L’assunto che ogni ideologia politica abbia un’origine metafisica se è vero per il marxismo-leninismo, che viene fatto discendere dal chiliasmo ebraico, è sacrosanto per ciò che concerne l’evoluzione teorica di tutto l’Islam politico nel corso del XX secolo. Al di là di alcune evidenti responsabilità imperialistiche occidentali e di alcune ridicole banalizzazioni islamofobiche, sarebbe necessario che, oggigiorno, dal mondo islamico in primo luogo, si venga a sviluppare un processo di autocoscienza dialettica volto alla de-costruzione/ricostruzione su basi principalmente filosofiche di alcuni aspetti della propria cultura che, soprattutto in ambito sunnita, non può più ridursi alla sola aspirazione utopica retrospettiva dell’imitazione della comunità costruita a Medina dal profeta Muhammad. L’abolizione del seppur nominale califfato ottomano nel 1924 ad opera di Mustafa Kemal Ataturk, fu un trauma di difficile metabolizzazione per tutto il mondo islamico. Da quel momento in poi diverse correnti del pensiero islamico, già messe a dura prova dalla sfida della modernità occidentale, conobbero una forte estremizzazione dagli accenti conservatori e restauratori volta a ricercare, in modalità per lo più teoriche, una via per islamizzare la modernità. Ma l’iter ad fontes dei pensatori islamici ebbe inizio sin dalla seconda metà del XIX secolo quando il ritorno ideale alla purezza dell’Islam delle origini cominciò a venire percepito come l’unica via capace di difendere l’ummah islamica ancora una volta, come ai tempi delle invasioni mongole, sotto attacco da parte degli infedeli.

Proprio il concetto di ritorno alle fonti ed all’Islam delle origini è fondamentale. Il termine salafismo o salafiyya, con il quale si definisce quella corrente del riformismo islamico sunnita volta all’islamizzazione della modernità, deriva proprio dall’espressione salaf al-ṣaliḥīn (i pii antenati) con la quale si identificavano i compagni del profeta Muhammad e le prime generazioni di musulmani che vissero in prima persona non solo l’esperienza profetica ma anche la rapida espansione ed evoluzione della comunità nell’età dell’oro dei califfi “ben guidati”. Questa tensione utopico-retrospettiva che vede nella comunità creata a Medina dal profeta e dai suoi immediati successori un modello da imitare e riproporre qualora possibile, è comune a tutto il pensiero islamico, sia classico che contemporaneo, e non ne sono estranei nemmeno pensatori più originali e più marcatamente “progressisti” come il marocchino Muhammad Abed al-Jabri (autore della fondamentale opera “Critica della Ragione Araba”), o l’innovatore dell’esegesi coranica Nasr Abu Zayd.

L’ideale utopico retrospettivo nasce con il processo di sistematizzazione del Corano e con l’elaborazione del concetto di Sunna profetica, il racconto di detti e fatti del profeta, che di fatto rappresentano delle ricostruzioni retrospettive rispetto all’età dell’oro dell’Islam. Il testo definitivo del Corano sarà pronto solo durante il regno del terzo califfo Uthman quando i segni della prossima fitna erano già evidenti, mentre ci vollero secoli per sistematizzare e valutare l’effettiva veridicità di ogni singolo hadith entrato a far parte dei cosiddetti al-Kutub al-sitta (le sei principali raccolte di tradizioni storico-giuridiche). Due eventi della storia islamica successiva segneranno la definitiva consacrazione dell’utopia retrospettiva a modus operandi di tutto il pensiero islamico. Il primo è la resistenza ad oltranza di Ibn Hanbal, fondatore della scuola giuridica hanbalita, di fronte all’imposizione forzata della teologia neoplatonica mutazilita come ideologia di Stato da parte del califfo abbaside al-Ma’mum. Il secondo è rappresentato dalle feroci critiche che il teologo e mistico al-Ghazali, figura di enorme rilevanza nella storia islamica, mosse nei confronti della dialettica filosofica di stampo ellenistico, che stava riscontrando notevole successo nel mondo islamico, nella sua celeberrima opera Tahafut al-Falasifa (L’Incoerenza dei Filosofi) . La sconfitta del pensiero filosofico speculativo di al-Farabi, Ibn Sina (Avicenna) e successivamente Ibn Rushd (Averroè), ha di fatto ristretto il campo teorico nel quale il pensiero islamico ha potuto muoversi nel corso successivo della sua evoluzione. Questi eventi, accompagnati dalla cristallizzazione delle quattro scuole giuridiche ortodosse dell’Islam sunnita e dalla cosiddetta chiusura delle porte dell’ijtihad (interpretazione dei testi sacri), intorno al X secolo, hanno determinato il trionfo dell’ideale utopico retrospettivo ed il blocco evolutivo della filosofia islamica che da questo momento in poi, salvo rare eccezioni, si limiterà quasi esclusivamente alla mera elencazione dei requisiti dell’Imam/califfo ideale.

