Non abbiamo cambiato avviso rispetto allo scettico ottimismo con cui, all’epoca dei fatti, salutammo il verdetto delle urne. La vittoria della Brexit ha dimostrato di non essere quella rivolta dei diseredati della globalizzazione che molti avevano sperato, bensì un blando successo liberista, la coronazione delle velleità di poco conto di alcune frange del Partito Conservatore. La posta in gioco è sempre stata decisamente asimmetrica: l’esito del voto non costituisce, come abbiamo anticipato, tanto una vittoria per il Regno Unito, quanto piuttosto una sconfitta per l’Unione Europea. Difatti, i problemi economici inglesi dipendono in minima parte dalle istituzioni sovranazionali.

Date queste premesse, del presente articolo non ci sarebbe nemmeno bisogno, senonché la stampa nazionale – con le dovute eccezioni – si è finora limitata a raccontare questa storia a spizzichi e bocconi (avvelenati, naturalmente). Mentre la velina generale è quella di far passare il Regno Unito come un paese allo sbando che può soltanto essere salvato da Bruxelles, noi vorremmo invece approfittarne per dare uno sguardo d’insieme alla situazione, ricostruire un breve filo rosso degli eventi e dare uno sguardo a ciò che ci appare all’orizzonte.

Siamo un po’ come nel prologo dell’Opera da Tre Soldi di Brecht: die Bettler betteln, die Diebe stehlen, die Huren huren. I mendicanti mendicano, i ladri rubano, le puttane puttaneggiano. Accompagnati dalla macabra melodia dell’organetto (di Mario Draghi), ne stiamo vedendo di cose accadere questi giorni: dalla speranza dell’Europa che naufraga in un mare color catarifrangente alla produzione industriale del paese virtuoso per eccellenza che cala a picco, dai pacifici Svizzeri che sbattono educatamente la porta in faccia alla Commissione Europea fino al sempre più assordante ticchettio della bomba sotto la sedia del capitalismo. Tutti eventi molto interessanti, non c’è che dire. Adesso, però, torniamo a noi: di cose da dire sugli sviluppi della Brexit ce ne sono fin troppe. L’idea di fondo è quella di seguire un ordine logico e cronologico.

L’ANTEFATTO

Ricordiamo brevemente, a beneficio di chi se lo fosse dimenticato: l’esito del voto, visto nella propria prospettiva storica, appare più come l’esito fortuito di una serie di rocamboleschi eventi, anziché il frutto di una strategia politica di lungo periodo. In seguito al trionfo dell’UKIP alle Europee del 2014, il Premier David Cameron comprese che avrebbe dovuto contare anche sui voti degli euroscettici per vincere le elezioni l’anno successivo. Così, promise – se fosse stato rieletto – di negoziare condizioni assai migliori per la permanenza nell’UE e, successivamente, di convocare il referendum, in cui avrebbe sostenuto il Remain.

Detto fatto. Stravinse e, nella campagna referendaria, fu tra gli artefici del ridicolo, contraddittorio e (soprattutto) fallimentare project fear. Il resto è storia. Cameron, sbagliati completamente i suoi calcoli di bassa cucina elettorale – neanche fossero un moltiplicatore fiscale al FMI – rassegnò le dimissioni. Gli succedette Theresa May, che poi è l’attuale Primo Ministro, almeno per ora.

Theresa May

Dicevamo, il voto popolare non è stato una rivolta del popolo contro l’élite, né tantomeno un qualche improbabile conflitto di classe. La prova più superficiale di questo si può avere notando che i due uomini di punta degli opposti schieramenti, David Cameron e Boris Johnson, sono entrambi rampolli dell’establishment britannico. Se vogliamo andare più a fondo, invece, possiamo anche vedere come i problemi economici del Regno Unito dipendano in minima parte dall’Unione Europea.

