Si sono conclusi da pochi giorni i nuovi colloqui tra l’Iran e i Paesi del 5+1 che stanno monitorando il dilemma del nucleare iraniano, cercando di comporne i diversi interessi in gioco. Da quel che traspare sia dalle dichiarazioni degli esponenti della parte persiana, sia dagli esponenti del 5+1, i colloqui hanno avuto una loro utilità nel definire diversi aspetti di un possibile accordo, sebbene un’intesa complessiva non sia, effettivamente, stata ancora raggiunta. Stando alle fonti di Askanews, il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif infatti, ha affermato che gli attori internazionali sono “molto vicini” ad un accordo, sebbene “ci sono dettagli da definire”. Della stessa opinione Nicola Pedde, direttore dell’Insitute for Global Studies, il quale, intervistato da Radio Vaticana, ha affermato che i margini tecnici dell’accordo sono già definiti sebbene manca ancora un’intesa sul piano politico.

I maggiori problemi ed ostacoli sono opposti, come è ovvio aspettarsi, dalla potenza israeliana, in particolar modo da uno scatenatissimo “Bibi” Netanyahu in piena campagna elettorale, il quale – oltre a essere un ottimo oratore, come dimostra il discorso fatto al Congresso solo pochi giorni fa – è anche ben consapevole delle potenzialità di ascesa dell’influenza iraniana nella regione medio-orientale nel caso in cui Teheran riuscisse a trovare un accordo sul nucleare con la comunità internazionale chiudendo così peraltro la partita sulle sanzioni e sull’embargo che sta subendo. Sebbene su una linea più morbida, anche l’amministrazione statunitense cerca di premere sul freno: mentre Kerry infatti rimarca che la priorità è la difesa dell’esistenza di Israele, lo stesso Obama ha affermato che la Repubblica sciita dovrebbe bloccare il proprio programma nucleare per almeno dieci anni, come segno di buona volontà e garanzia chiara di non volersi armare con una bomba atomica. La richiesta risulta comunque più utopica che provocatoria.

Altro ostacolo alle trattative è il tema delle sanzioni, che l’Iran vorrebbe fossero cancellate con l’entrata in vigore di un eventuale accordo con il 5+1; come già accennò lo stesso ministro Zarif in occasione della visita del nostro ministro degli esteri Paolo Gentiloni: “Stiamo facendo di tutto, ma se non tolgono le sanzioni non si fanno passi avanti: su questo punto gli esiti sono ancora inconcludenti”. Dunque, quasi, tutto rinviato al 15 marzo, data del prossimo round di colloqui ginevrini tra le parti in causa, anche se con qualche speranza in più: le voci di un accordo, come abbiamo visto, paiono moltiplicarsi e gli stessi dirigenti della Repubblica islamica lasciano trasparire un velato ottimismo, a fronte di una certa rassegnazione statunitense e di un clima infuocato più che altro da una parte della politica israeliana che teme un’ulteriore ascesa dell’Iran come potenza regionale. Nonostante l’opposizione sionista, e cronica debolezza diplomatica europea, l’Iran ha buone carte nella propria manica: prima tra tutte il credito dovuto al contrasto operato da Teheran all’espansionismo dello Stato Islamico, oltre – ovviamente – il sostegno russo. Questo gioco delle parti avrà senz’altro un ruolo essenziale nei negoziati del 15, in vista di un accordo complessivo e definitivo previsto da diverse fonti per il 31 marzo.