La Birmania ha al suo interno diverse correnti religiose, quali il buddhismo della scuola Theravāda (il quale è praticato dalla maggioranza della popolazione), l’induismo, il cristianesimo (compresi battisti e protestanti) e l’islam di corrente sunnita. La porzione principale dei fedeli di religione islamica si può identificare nel gruppo etnico dei Rohingya, apparso nella zona dell’Arakan (Rohang in lingua Rohingya, ora Stato Rakhine), a sud-ovest della Birmania, nell’VIII secolo d.C., si reputa che esso sia il diretto discendente degli arabi del Bengala che occuparono tempo prima la regione dell’Arakan nel 1430 d.C. Il Re Narameikhla sovrano di Mrauk U fece voto di vassallaggio al Sultano del Bengala e ottenne i titoli islamici potendo così godere della cittadinanza e del conio bengalese. Data la forte espansione del regno arakanese i vicini sovrani di fede buddhista iniziarono a considerare i sovrani arakanesi come pari poiché ritenuti discendenti della dinastia persiana dei Gran Mogol (regnante dal 1526 al 1707 d.C. durante la dominazione islamica dell’India); grazie a questa favorevole situazione, lo stato del Rakhine riuscì ad ottenere l’indipendenza dal Bengala nel 1459 d.C. con la presa di Chittagong ad opera dei successori di Narameikhla.

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Nel 1785 d.C. la zona dell’Arakan venne occupata dalle truppe birmane e oltre 30.000 rohingya fuggirono in Bangladesh, a Chittagong, sperando di trovare aiuto dai britannici. Nel frattempo però, nel territorio appena conquistato, si consumavano atroci persecuzioni e genocidi ai danni dei locali che non erano scappati o non si erano ritirati nella zona del Chin. Nonostante questa lotta fratricida, l’Impero britannico occupò successivamente tutta quanta la regione attuando una politica per il ripopolamento della zona dell’Arakan (lasciata quasi spoglia dai Rohingya per via di deportazioni e omicidi) che portò molti birmani e bengalesi a trasferirvisi ma allo stesso tempo i pochi arakanesi rimasti ad andarsene. Tuttavia, il censimento del 1891 ad opera dei britannici segnalava che i musulmani del Rakhine erano oltre 55.000 per aumentare poi in maniera esponenziale nel 1971 con ben 178.647 individui.

La crescita della comunità islamica non fu ovviamente un processo pacifico, poiché oltre a quella musulmana, crescevano anche quelle induiste di Rangoon, Moulmein e Sittwe, inoltre, scoppiarono feroci conflitti interni tra il gruppo sunnita e buddhista degli arakanesi (rispettivamente: Rohingya e Rakhine) che finì momentaneamente solo nel 1939 grazie all’intervento inglese con l’istituzione di una commissione ad hoc la quale aveva l’arduo compito di far cessare il conflitto e assegnare ad entrambi i popoli una porzione di terra propria, la commissione però, venne sciolta poco dopo per via dell’inizio della seconda guerra mondiale lasciando di fatto, la situazione immutata: il conflitto proseguì.

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Durante la seconda guerra mondiale la situazione non migliorò, mentre continuavano i conflitti etnici interni, l’Impero giapponese invase la Birmania, gli inglesi – che non potevano permettersi un ulteriore fronte in Asia – si ritirarono poco dopo ma decisero di armare l’Arakan per usarlo come tampone all’invasione nipponica. Il risultato fu ovviamente un massacro, l’occupazione giapponese si macchiò di stupri, violenze, ed esecuzioni sommarie, le quali si aggiunsero a quelle già presenti durante l’occupazione britannica senza dimenticare quelle che già da tempo dilaniavano il sud-ovest birmano.

Il dopoguerra vide un momento di quiete, venne permesso ai Rohingya di ottenere la cittadinanza birmana e rimanere nella zona dell’Arakan assieme ai Rakhine buddhisti, coi quali il conflitto etnico si era protratto fino al 1942, ottenendo documenti, diritti civili e politici. La longeva radicalizzazione di entrambe le etnie nel territorio dell’Arakan ebbe come risultato una forzata convivenza nella quale la forte tensione tra i due schieramenti ha ripetutamente lasciato la Birmania in uno stato di calma apparente il quale è esploso qualche mese fa divenendo senza ombra di dubbio, uno dei conflitti etnici più violenti e significati degli ultimi anni.

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Malgrado la presa cittadinanza (la quale però non permette pieni diritti e uguale accesso alle risorse), non si è placata la sete di indipendenza dei Rohingya, i quali attraverso il partito politico Mujahid, hanno più volte intrapreso proposte politiche per l’indipendenza dello stato islamico del Rakhine, le quali però non sono mai state attuate. Con l’elezione a Consigliere di Stato del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi il mondo si aspettava un forte cambiamento della situazione in Arakan, eppure, nulla è stato fatto e il governo stesso si sta macchiando di crimini indecenti ai danni della popolazione Rohingya costretta a lasciare la propria terra in cerca di salvezza. A settembre, già 123.000 persone erano scappate in Bangladesh dopo gli scontri del 25 agosto mentre altre continuano a farlo in queste settimane mentre continuano i soprusi dell’esercito birmano ai danni della minoranza musulmana.

La popolazione Rohingya è probabilmente una delle minoranze più perseguitate nella storia, i martiri sunniti dimenticati da ogni altro popolo islamico e perseguitati dalla preponderante porzione buddhista birmana, avendo da sempre occupato le posizioni più basse della scala sociale dopo il loro inserimento forzato nel dopoguerra nel tessuto sociale dei Rakhine. Non potendo opporre una resistenza consistente all’azione governativa, i Rohingya sono obbligati a lasciare il Myanmar per cercare rifugio nei campi profughi in Bangladesh generando un vero e proprio esodo di massa che attualmente ha richiesto un costo umano elevatissimo.

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Amnesty International ha pesantemente condannato l’esecutivo Aung San Suu Kyi così come altre associazioni per i diritti umani (tra cui Change.org e Save the Children che hanno già fatto partire le rispettive campagne mediatiche) ma nonostante ciò nulla è cambiato e il Consigliere di Stato continua a mantenere un silenzio inquietante. Nel frattempo, i nostri media, accecati da leggi elettorali e da rivoluzioni in Catalonia, hanno prestato poca attenzione alla questione del genocidio birmano così come hanno fatto per quello yemenita, yazidita e palestinese nonostante i numeri abbiano e stiano toccando cifre preoccupanti.