Oltremanica c’è stato quello che a noi è mancato: la ripresa. Ma la situazione attuale non è esattamente la migliore possibile: la grande recessione ha lasciato cicatrici evidenti. La deindustrializzazione è andata inesorabilmente avanti; dal 2007 a oggi sono andati distrutti 800 mila posti di lavoro nel manifatturiero, mentre l’indice della produzione industriale è stazionario ai livelli del 1994. Durante la crisi, il settore pubblico ha dovuto spendere parecchio per puntellare il pericolante sistema bancario, facendo così aumentare vertiginosamente il debito pubblico. Alla fine, nel 2013 è arrivato il downgrade di Moody’s. Allora, il governo si è messo in testa di ridurre il livello di indebitamento raggiungendo il pareggio di bilancio entro il 2020, neanche dovessero rientrare nei parametri di Maastricht.

A tutto questo c’è anche da aggiungere il deficit strutturale di Bilancia dei pagamenti. Il saldo di conto corrente è stato mediamente negativo del 5% nell’ultimo decennio e, anche se non consideriamo la spesa per interessi – cresciuta parecchio dopo la crisi – rimane un sostanzioso disavanzo commerciale.

Tasso di disoccupazione nel Regno Unito

Se, com’è naturale, domanda e offerta si eguagliano sul mercato, allora capiamo subito le cause del sorprendente (per gli economisti neoclassici) productivity puzzle, ossia il quasi annullamento della crescita della produttività negli ultimi anni. E, alla luce di tutto questo, vediamo anche come la caduta della disoccupazione sia un dato esagerato; al netto dei precari e dei sottooccupati il tasso reale di disoccupazione dovrebbe assestarsi sul 9%, secondo alcune stime: un livello ragionevolmente assai più compatibile con i tassi di crescita del PIL attualmente osservati.

Sebbene paia esserci un timido e tradivo ritorno della curva di Phillips, la crescita dei salari reali è rimasta pressoché nulla, almeno fino all’anno scorso. Questo è chiaramente dovuto alla deteriorata qualità dell’occupazione: servizi poco produttivi e pochissimo remunerati. Il ristagno delle retribuzioni implica anche la modesta crescita dei consumi privati, dato che un’ulteriore espansione del debito privato è improbabile senza ricorre ad una ancor più pesante opera di ingegneria finanziaria. La prova del nove? La ripresa è stata trainata dagli investimenti anziché dai consumi.

Sappiamo bene che la crescita trainata dai profitti, anziché i salari, è soltanto una chimera ricardiana e che nel lungo periodo -oggi anche nel breve – non è affatto sostenibile. Due crisi economiche mondiali alle spalle e una terza in arrivo ne sono la conferma. Insomma, la situazione è apparentemente stabile, anche se nasconde alcune fragilità. Il malcontento popolare è ben comprensibile, ma con le istituzioni sovranazionali ha poco a che vedere.

Paradossalmente, finora nei negoziati l’Unione Europea ha avuto gioco sorprendentemente facile. I rappresentanti comunitari non hanno mai sentito il bisogno di alzare la voce, come solitamente avvezzi a fare con i paesi del Sud Europa. Questo è dovuto principalmente alla scarsa assertività del Prime Minister Theresa May, che pare soffrire di un qualche disturbo di sdoppiamento della personalità oppure – nella migliore delle ipotesi – di non aver ben compreso quale parte deve rappresentare nei negoziati. Infatti, se il motto degli ultimi due anni è stato no deal is better than a bad deal, meglio nessun accordo che un cattivo accordo, la May ha fatto di tutto per accettare un accordo con Bruxelles, anche sottomettersi alle richieste più improbabili.

“L’accordo che ho negoziato per conto dell’Union… ehm… il Regno Unito…”. Interessante lapsus del Primo Ministro.

