Il Rapporto dell’indagine sulle interferenze russe durante le elezioni presidenziali del 2016, volgarmente noto come il Rapporto Mueller, è stato finalmente pubblicato. Per capire se Donald Trump e Vladimir Putin avessero agito in combutta, o se la Russia avesse in qualche modo interferito di propria iniziativa veicolando bufale e alterando la qualità dell’informazione in rete in favore del candidato repubblicano, il comitato d’indagine si è avvalso di una squadra formata da 19 avvocati e 40 agenti del Federal Bureau of Investigation, ascoltando 500 testimoni, chiedendo documentazione a 13 governi, ottenuto circa 500 mandati di perquisizione e inviato oltre 2800 mandati di comparizione, raggiungendo una conclusione: un’influenza russa c’è stata, ma Trump ed il suo staff non hanno avuto alcun ruolo in tale cospirazione.

Si tratta di un risultato al tempo stesso importante ed inquietante. Importante per Trump: il presidente più odiato e criticato nella storia recente degli Stati Uniti ha finalmente ottenuto giustizia e i risultati del rapporto sicuramente giocheranno in favore alle prossime elezioni, erodendo ulteriormente la credibilità della galassia liberale e democratica presso l’opinione pubblica.

Inquietante per tutti gli altri: ossia noi, l’opinione pubblica, cittadini, elettori, inconsapevoli pedine di una guerra dell’informazione costante e continua che deforma la realtà fattuale e la verità oggettiva sino al punto da rendere indistinguibile il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato. Trump, candidato ad essere l’uomo più potente del pianeta, è stato vittima di un’incredibilmente violenta guerra dell’informazione a base di attacchi personali, violenze verbali, bufale, opere di screditamento, gravi accuse di cospirazione con potenze straniere.

La macchina propagandistica messa in moto contro Trump ha superato i confini nazionali, avvalendosi della collaborazione di ogni principale canale d’informazione occidentale, e l’Italia non è stata esclusa dal campo di battaglia. I principali quotidiani cartacei e virtuali hanno all’unisono riproposto e ripetuto ad infinitum la verità dei media anglosassoni allineati contro Trump, dipingendolo come un burattino di Putin e una minaccia per l’intera umanità, simultaneamente evitando di intaccare l’immagine pubblica di Hillary Clinton, sino all’ultimo istante data in testa in ogni sondaggio.

Nel gergo delle operazioni di guerra psicologica, ciò che è accaduto durante le presidenziali statunitensi, ma anche francesi e italiane, si chiama intossicazione ambientale. Si tratta di una tecnica di manipolazione tanto subdola quanto potente, basata sulla diffusione continua di informazioni false, come bufale, o confusionarie, come molteplici versioni dello stesso fatto, avente l’obiettivo di creare spaesamento e insicurezza nel gruppo preso di mira.

Le prime operazioni di intossicazione ambientale di cui si ha notizia sono state effettuate in Cile, sempre in occasione di elezioni presidenziali, rispettivamente nel 1964 e nel 1970, con l’obiettivo di impedire la vittoria del socialista Salvador Allende. Le campagne del terrore furono ribattezzate per via del clima di tensione che le caratterizzò. I muri di Santiago del Cile furono tappezzati di manifesti ritraenti l’invasione del paese da parte di carri armati sovietici, di campi di concentramento cubani; la galassia dell’informazione si mobilitò interamente, trasmettendo una media giornaliera di 20 spot, 24 notiziari e 26 spazi di dibattito di natura anticomunista.

Salvador Allende

Oltre 5 milioni di cileni furono raggiunti dalla propaganda giornalistica, radiofonica e murale, un importantissimo bacino di potenziali voti, considerando che il Cile all’epoca era abitato da 9,5 milioni di persone. A fornire queste cifre fu una commissione d’inchiesta del Senato statunitense istituita per chiarire quale fu il ruolo della Cia nella destituzione violenta di Allende, la commissione Church. Robert Mueller come Frank Church, uomini di Stato impegnati nell’ardua impresa di discernere il vero dal falso, affrontando consapevolmente il rischio di poter finire intrappolati in un labirinto fatto di mezze verità e totali menzogne, perché coraggiosi abbastanza da indagare nei meandri dello Stato profondo.

