Lo scorso weekend vi abbiamo raccontato sul campo le proteste dei Gilet Jaunes, attraverso dirette, articoli e video. A Parigi, così come in tutta la Francia, sono scese nelle piazze meno persone delle settimane precedenti (secondo il Ministero degli Interni circa trentacinquemila, rispetto alle settantamila di sabato scorso), così come avevamo preannunciato nella nostra prima cartuccia dedicata al tema. Diverse motivazioni hanno influito in questo senso (il discorso di Macron lunedì, l’attentato di Strasburgo martedì, le spaccature interne al movimento) tanto che una buona parte dei gilet, sostenuta da diverse forze politiche, ha deciso di confermare l’atto quinto dei sommovimenti solamente giovedì.

Se vi siete persi la giornata di sabato, potete recuperarla attraverso il nostro taccuino e soprattutto il nostro Video Reportage esclusivo. Sono produzioni ottenute direttamente sul selciato della capitale francese, tese a testimoniare il clima parigino, le azioni e le impressioni dei protagonisti. Dopo 72 ore tra i Gilet Jaunes è arrivato il momento di rientrare in Italia. Passiamo dalla piazza allo studio, dalla testimonianza all’analisi, utilizzando le prime come strumenti per i secondi. Lo facciamo mettendo in evidenza i punti principali che riguardano i gilet gialli e il loro futuro.

La Francia profonda in piazza (Foto di Federico Lordi e Lorenzo Pennacchi)

La contrapposizione tra Parigi e il resto della Francia non è una novità. Certo è che quando ti dirigi ad una grande manifestazione in metro, solitamente ti aspetti di incontrare dei manifestanti. Sabato non era così. Nelle linee metropolitane limitrofe ai raggruppamenti principali non c’era nessun gilet giallo. Pure per questo, la prima domanda posta agli intervistati è stata: da dove vieni? Dal Nord della Francia (molti dalla Normandia), dalle zone circostanti alla capitale, al massimo dalle banlieue. Nessuno che avesse detto di essere un cittadino parigino. Non è nostra intenzione generalizzare sulla base della nostra esperienza personale, tuttavia i gilet jaunes sono perlopiù l’espressione di una Francia profonda, periferica, che più di tutte soffre le politiche del governo. Come ci ha spiegato Mathilde, la ragazza che ci ha cortesemente ospitato durante la nostra permanenza nella capitale francese, questo è facilmente comprensibile. A Parigi poche persone prendono la macchina (con 16 linee di metro chi lo farebbe?), mentre chi si deve muovere dalle aree limitrofe non può farne a meno.

Ecco perché il rincaro del carburante, la goccia che sembrerebbe aver fatto traboccare il vaso, interessa soprattutto loro. Loro che appartengono principalmente ad una parte della classe media francese e che per la maggior parte sono bianchi. Questa è una costatazione che ci ha lasciato piuttosto sorpresi, anche perché proprio sabato, a Roma, a scendere con i gilet gialli sono stati i migranti. Sia chiaro, i gilet gialli non sono affatto razzisti (lo dimostrano i diversi cori contro le discriminazioni intonati durante tutta la giornata e la loro ferma critica riguardo il Franco CFA di molti stati africani occidentali), ma coinvolgono una parte della popolazione che in Italia resta dormiente. Ad ogni modo, le situazioni tra i due paesi, al momento, sono certamente diverse, per certi casi opposte e quindi ci sentiamo di prendere le distanze dai disfattisti che vedono nell’Italia un paese immobile e negli italiani un popolo di pecore: proprio in questi pensieri risiedono le metastasi della Nazione.

Contro Macron, ma con chi? (Foto di Federico Lordi e Lorenzo Pennacchi)

Al contrario di quanto sostenuto da diversi media internazionali, per la maggior parte dei gilet gialli Emmanuel Macron è un arrogante che disprezza le fasce meno abbienti della popolazione. Non bisogna dimenticare che egli ha vinto le elezioni al ballottaggio con un elettorato altrui, assolutamente non intenzionato a vedere Marine Le Pen all’Eliseo. Dalla padella, alla brace. In pochi mesi, il suo consenso è precipitato a circa il 20%. Il suo discorso di lunedì 11, pur convincendo una parte del movimento a non scendere in piazza sabato 15, non ha migliorato di molto la sua situazione.