Andiamo con ordine. L’attuale Prime Minister incassa la sua prima sconfitta in occasione delle elezioni generali del 2017. Convocate per rafforzare la propria posizione all’interno del Partito e per piazzare in Parlamento i sostenitori del leave, si tramutano presto in una débâcle per i Conservatori, che perdono la maggioranza assoluta e per governare sono costretti ad un discusso accordo con i Nord Irlandesi del Democratic Unionist Party. Le ragioni dell’insuccesso sono molteplici – tra cui un’insperata rimonta del Labour – ma la causa principale è una campagna elettorale anonima e priva di proposte reali, incapace di andare oltre l’unico tema della Brexit. Poi, la May non è stata capace nemmeno di compattare il fronte interno, riuscendo a scontentare un’importante fazione del suo partito, cioè i sostenitori di un’uscita hard.

Le proposte (di minoranza) del Primo Ministro sono state condensate a giugno 2018 in quello che è passato alla storia come il Chequers Plan. La proposta della bozza, che prende il nome dalla residenza estiva del Premier britannico, ha portato – nel giro di 24 ore – alle dimissioni di due fondamentali ministri: Boris Johnson (esteri) e David Davis (capo-negoziatore). Inutile dirlo, una porzione importante dei politici e degli elettori conservatori considerano tale programma eccessivamente accomodante verso l’UE, un tradimento del principio no deal is better than a bad deal. Effettivamente, tale proposta prevede che il Regno Unito continui a far parte del mercato comune, rimanendo soggetto alle regole e gli accordi doganali esistenti. Inoltre, rimarrebbe alla Corte di Giustizia Europea la giurisdizione sui casi legali riguardanti i rapporti commerciali con l’Unione. La posizione della Gran Bretagna, una volta uscita, sarebbe come quella della Norvegia, membro dell’Area Economica Europea.

Boris Johnson

I PUNTI CALDI DELL’ACCORDO

Ciononostante, il Premier ha preferito continuare a testa bassa, ribadendo che Chequers non è in discussione. Così, a metà novembre scorso è riuscita a trovare un’intesa con Michel Barnier, il capo-negoziatore nominato dalla Commissione Europea. I principali nodi di questo accordo riguardano in primis le relazioni commerciali e il pagamento di una certa cifra – il famigerato divorce bill – che il Regno Unito dovrebbe pagare all’Unione Europea. Strettamente legato a questi due punti, rimane il problema del confine con l’Irlanda: la scelta è tra la presenza o meno di pesanti controlli frontalieri – il noto backstop. Altri punti secondari, di minore interesse, riguardano lo status cittadini residenti all’estero e la frontiera con l’exclave di Gibilterra.

First things first: cominciamo dalle cose importanti, ossia dal vile denaro. A marzo di quest’anno la Commissione Europea ha richiesto che il Regno Unito pagasse un “conto” di uscita stimato tra i 35 e i 40 miliardi di sterline. Non è ben chiaro secondo quali criteri sia stata calcolata tale cifra, anche se dovrebbe avere a che fare con i contributi che Londra versa annualmente nel bilancio dell’UE – circa 4 miliardi di Euro netti. Poi, per quanto riguarda il commercio, le parti si riserveranno di negoziare un accordo di libero scambio durante il periodo di transizione, cioè fino alla fine del 2020. Il Regno Unito rimarrebbe comunque sottoposto alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea. La frontiera con l’Irlanda sarebbe del tipo soft, cioè come se di fatto non ci fosse, proprio come adesso. In caso di futuro abbandono dell’unione doganale, la regione di Belfast resterà inglobata nel mercato unico, facendo sì che i controlli di frontiera avverranno nel passaggio navale tra l’isola d’Irlanda e la Gran Bretagna.

Michel Barnier

Insomma, praticamente una Brexit senza Brexit: gli Inglesi dovrebbero pagare profumatamente per rimanere membri effettivi dell’Unione -per di più senza avere voce in capitolo- e cedere sovranità sul Nord Irlanda. Comprensibile che, appena il testo è approdato in Parlamento, Dominic Raab, il successore del dimissionario Davis, si sia a sua volta dimesso, denunciando inoltre che tale patto sia stato voluto personalmente da Theresa May e non dal suo gabinetto. Con la certezza che la maggioranza parlamentare avrebbe bocciato la proposta, il Prime Minister ha preferito rinviare il voto. Nel frattempo, però, il suo Governo ha dovuto superare un insidioso voto di sfiducia, chiesto dai Conservatori ribelli guidati da Jacob Rees-Mogg, presidente dell’influente Europe Research Group, che comprende una trentina di parlamentari.

