Nella selvaggia Siberia oltre dieci milioni di ettari sono in fiamme – un’area corrispondente al Belgio o ad un decimo del territorio italiano – si tratta dell’emergenza ambientale più grave di questo genere che la Russia abbia mai vissuto. La violenza e l’estensione degli incendi hanno spinto il presidente Vladimir Putin a dare luce verde all’impiego delle forze armate e dei loro mezzi, nella speranza di far rientrare la crisi nel più breve tempo possibile e portare gli abitanti della regione a respirare di nuovo.

È presto per lanciare accuse, ma nel paese già ci si interroga sulle responsabilità e su come sia stato possibile che potesse andare a fuoco il cuore della natura russa, senza che le autorità potessero e volessero far nulla. La società civile ha protestato contro i ritardi nelle azioni anti-incendio, comuni e capillari in ogni luogo colpito, accusato le amministrazioni locali di negligenza, e fatto emergere alcune teorie cospirative che vedrebbero implicata la Cina dietro tutto ciò.

La macchina della propaganda atlantica dipinge Russia e Cina come due potenze oggi unite da una collaborazione di ferro e intenzionate a costruire un nuovo ordine mondiale, alternativo e rivaleggiante a quello costruito dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra. C’è sicuramente del vero in quest’affermazione, ma dei malumori che connotano quella che potrebbe diventare l’alleanza del secolo si parla solo nei circoli degli addetti ai lavori, lasciando il consumatore di notizie medio credere che l’asse Mosca-Pechino sia retto da una relazione idilliaca.

La Siberia è uno dei principali punti di attrito e gli incendi hanno un ruolo. La regione più scarsamente popolata della Russia confina con il paese più popolato del mondo e una barriera sempre più fragile e scolorita divide circa 8 milioni di russi da oltre 100 milioni di cinesi. La sinofobia è sempre stata particolarmente caratteristica delle lande siberiane e la Cina, d’altra parte, sta lavorando duramente affinché tale sentimento, creduto sepolto, riemerga.

L’introduzione del regime sanzionatorio all’indomani della crisi ucraina ha obbligato la Russia a rivolgersi al mercato più grande del mondo per sopperire alla carenza di capitale e di beni, ma nessuno al Cremlino si aspettava di creare un mostro in stile Frankenstein che avrebbe insediato il paese dall’interno. Qualcun altro, però, una situazione del genere l’aveva prevista nei lontani anni ’90: il geopolitico polacco Zbigniew Brzezinski, l’autore della strategia statunitense per il mondo russo nel post-guerra fredda.

La Siberia è una delle regioni più ricche al mondo di legname commercializzabile, insieme a Canada ed Amazzonia, e la Cina è il primo importatore del pianeta di tale bene. Dal 2013 al 2018 il il valore del commercio di legname tra i due paesi è aumentato da 2 miliardi di dollari a 3 miliardi e 500 milioni, e delle oltre 500 compagnie cinesi che lavorano nel disboscamento, la maggior parte opera fra la Siberia e l’Estremo oriente russo.

Ai cinesi la Russia offre concessioni terriere facili, ossia eliminando l’ostacolo burocratico, ed economiche, ad un prezzo di 2 dollari ad ettaro – una cifra assolutamente fuori mercato, inferiore anche a quelle proposte dai paesi africani, e questo spiega l’invasione di imprenditori del legname. Ma gli accordi prevedono una clausola informale: i cinesi devono investire nelle economie locali, riportando a nuova vita borghi quasi abbandonati, riconvertendo fabbriche, ossia creare posti di lavoro, e, inoltre, devono ripiantare un numero congruo di alberi a quelli che vengono abbattuti.

Il problema è che non sta avvenendo nulla di tutto ciò. A Kansk, uno dei più importanti centri dell’industria del legname esistenti nella Siberia meridionale, operano più di 100 compagnie cinesi, ma non c’è stato nessun investimento e le immense foreste stanno scomparendo perché nessun albero viene ripiantato. Al contrario, alcuni roghi sospetti hanno aumentato i malumori tra gli abitanti locali e gli imprenditori.

Nel 2017 un tremendo incendio ha distrutto una storica fabbrica smantellata che i cinesi avrebbero dovuto riaprire e convertire ad altro uso per riportare Kansk a nuova vita. Anche in quel caso, l’incendio non è stato domato e la negligenza delle autorità aveva fatto sì che si estendesse fino alle zone periferiche della città. Gli investitori finirono di tagliare gli ultimi alberi e poi si spostarono altrove, dichiarando la città non più appetibile economicamente.

E Kansk non è un caso unico. In tutta la Siberia è stata denunciato dagli ambientalisti, dai media locali e dai residenti, il fenomeno preoccupante dei cosiddetti “taglialegna neri” (black loggers). Si tratta di disboscatori illegali, cinesi nella maggior parte dei casi, ma anche russi, pagati dalle imprese della legna per tagliare alberi in foreste sulle quali non hanno alcun diritto di azione, ma per le quali non hanno neanche intenzione di pagare. Per ogni albero tagliato, un disboscatore illegale può guadagnare fino a 6mila rubli (circa 90 euro), ossia l’equivalente di un intero stipendio in certi oblast.

In pratica le amministrazioni locali svendono le concessioni, ma ciò non basta a placare gli appetiti cinesi di sfruttamento intensivo e guadagno facile. E così i residenti denunciano la graduale scomparsa delle secolari foreste siberiane, della cui salvaguardia nessuno si preoccupa.

