Esattamente venticinque anni fa la caduta del muro di Berlino ha sancito con la sua forza iconografica la fine della Guerra Fredda e la sconfitta del blocco socialista. Con la Germania finalmente riunita e la dissoluzione dell’URSS il mondo si avviava a divenire un posto migliore, libero dalle tensioni ideologiche e dal costante pericolo di una guerra atomica. Il nemico comunista si era definitivamente dissolto, squagliato come neve al sole con una rapidità sconcertante e, mentre nei paesi dell’est la furia iconoclasta distruggeva i simboli dell’odiata dittatura del popolo e sperimentavano per la prima volta la libertà e la democrazia, in Occidente intanto si procedeva alla creazione del WTO e all’avvento della globalizzazione. Un lungo incubo era finito e aveva lasciato un unico e incontrastato vincitore: gli Stati Uniti d’America e il loro modello di democrazia liberale. Il grande nemico era sconfitto e, sebbene esistessero (o meglio persistessero) ancora dei paesi comunisti come Cuba, la Cina, la Corea del Nord, il loro destino – come quello del resto del mondo – era già segnato dal trionfo del Mercato e dalla scomparsa dei confini e delle dogane.

Eppure a venticinque anni di distanza molte di quelle ottimistiche speranze sono state disattese: guerre, terrorismo, disastri ambientali e povertà si sono moltiplicati. Se la logica bipolare della Guerra Fredda e dell’equilibrio atomico aveva temporaneamente congelato i conflitti – con l’eccezione di alcuni punti caldi come la Corea, il Vietnam e l’Afghanistan -, con la scomparsa dell’Unione Sovietica e il dominio unipolare del Capitalismo le guerre sono divampate un po’ ovunque, mostrando tutti i limiti del diritto internazionale e l’inadeguatezza dell’ONU. Le guerre irachene, la Somalia, l’ex-Jugoslavia, di nuovo l’Afghanistan, la guerra civile siriana, la Libia e il conflitto in Ucraina sono solo alcune delle più sanguinose ostilità che si sono succedute senza pausa da quel momento. Se gli accordi di Yalta avevano infatti predisposto per il mondo un sistema bipolare in equilibrio – fondato sul di diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – fornendo ai cinque membri permanenti e alle due alleanze contrapposte il potere di dirimere i conflitti nei paesi periferici; la repentina scomparsa del blocco comunista di fatto certifica la vittoria e il dominio unipolare del mondo nelle mani di un unico Stato a vocazione imperialistica e messianica. Da quella data la “fine della Storia” di Fukujama si realizza pienamente: gli Stati Uniti d’America non sono solamente i “liberatori dell’Europa”, ma l’unico e solo Stato legittimo fautore di una special mission incontrastabile; i gendarmi mondiali non hanno più bisogno di nascondersi dietro ai vetusti meccanismi di risoluzione dell’ONU o del diritto internazionale. Solo loro possono tracciare le linee rosse, stabilire quando sia lecito lanciare “guerre preventive”, quali Paesi abbiano diritto di vedere esportata sul loro territorio la democrazia liberale e quali invece è meglio rimangano governati da monarchie favorevoli ai loro interessi. La loro fitta rete di basi militari disseminate in tutto il mondo – lungi dall’essersi ridotta dopo la scomparsa dell’Impero del Male – si è invece estesa fino ad abbracciare tutti i territori che un tempo erano parte del Patto di Varsavia. La stessa NATO da alleanza prettamente difensiva è stata trasformata in strumento bellico funzionale al mantenimento di una pax romana che, in nome dei diritti umani e della democrazia, sancisce come terrorista qualunque stato si opponga alla globalizzazione capitalistica e qualifica come pace le proprie guerre telecomandate.

È comprensibile che nel giorno dell’anniversario della caduta del Muro milioni di tedeschi festeggino l’avvenuta riunificazione della Germania e celebrino con commozione le 138 persone che persero la vita cercando di attraversarlo, la riunione delle famiglie separate dalla Cortina di Ferro e la fine dell’incubo atomico, che vedeva il loro territorio in prima linea in un’ipotetica guerra; ma è anche lecito domandarsi cosa significhino le parole della cancelliera Merkel quando afferma che “ora i cittadini dei ventotto Stati dell’Unione abbiano tutti gli stessi diritti”. Di certo hanno quello alla precarietà, alla scomparsa del loro Stato nazionale e alle politiche di austerità selettiva. Hanno diritto a sperimentare sulla loro pelle disuguaglianze sociali sempre più accentuate, a trovare la legge del Mercato in settori che prima erano appannaggio dello Stato e a vedere il loro voto sminuito dal lobbismo politico. Hanno diritto a vedere cancellati i loro diritti di lavoratori in nome della globalizzazione.

Non c’è più lo spauracchio del grande nemico del Capitale e quindi il Capitale stesso può riprendersi facilmente tutte le concessioni che era stato costretto a elargire durante la Guerra Fredda; in cambio della moneta unica e dei voli low cost.