L’ala più liberista dei Conservatori, Johnson e Rees-Mogg in testa, sostiene l’abbandono del mercato unico, lasciando il Regno Unito soggetto unicamente alle regole del WTO. Per contro, l’Unione Europea gioca a carte scoperte: ha solo due obiettivi da raggiungere: garantirsi le risorse finanziarie che verrebbero a mancare con l’uscita della Gran Bretagna (e a questo serve il ‘conto’ da pagare) e fare in modo di salvaguardare il mercato di sbocco inglese, che rappresenta circa il 2,2% del PIL dell’Eurozona nel 2017. A questo scopo sta sfruttando il confine con l’Irlanda – quotidianamente attraversato da 30 mila lavoratori, con l’economia locale che dipende molto dai flussi commerciali transfrontalieri – come leva di contrattazione. E il Primo Ministro pare cedere.

I sostenitori della Hard Brexit, però, non paiono avere problemi ad accettare un confine duro con l’Irlanda. Vediamo come pare essere arrivati ad un’impasse. Comunque sia, i rispettivi organi legislativi dovranno approvare l’accordo entro il prossimo 29 marzo, alla cui mezzanotte scadono i due anni dall’attivazione dell’articolo 50 del TFUE. Poi, dovrà ancora trascorrere un periodo di un anno e otto mesi in cui Londra sarà soggetta alle regole comunitarie. Infine, dal primo gennaio 2021 il Regno Unito sarà finalmente un paese terzo.

UNO SGUARDO ALL’ORIZZONTE

Bene, questi erano fatti. Adesso passiamo alle proiezioni. Se non ci saranno altri rinvii, il testo dell’accordo approderà nuovamente a Westminster per il voto finale il 21 gennaio. Ad oggi, salvo colpi di scena (non del tutto improbabili), lo scenario più quotato è il no deal. Apparentemente, non esiste una bozza di accordo che sia gradita a Juncker e Barnier e che, allo stesso tempo, possa essere approvata dalla maggioranza Tory-DUP alla House of Commons. Difficile immaginare altri scenari. Se passerà un accordo sulla falsariga del Chequers, molto probabilmente sarà grazie ai voti del Labour o delle altre opposizioni. Forse è proprio questo il gioco della May: calcare la mano, siglando un accordo-resa con la Commissione Europea, sapendo poi di riuscire a farlo passare in Parlamento in qualche modo. Inutile dirlo, in tal caso gli elettori potrebbero rimanerci molto male, e questo andrebbe ad aumentare le tensioni sociali già presenti.

Molto si è detto sulle possibili conseguenze economiche della Brexit. Prima di commentarle, però, è d’obbligo un piccolo caveat: l’uscita effettiva non avverrà prima del 2021. Ottenere stime puntuali di quello che sarà il mondo tra due anni non è semplice – soprattutto in questi tempi non esattamente tranquilli. Comunque sia, il Tesoro britannico (attualmente presieduto da un remainer deluso e fedelissimo della May) ha rilasciato un documento in cui prevede un crollo del PIL del 9,3% in caso di no deal. Nel frattempo, prendiamo atto della clamorosa cantonata che la professione economica ha candidamente ammesso di aver preso, prevedendo scenari poco meno che apocalittici (e ovviamente mai concretizzatisi) in seguito al referendum del 2016. Ecco, se le nostre attese fossero perfettamente adattive, allora non dovremmo aspettarci grandi scossoni in seguito a questo divorzio.