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Espansione dell’Islam tra il 632-750 a.C.

È di fondamentale importanza a questo punto notare che il salafismo, ma tutto il riformismo islamico in generale, rifiuta di fatto la tradizione islamica e con essa parte della teologia classica. Essi insistono sul ritorno alle fonti e su un nuovo sforzo interpretativo in quanto lo percepiscono come l’unica soluzione per liberare i testi sacri da una tradizione ritenuta, ai loro occhi, sterile e soffocante. Ora, se è palese che un nuovo sforzo ermeneutico è quantomeno indispensabile, ed in questo senso intellettuali di primo piano ed assolutamente preparati come il sudanese Mahmud Taha ed il già citato Nasr Abu Zayd hanno cercato di fare il loro meglio, seppur spesso in condizioni di violenta ostilità, è altrettanto vero che lasciare libero spazio di interpretazione a personaggi dalla quantomeno ambigua preparazione intellettuale e soprattutto teologica ha prodotto e continua a produrre disastri. Infatti la libera e letterale interpretazione dei testi sacri, sia in ambito islamico che cristiano, ha spesso e volentieri generato violenza quando non aperto genocidio. Basti pensare a tutti coloro che tra XVI e XVII secolo migrarono dall’Europa verso l’America nella speranza di costruire la Gerusalemme celeste in terra a discapito delle popolazioni indigene brutalmente massacrate. Diceva Origene Adamanzio:

«Noi non interpretiamo il testo secondo la lettera, ma vi ricerchiamo il significato spirituale, così da intenderlo come è degno di Dio».

Ed il principio su cui si basò il primo vero teologo cristiano è stato lo stesso su cui si basarono in età classica molti autori dei più famosi tafsir del Corano; Tabari o al-Baydawi per citare alcuni di loro. Opere anch’esse gettate scientemente nel dimenticatoio dai salafiti contemporanei, consapevolmente incapaci di comprendere, come affermava Nasr Abu Zayd, l’intrinseca differenza tra wahy (rivelazione), kalam Allah (parola di Dio) e Corano stesso. 

Se è vero che l’imposizione della modernità occidentale per mano dell’imperialismo britannico e francese in contesti ancora fortemente impregnati di religiosità ha determinato l’impulso che di fatto diede vita all’Islam politico, è altrettanto vero che la radicalizzazione di alcune sue componenti si è sviluppata a seguito del processo di decolonizzazione; rendendo così evidenti le responsabilità di molti leader dello stesso mondo islamico. Fu il governo di Nasser in Egitto a perseguitare la Fratellanza Musulmana dopo averla scientemente utilizzata per raggiungere il potere. Fu Nasser stesso a firmare la condanna a morte di Said Qutb: islamista radicale indubbiamente, il cui pensiero però è ancora profondamente distante dalle aberrazioni “qaediste” di Azzam o al-Maqdisi. Fu il governo islamista sudanese a giustiziare Mahmud Taha; ed il filo-occidentale governo di Mubarak in Egitto, non il regime talebano, ha processato e condannato per apostasia Nasr Abu Zayd. Il pensatore pakistano Abu Ala al-Mawdudi ha potuto elaborare la sua contraddittoria teoria sulla costruzione dello Stato islamico nel Pakistan libero e sovrano degli anni cinquanta uscito dalla partition con l’India. E le sue stesse teorie faranno da sovrastruttura ideologica ad una delle più ambigue e brutali dittature del XX secolo: quella del generale Zia ul-Haq in Pakistan che, insieme all’Arabia Saudita, le compiacenti monarchie del Golfo, ed una spruzzata di servizi segreti nordamericani, avrà un ruolo determinante nel fare da incubatrice, nel contesto del conflitto afgano, allo sviluppo dell’aberrazione ideologica wahabita-qaedista di cui l’odierno Stato Islamico e i suoi epigoni sono il naturale approdo finale.