Una rilettura del rapporto Church aiuterebbe a capire che il mondo è entrato nell’epoca della post-verità molto prima degli anni 2000, il rapporto Mueller conferma invece che le tecniche di manipolazione psicologica sono state diabolicamente perfezionate e che i mezzi di informazione sono la pietra angolare di tutto ciò. L’opinione pubblica è stata abituata a consumare le notizie in luogo di analizzarle, ed è stato proprio questo tragico evento, combinato ai progressi della neurolinguistica, delle neuroscienze cognitive e della psicolinguistica, ad aver permesso l’entrata definitiva del mondo nell’epoca della post-verità.

Uno degli effetti perversi della post-verità è la polarizzazione della società in gruppi distinti e contrapposti, ciascuno incapace o nolente di ascoltare gli argomenti dell’altro, disposto ed incline a praticare violenza per sopprimere l’altrui diritto di espressione piuttosto che ascoltarne le motivazioni e dialogare costruttivamente.

Robert Mueller

Questo è infatti quanto accaduto durante le scorse presidenziali statunitensi: sostenitori di Trump attaccati alle manifestazioni, eventi e comizi ideologicamente di destra vietati nelle università, radicalizzazione sia degli esponenti democratici che dei loro sostenitori civili, bufale a ripetizione, isteria russofoba e psicosi antifascista collettiva. La democrazia più grande del mondo caduta vittima di una guerra d’informazione interna è la conferma che ogni vipera muore del suo stesso veleno, ma è anche segno di una degenerazione inaspettata che nel prossimo futuro potrà solo peggiorare.

Trump e Putin non sono mai stati amici, e l’irrigidimento del contenimento antirusso ne è la prova, ma nessun intellettuale, politico e giornalista, nostrano, europeo e americano, chiederà scusa per aver fatto leva sulla credulità dell’opinione pubblica, alimentando divisione per mezzo della diffusione di bufale e accuse gravissime non corroborate da alcuna evidenza. Difendersi dalla disinformazione della post-verità non è semplice, ma neanche impossibile seguendo alcune regole: diffidenza generale dalle notizie prodotte dalle fonti di informazione di massa, diversificazione dei canali di riferimento, approfondimento autonomo dell’argomento in essere, verifica dell’opinione del diretto interessato quando possibile.

Il vero problema è la naturale tendenza umana alla perdita della memoria storica: nessuno si ricorda più del rapporto sconvolgente della commissione Church, e ugualmente cadrà nell’oblio anche il rapporto Mueller nell’arco di alcuni anni. Trump è stato fortunato, come fortunati sono stati anche Salvini e Di Maio. In entrambi i casi non sono mancate le dichiarazioni pericolose di intellettuali e attivisti che hanno chiesto un intervento delle forze armate per ripristinare l’ordine e tutelare la libertà presuntamente minacciata.

Trump ha dovuto affrontare la diffidenza di una parte delle forze armate, della polizia federale e dei servizi segreti, facendo del posizionamento di uomini di fiducia in posti-chiave di tali ambienti strategici la sua arma vincente. Che cosa sarebbe potuto accadere nella peggiore delle ipotesi, alla luce della campagna feroce scatenata contro di lui? Un colpo di stato mascherato con una messa in stato d’accusa, che infatti è stata richiesta più volte dai democratici in relazione al Russiagate. Ma in un altro paese, la disinformazione violenta e distorcente della post-verità potrebbe dar luogo a vere e proprie guerre civili. È già successo: in Cile.

La commissione Church ha infatti accertato che la campagna propagandistica della Cia giocò un ruolo fondamentale nell’indurre le forze armate a deporre violentemente Allende e nell’alimentare la fascistizzazione della società. Nessuno alla Casa Bianca era a conoscenza del fatto che il golpe dell’11 settembre 1973 sarebbe stato guidato da Augusto Pinochet; Henry Kissinger non l’aveva neanche considerato come potenziale alleato nella causa antiallendista, ritenendolo un lealista quasi quanto René Schneider, come appurato dalla commissione Church.

Pinochet non agì perché sul libropaga della Cia ma perché realmente preoccupato per la situazione in cui versava il paese e paranoicamente convinto dall’intossicazione ambientale che Allende avrebbe consumato un auto-golpe a breve con l’appoggio di Mosca e L’Avana, instaurando una dittatura in stile sovietico. La post-verità è anche questo, perciò oggi più che mai è importante studiare la storia, in maniera da non ripeterla, e capire che i media non informano, ma influenzano, e non riportano la realtà, la distorcono.