Lasciando da parte le facezie, l’economia inglese attualmente presenta alcune debolezze che abbiamo illustrato sopra. Un’uscita senza accordo né con l’UE né, soprattutto, con l’Irlanda potrebbe causare incertezza e una crisi di fiducia sul breve periodo. Poi, le cose andranno come il Governo britannico deciderà di gestirle. Ma eventuali conseguenze avverse non dovrebbero essere enfatizzate. Oltre a queste ovvietà, rimane poco altro da dire con certezza. Un unico dettaglio che possiamo rilevare con una certa sicurezza è che uno degli obiettivi della politica macroeconomica nel medio periodo sarà quello di stabilizzare il deficit estero. Per questo, la Sterlina è sopravvalutata: nei prossimi anni dovremmo assistere ad un suo progressivo deprezzamento.

Secondo il FMI, la Sterlina Britannica è sopravvalutata di circa l’8%, a fronte di un deficit di Partite Correnti in eccesso del 3% rispetto ai fondamentali

Un aspetto che a molti commentatori è sfuggito, ma su cui noi vorremmo riflettere brevemente, è che negli ultimi due-tre anni il discorso Brexit ha quasi totalmente monopolizzato il dibattito politico in Gran Bretagna, lasciando così in secondo piano molti altri argomenti rilevanti: verosimilmente, i temi di giustizia sociale ritorneranno ad occupare prepotentemente la scena negli anni a seguire. La stretta fiscale negli ultimi quattro anni ha causato un aumento della povertà e della microcriminalità; se non tamponati in tempo questi problemi possono portare ad un sempre maggiore malcontento popolare.

Forse, proprio alla luce di questo Theresa May lo scorso 3 ottobre ha dichiarato, in occasione del congresso del Partito Conservatore, che con la conclusione della Brexit l’austerità finirà. Senz’altro una mossa politicamente accorta, anche perché porta a collegare implicitamente il rigore fiscale alla permanenza nell’UE. Sotto questo aspetto, tuttavia, bisogna riconoscere che il Labour di Jeremy Corbyn parte in posizione avvantaggiata, visto il clamore mediatico del suo manifesto redatto l’anno scorso con la collaborazione di diversi personaggi dal nome lucidato negli ambienti progressisti, come Piketty e Stiglitz. Basta guardare alle ultime elezioni per farsi un po’ un’idea.

Jeremy Corbyn, foto di Chris McAndrew

Per contro, l’ala thatcherista dei Conservatori, con figure di spicco come Boris Johnson e Jacob Rees-Mogg, è uscita ringalluzzita dal referendum. Infine, merita probabilmente una menzione il crescente movimento popolare, supportato da alcuni esponenti laburisti, che preme perché vi sia un secondo voto popolare sull’UE. Non che questo sia veramente rilevante, tuttavia riteniamo utile notarlo come indice di una possibile frattura interna anche al Partito Laburista. Del resto, una minoranza di tale partito ha fatto campagna per il Leave, mentre Corbyn ha sempre mantenuto una posizione relativamente ambigua sull’argomento. Questo dovrebbe bastare a restituire un’immagine (molto) stilizzata di quello che sarà la scena politica britannica nel medio periodo.

Il destino dell’Unione Europea, invece, è strettamente legato all’esito delle trattative: le istituzioni sovranazionali dovranno riuscire a racimolare quei soldi che il Regno Unito versa annualmente. Così come Germania, Francia e Italia dovranno salvaguardare quel prezioso mercato di sbocco, a fortiori se intendono continuare col loro folle mercantilismo. Come detto prima, questi sono i due obiettivi che persegue Bruxelles e, qualora non fossero raggiunti, aggraverebbero ulteriormente la situazione del blocco continentale. Questo è quanto. Il tempo comincia a scarseggiare e il nostro resoconto deve fermarsi qui, anche se le cose da dire continuano ad abbondare. Adesso è il momento di tacere: lasciamo che siano i fatti a parlare. E, fidatevi, saranno alquanto loquaci.