Gli imperterriti manifestanti credono che le sue promesse (come l’aumento dello SMIC) siano fuorvianti o del tutto inattuabili. Ma, allora, dove guardano politicamente i gilet gialli? La risposta non è univoca: all’estrema destra, all’estrema sinistra e ad un qualcosa di nuovo. Recentemente 70 ricercatori del Centre National de la Recherche scientifique e dell’Institute National de la recerche agronomique hanno pubblicato un’indagine statistica ottenuta intervistando un campione di 166 partecipanti alla manifestazione parigina del 17 novembre scorso:

Nonostante il sondaggio in questione metta in luce non solo una consistente fetta di manifestanti disinteressati alle ideologie tradizionali, ma anche uno sbilanciamento verso posizioni di sinistra, oltre La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, anche Il Rassemblement national di Marine Le Pen sarebbe tra i partiti più benvoluti e che più sostengono i manifestanti. Eppure, vi è anche la possibilità che il movimento si faccia partito. Del resto, non bisogna dimenticare la grande eterogeneità dei gilet gialli che al momento non rispondono a nessun leader e fondano il proprio pensiero su documenti non ufficiali.

Quello che è certo è che vi è una generale sfiducia nelle istituzioni, ma nessun gilet giallo col quale abbiamo parlato si è scagliato contro la Nazione: si critica il governo francese, non la Francia. I tricolori e la Marsigliese continuamente al centro della protesta sono lì per ricordarlo.

Una questione non solamente francese, ma europea. (Foto di Federico Lordi e Lorenzo Pennacchi)

Macron è sì visto come un nemico, ma da alcuni è considerato un piede di un corpo, la cui testa risponde al monsieur Juncker. Pur avendo parlato con manifestanti e cittadini che non vedono nell’Europa un problema in sé, la maggior parte di loro crede che lo sia. La Francia è vista come un tassello di politiche finanziarie transnazionali che colpiscono (o hanno già colpito) tutti i paesi europei. Da qui, ciò che dicevamo poco sopra: la Francia si ritrova in una situazione che l’Italia ha già attraversato tempo addietro. All’interno delle attuali regole europee si ritrova costretta a mettere in atto le ormai note riforme al fine di flessibiliz… pardon precarizzare il lavoro e abbattere i salari onde recuperare una situazione disastrosa sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti.

Il Monti moment che Macron vorrebbe applicare (più propriamente portare a termine ndr) in Francia deve fare i conti con la pancia dei cittadini meno abbienti e con le speranze tradite di una classe media sempre più inferocita. Tramite un’interessante intervista apparsa lo scorso lunedì su La Verità, l’economista Jacques Sapir non nasconde che in caso di situazione economica inalterata, nel 2019:

si rischierebbe seriamente un’escalation di rabbia nella popolazione francese”

La ricerca citata poco sopra rivela un altro dettaglio assai interessante:

Il ceto impiegatizio è il più coinvolto nelle proteste dei Gilet Jaunes.

L’attuale assetto dell’eurozona attraverso il necessario attacco mortifero alla domanda interna sta disintegrando quel ceto medio che a lungo ha saputo lenire le naturali tensioni tra classi. Le eventuali dimissioni di Macron non basteranno a placare gli animi esacerbati delle classi disagiate: all’interno dell’attuale contesto socioeconomico, una nuova guida politica, seguendo la definizione offerta da Jean-Claude Michéa, darebbe soltanto luogo a “un’alternanza unica”. Un nuovo Presidente dentro Maastricht non porterebbe a nulla.

Che l’Unione Europea stia vivendo un periodo di crisi profonda è sotto gli occhi di tutti. In ogni paese ci sono forze (al governo o all’opposizione, parlamentari o extraparlamentari) fortemente ostili alle politiche di Bruxelles. I problemi strutturali dell’UE sono noti da tempo. La superiorità della finanza rispetto alla sfera socio-culturale e la centralità di un esecutivo incontrollabile dalla cittadinanza (relegata ad un Parlamento svuotato e inconsistente) si sommano a fenomeni per cui quest’unione non è strutturata, primo su tutti l’immigrazione.

