foto di Michaela Rehle

In merito alla crisi agostana di governo e alla formazione del nuovo esecutivo, quali sono i suoi pensieri in merito al generale trasformismo a cui assistiamo? Ma soprattutto, quanto durerà questo governo?

Il trasformismo è una malattia originaria del nostro paese e si è accentuato negli ultimi anni. In questo caso particolare vediamo un aumento del fenomeno, soprattutto per via del fatto che non abbiamo più un vero e proprio sistema partitico, con l’eccezione della Lega, che è un partito più o meno tradizionale ed è anche il più antico. Gli altri, sono delle formazioni molto spesso raffazzonate, leaderistiche – nel senso che troviamo il partito di Grillo o il partito di Berlusconi – oppure residuali, cioè il Partito Democratico che mette insieme democristiani, comunisti e tanto altro. Insomma, sono dei partiti che non hanno una vera e propria cultura, dunque hanno difficoltà ad elaborare una linea coerente di politiche economiche, internazionali ed interne. Questo rende fragile il sistema e rende facile il passaggio da un posto all’altro. In genere, quando si elegge un parlamento italiano, dopo pochi mesi e certamente alla fine della legislatura, si scopre che una buona metà dei parlamentari o giù di lì hanno già cambiato casacca. Il governo Conte II dovrà affrontare dei passaggi drammatici, soprattutto in campo economico, ma non solo. Siamo in una fase di recessione che rischia di aggravarsi sia a livello mondiale che europeo. L’Italia poi è particolarmente legata alla catena del valore industriale tedesco e la Germania sembra aver esaurito la fase alta del suo sistema, quindi si troverà davanti a delle scelte molto difficili. Non vedo delle persone di straordinario coraggio e competenza in questo governo, salvo qualche eccezione. Però, vedo anche e soprattutto dopo il suicidio di Salvini, che non sarà facile per il centrodestra ricompattarsi e formare una vera alternativa. Paradossalmente questo governo potrebbe anche durare a lungo.

InvitandoLa a darci alcune libere considerazioni finali, Le vorremmo chiedere alcuni pareri sulle prossime elezioni statunitensi: Trump vs. Who? Che fine farà Bernie Sanders? L’ala verde e socialista del Democratic Party riuscirà a prevalere sull’attuale classe dirigente?

Credo che Trump, malgrado quello che spesso si legge e si dice, abbia una discreta possibilità di fare due mandati, come la gran parte dei presidenti statunitensi, anche se il tipo è certamente eccentrico e non sta simpatico ad una grande parte della popolazione. Le alternative di cui Lei ha enunciato alcuni tipi, non sono esattamente vincenti in un contesto come quello americano. È chiaro che tutto può essere, ma un candidato democratico molto di sinistra, addirittura socialista, magari non di pelle bianca e di religione evangelica, non avrebbe molte chance. Peraltro non vedo ancora delle personalità eminenti emergere in campo democratico, visto che attualmente quello che è in testa nella borsa è il signor Biden, persona oltretutto anche “simpatica” grazie alle sue gaffe, ma che non credo abbia una vera statura presidenziale e che non è nemmeno giovanissimo.

Bernie Sanders

Bernie Sanders è una sorta di “Trump di sinistra”. La sua tesi vede il punto di partenza nell’America, inteso come paese che deve innanzi tutto risolvere i suoi problemi interni di carattere soprattutto sociale come le diseguaglianze, oltre che di modernizzazione delle infrastrutture, di integrazione degli ispanici e di altri popoli allogeni, il tutto segnato da una scarsa – e questa credo che sarà una costante, indipendentemente dal presidente – propensione a impegnarsi molto in politica estera. Chiunque sarà il capo della Casa Bianca cercherà di evitare di riportare gli Stati Uniti a combattere guerre inutili, come quelle avvicendatesi negli ultimi anni. Naturalmente, mi rivolgo con grande piacere a voi ragazzi dell’Intellettuale Dissidente. Il mio augurio innanzi tutto è che il vostro lavoro possa proseguire, che possa anche edificare una sua tendenza e dunque, che non sia semplicemente una esperienza importante e in qualche modo scollegata dal resto della società. Soprattutto, credo che sia vitale che dei giovani come voi si impegnino nell’informazione e perché no, anche nella politica, perché altrimenti in mancanza di tradizionali strumenti di selezione della classe dirigente e in particolare della classe politica, il declino italiano sarà destinato ad accelerare.