Lo stesso wahabismo, ideologia di Stato dell’assolutismo saudita, è il risultato dell’opera riformatrice (è evidente che riformismo non sempre è sinonimo di miglioramento) del predicatore Muhammad Ibn Abd al-Wahhab nella penisola arabica del XVIII secolo: quindi in un contesto ben distante da influenze occidentali e lontano temporalmente dalla penetrazione coloniale europea. Ed il wahabismo ancora una volta insiste sull’idea del ritorno alla purezza dell’Islam delle origini classificando come “bid’a” (innovazioni biasimevoli) tutto ciò che è diventato patrimonio della cultura islamica nel periodo successivo alla supposta età dell’oro; correnti mistiche sufi e sciismo in primo luogo. Per citare un esempio, fu proprio al-Wahhab a suggerire la distruzione dei santuari e delle tombe dei santi mistici sufi oggetto di venerazione da parte della popolazione. La fortuna del wahabismo è tutta legata all’evoluzione storica dello Stato saudita; dal patto di alleanza col patriarca della famiglia Sa’ud, fino alla spropositata ricchezza derivata dallo sfruttamento delle risorse naturali nel XX secolo. Ricchezza che ha permesso al Regno Saudita di sviluppare un progetto egemonico volto alla progressiva imposizione all’interno del mondo islamico del modello wahabita come unico e vero Islam. L’enorme libertà di azione concessa alla politica egemonica saudita nell’area è dunque la causa principale della progressiva deriva a-culturale dell’Islam; religione teologicamente razionale per eccellenza e, almeno in ambito sunnita, priva di astrusità dogmatiche. Di conseguenza è anche la causa della diffusione su larga scala del salafismo e del riscontro favorevole che questo spesso ottiene tra la popolazione, influenzata da Imam a libro paga delle oligarchie del Golfo, o dagli innumerevoli telepredicatori che ammorbano le emittenti satellitari delle stesse.

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Al centro Ibn Saud

Tuttavia al contrario di quanto desiderano e pretendono le petro-monarchie del Golfo ed i loro strumenti di lotta geopolitica, Daesh o al-Qaeda, atti a rompere l’asse sciita nella Mezzaluna Fertile, esistono più Islam; e questo è un dato di fatto incontrovertibile che l’esito dello scontro nel Levante sta ulteriormente dimostrando. Bloccare il nefasto influsso che i petrol-dollari hanno avuto nella diffusione di un messaggio ritenuto come puro e genuinamente islamico è il primo punto da cui il mondo musulmano dovrebbe partire per elaborare un nuovo “sforzo” filosofico capace di riscoprire in primo luogo quella intrinseca tradizione culturale che fu capace di influire in modo determinante sulla storia dell’umanità. É utile sottolineare a questo punto che il termine arabo jihad nella sua accezione di jihad maggiore, che differisce dal jihad minore inteso più propriamente come chiamata alle armi, significa in primo luogo proprio “sforzo”: sforzo ed impegno spirituale a diventare un musulmano migliore. Lo stesso Occidente ha avuto un ruolo più che ambiguo nel favorire la diffusione di una erronea interpretazione del concetto di jihad. Basti pensare alle pressioni tedesche durante la Prima Guerra Mondiale affinché il califfo ottomano dichiarasse la guerra santa alla Triplica Intesa, o al discorso del dirigente bolscevico Karl Radek al Primo Congresso dei Popoli Orientali di Baku nel 1920 in cui, da buon materialista-storico, incitò il mondo islamico al jihad contro l’Occidente.

Questo nuovo sforzo filosofico deve portare ad una reale emancipazione del mondo islamico che non sia però una nuova emancipazione per imitazione dell’Occidente come avvenne nel periodo della decolonizzazione. Uno sforzo filosofico che quindi non debba necessariamente condurre a quella negazione della metafisica come strumento e fine della speculazione filosofica che in Occidente ha portato ad innalzare sugli scudi il pensiero di Kant, ritenuto più idoneo a garantire adeguata sovrastruttura ad un sistema in cui l’unico Dio è il mercato, a discapito di Hegel, considerato quasi unilateralmente come padre putativo di tutte le aberrazioni ideologiche del Novecento. Così come Hegel o Nietzsche non sono stati causa di due conflitti mondiali; Ibn Taymiyya o Ibn Kathyr non sono la causa dei disastri ideologici dell’Islam novecentesco. L’ambizione metafisica della filosofia è la speculazione di principi assoluti; è ricerca della verità. E dunque la filosofia stessa non può ridursi a disciplina impotente e consustanziale al sistema capitalistico globalizzato che fa della negazione stessa della verità la propria intrinseca peculiarità. Questo sforzo filosofico deve essere tutto interno allo stesso mondo islamico che ha bisogno di ripensarsi/riedificarsi ammettendo in primo luogo la propria multipolarità, e senza tralasciare l’enorme tradizione culturale che porta con sé e le proprie radici; senza far sì che questo si risolva ancora una volta nell’esaltazione retrospettiva di un passato mitico la cui de-contestualizzazione e trasposizione nella modernità ha prodotto esiti infausti.

 

P.S. Chi dimentica le proprie radici è perduto. E l’attuale situazione della sinistra europea è la dimostrazione più eclatante.