Ma che cosa lega la pratica del disboscamento illegale agli incendi che stanno dilaniando la Siberia? I roghi. L’incendio è una pratica comune utilizzata dagli imprenditori – e dai loro taglialegna neri – sia per acquistare i terreni, che una volta bruciati vengono noleggiati o messi in vendita a prezzi ancora più economici di quelli già solitamente offerti. Inoltre, anche il legno bruciato è oggetto di tratta e sono ormai decine le guardie di frontiera colte in flagranza di reato nell’accettare tangenti da autotrasportatori in procinto di attraversare il confine con i furgoni carichi di merce illegale.

Le temperature elevate e i venti di questo periodo potrebbero aver favorito l’estensione incontrollata di piccoli incendi dolosi, alimentando la situazione emergenziale venutasi oggi a creare. Se dietro la catastrofe c’è stata la longa manus dei capitalisti cinesi sarà possibile scoprirlo solo a crisi rientrata, controllando investimenti in entrata e uscita negli oblast, ed altri comportamenti sospetti – sia da parte delle autorità, già accusate di negligenza, che degli imprenditori – come proposte di concessioni al ribasso o interesse improvviso nel spostare gli stabilimenti nei luoghi colpiti dai roghi.

I taglialegna neri sono una realtà sempre più diffusa, pur essendo da più di un decennio che se ne parla, anche a livello internazionale, sullo sfondo del silenzio assordante delle autorità russe. Ed è proprio questo malessere serpeggiante, legato alla questione ambientale e proveniente dai meandri più remoti del paese, che rischia di far crollare su se stesso il già fragile partenariato russo-cinese.

Il caso del lago Baikal è molto emblematico a questo proposito. Alcuni mesi fa le forti proteste dei residenti lungo l’area del settimo lago più grande del mondo avevano spinto il Cremlino ad intervenire sulla questione, creando un tavolo di discussione tra società civile e amministrazioni locali. Una petizione firmata da oltre un milione di cittadini chiedeva il blocco definitivo dei lavori, già iniziati, che avrebbero bloccato l’accesso su una parte cospicua del lago e creato danni irreparabili secondo gli ambientalisti.

Il motivo del malcontento era la costruzione di un impianto per la raccolta e l’imbottigliamento dell’acqua finanziato dalla cinese Baikal Lake Water Industry e dalla russa, ma a capitale cinese, AquaSib, che avrebbe dovuto trasferire l’acqua del lago – ospitante un quinto delle riserve d’acqua dolce mondiali – ai consumatori cinesi.

Alla fine i locali hanno vinto e il progetto è stato annullato, con buona pace degli imprenditori cinesi che avevano già iniziato la sua costruzione e dello stesso Xi, la cui squadra di lavoro ha espresso malumori per l’accaduto, sottolineando l’importanza svolta da presunti “sentimenti anticinesi” negli eventi.

La causa ambientalista è al tempo stesso lontana e vicina ed è uno dei motivi principali per cui Putin è in picchiata nei sondaggi. Il Cremlino ha assoluto bisogno dei capitali cinesi ed è sicuramente a conoscenza delle malefatte che gli imprenditori stanno portando avanti nel paese, ma è disposto a far finta di nulla per ragioni di sopravvivenza. Una Russia isolata da Stati Uniti e Unione Europea e obbligata a rivaleggiare anche con la Cina sarebbe destinata ad un’implosione in stile sovietico in brevissimo tempo.

Il realismo delle relazioni internazionali si scontra con quello della quotidianità vissuta da milioni di cittadini, le cui vite sono sconvolte dagli insaziabili appetiti cinesi di sfruttamento e profitto, e se Putin è dal canto suo impossibilitato ad affrontare seriamente la questione, i suoi oppositori non lo sono, perché disperatamente filocinesi e pro-occidentali non lo sono mai stati.

La Siberia è solo l’inizio, una testa di ponte verso la colonizzazione dell’intero paese, perché le mete finali di Pechino sono Mosca e l’Artico. Lo aveva previsto Brzezinski che nel nuovo secolo non ci sarebbe stato spazio per una Russia globale ed indipendente, ma solo per un guscio di quella grande potenza, destinata probabilmente a diventare il più importante satellite del sistema cinese. Ed è dello stesso parere anche Henry Kissinger, l’autore dell’apertura a Pechino a detrimento di Taipei, che agli strateghi dell’amministrazione Trump ha proprio suggerito di vincere il nuovo Grande gioco sfruttando le debolezze intrinseche dell’asse russo-cinese a favore di Washington.

Intanto, mentre la Siberia brucia, a Washington si sfregano le mani: la Cina ha tradito la sincera offerta di amicizia lanciata dalla Russia e non nasconde neanche più le proprie ambizioni egemoniche, il Cremlino non può far nulla perché si ritroverebbe ulteriormente schiacciato, e tra la popolazione disinteressata ai grandi disegni geopolitici e perciò sempre più ostile a Putin e alla Cina crescono il malessere e la voglia di cambiamento.

Il lancio della nuova via della seta e il consolidamento dell’asse Mosca-Pechino hanno monopolizzato il primo tempo del nuovo grande gioco, ma il secondo è già iniziato e si è aperto con  l’internazionale del jihadismo in fermento e ri-orientatatasi dall’Europa e dal Medio oriente all’Asia centrale e all’Estremo oriente, come palesato dagli attacchi in Sri Lanka e Pakistan, e con l’apparire delle crepe tra l’orso e il dragone. Questa volta gli Stati Uniti hanno l’occasione di chiudere in pareggio o vincere.