Non è dunque un caso che domenica siano scoppiati degli scontri davanti alle istituzioni europee, in vista della ratifica del Global compact, un accordo non vincolante (ma che, almeno nel caso dell’Italia, finirebbe per rafforzare il processo di formazione del diritto internazionale generale e risulterebbe quindi vincolante ai sensi dell’art.10 della nostra Carta Costituzionale) voluto dall’Onu, che mette in luce tutta la fragilità degli scenari internazionali. Un’Unione Europea che da un lato conferisce fondi ai singoli paesi, ma che dall’altro impedisce ai singoli Stati di compiere delle politiche economiche espansive puntando esclusivamente sulla stabilità dei prezzi, e che quindi vede al suo interno il persistere di una situazione di forte squilibrio. Anche in Francia pare abbiano capito l’inganno e per questo, in attesa di comprendere l’esito della Brexit, i gilet gialli francesi iniziano a parlare di Frexit.

Quale futuro per i gilet gialli? (Foto di Federico Lordi e Lorenzo Pennacchi)

Evidenziati questi elementi, ci si chiede dove i gilet gialli potranno arrivare. Lo scorso fine settimana di proteste non è stato un successo a livello di numeri, ma ha confermato la persistenza di parte del movimento nel continuare a scendere in piazza, in maniera largamente pacifica (anche se di momenti di tensione ne abbiamo testimoniati diversi). In più, continuano i blocchi stradali in più parti del paese. Alla quinta settimana consecutiva, soprattutto in prossimità delle festività natalizie, questi sono elementi da non sottovalutare, anche perché il movimento resta sostenuto dalla maggioranza dei francesi, mentre, come detto, la popolarità di Macron è ben al di sotto di quella necessaria per governare serenamente.

Intanto, le negoziazioni col governo, accettate dalla parte più moderata del movimento, sembrano iniziare col piede sbagliato. Nella giornata di lunedì alcuni sindacati di Polizia hanno annunciato scioperi a causa dei tagli alla sicurezza annunciati dal Governo. La deflazione salariale è una bestia che non guarda in faccia nessuno. Il Re è nudo e spara a salve: è notizia di ieri che un premio di trecento euro sarà accordato ai poliziotti impiegati nelle manifestazioni dei gilet gialli. Nell’attuale assetto europeo, la pacificazione sociale ha un prezzo. Basterà a Macron per sopire doverose rivendicazioni sociali?

Foto di Federico Lordi e Lorenzo Pennacchi per L’Intellettuale Dissidente

D’altro canto, ci si chiede se le proteste continueranno, almeno nell’immediato. Eventi di un possibile Atto VI per sabato 22 già circolano in rete, ma al momento si devono ancora capire le percentuali e i numeri di questa nuova mobilitazione. Ancora più urgentemente bisogna comprendere cosa vogliono concretamente i gilet gialli e fino a dove sono disposti ad arrivare per ottenerlo. Le problematiche in questo senso risiedono proprio nell’eterogeneità del movimento, unito contro qualcuno, ma troppo diviso e confusionario per qualcosa: la pars destruens unisce, la pars construens divide. C’è chi chiede il Referendum popolare (RIC), chi il semplice aumento dello SMIC, chi vuole l’uscita dall’Unione Europea e chi chiede la cessazione dell’immigrazione: queste richieste sono destinate a fondersi e smistarsi in combinazioni diverse e incontrollabili senza un’organizzazione ben definita. In conclusione di queste giornate è chiaro che molte perplessità e dubbi rimangono.

Quali sono, ad esempio, gli attori internazionali dietro la protesta? Interessarsi al caso francese significa, oggi più che mai, ragionare su dinamiche sociali (dall’alto verso il basso, dalla periferia al centro, dalla nazione all’unione transnazionale) che ci riguardano tutti. La Francia potrebbe essere la scintilla di un qualcosa di molto più esteso: dopo le lotte e i sacrifici dei nostri padri per la conquista dello Stato sociale dobbiamo prepararci a un bieco ritorno allo Stato di polizia fatto di Governanti e di sudditi? È la genesi di una società dove il dissenso nei confronti di prestiti finanziari al prezzo di pesanti condizionalità, deflazione salariale e pacificazione sociale viene annientato da mezzi blindati, idranti e flash balls? Su un punto non si discute: i gilet gialli hanno già segnato un precedente di cui l’Europa deve tenere conto.