È risaputo che una parte rilevante della classe politica e culturale russa – sin dai tempi di Pietro Il Grande, il padre fondatore della Russia moderna – abbia sempre ambito a modellare il Paese secondo canoni occidentali. È ugualmente vero che l’Occidente, prima sotto l’egida europea e poi sotto quella statunitense, ha sempre guardato alla Russia con sospetto, ritenendola una potenza autocratica più asiatica che europea, da trattare con diffidenza e fronteggiare attraverso un’adeguata politica di contenimento multidimensionale, alla luce dell’influenza negativa proiettata lungo i suoi confini e in virtù delle sue gigantesche dimensioni.

Non fu sir Halford Mackinder, il caposcuola della geopolitica occidentale, a sviluppare le prime teorie russofobiche a inizio ‘900, ma fu Napoleone all’indomani della rivoluzione francese. Al Congresso di Vienna fu adeguatamente riconosciuto il prezioso contributo russo alla causa anti-napoleonica, e il Paese fu ammesso nella Quadruplice alleanza, poi divenuta con Quintuplice con l’ingresso della Francia. Ciononostante, nell’arco di pochi anni, quelli che avrebbero dovuto essere degli alleati iniziarono ad agire di comune accordo per espellere l’impero zarista dal Vecchio Continente.

Combats dans la gorge de Malakoff, 8 settembre 1855 (Adolphe Yvon)

La Russia si ritrovò completamente isolata nel 1853, quando una disputa con la Francia riguardante la protezione delle minoranze cristiane nella Terra Santa, sotto dominio ottomano, diede inizio al più importante conflitto del secolo: la guerra di Crimea. Gli imperi britannico, francese e turco, insieme al regno di Sardegna, formarono una coalizione internazionale per impedire alla Russia di guadagnare ulteriore influenza sul malato d’Europa, ossia l’impero ottomano, i cui territori abitati da cristiani – dai Balcani alla Terra Santa – erano in pieno fermento. Gli alleati della Russia le mossero guerra per difendere appunto l’impero ottomano, un’entità ritenuta estranea e ostile sin dalla presa di Costantinopoli.

Ma l’ostilità anti-russa sarebbe presto divenuta comune anche negli Stati Uniti, nonostante la Russia ne avesse preso le difese durante la guerra d’indipendenza e gli ottimi affari messi in piedi nell’industria navale e la cessione dell’Alaska. Gli europei avevano delle ragioni per ritenere la Russia una minaccia all’ordine geopolitico creatosi nel post-Napoleone, ma gli Stati Uniti non ne avevano alcuna.

Prima che la seconda guerra mondiale iniziasse, l’Unione Sovietica non riuscì a persuadere Gran Bretagna e Francia del pericolo rappresentato dalla Germania nazista e, perciò, tentò di evitare un coinvolgimento nel prossimo conflitto attraverso il celebre patto Molotov-Ribbentrop e una politica estera sostanzialmente filotedesca. Uno sforzo inutile: nel 1941 Adolf Hitler lanciò l’operazione Barbarossa, la più grande operazione militare di terra della storia, con l’obiettivo di conquistare il Paese sovietico.

La firma del patto Molotov-Ribbentrop (1939), alla presenza di Stalin

Ai giorni nostri, la Russia sta rivivendo le stesse esperienze avendo a disposizione collaboratori e alleati improbabili, pronti al tradimento alla prima occasione buona. Il caso dell’allargamento a Est della Nato, nonostante i mutui accordi presi tra la dirigenza sovietica e quella euro-americana al momento dell’implosione, per l’integrità delle rispettive sfere d’influenza, è molto emblematico a tal proposito. Il vero problema è che la Russia non è mai stata come oggi così circondata da rivali e nemici e al contempo economicamente fragile, perciò la classe politica dovrebbe agire con urgenza per evitare il quasi inevitabile ridimensionamento, che sarà molto probabilmente anche territoriale.

È da decenni che nelle stanze dei bottoni statunitensi si discute di come eliminare definitivamente la minaccia russa, che rappresenta un vero e proprio chiodo fisso a Washington, e già Zbigniew Brzezinski parlava della necessità di indurre uno spaccamento interno per dividere la federazione russa in tre macro-stati sostanzialmente estesi su Russia europea, Siberia, ed Estremo oriente.

Eventualità remota? Distopia? Eppure in Russia si discute seriamente di questo ambizioso progetto statunitense che, se realizzato, cambierebbe per sempre le sorti del Paese più vasto del mondo. A quel punto, in Siberia ed Estremo oriente potrebbero essere instaurati dei governi filo-occidentali, accerchiando Mosca, ormai ridotta a una piccola potenza geopoliticamente irrilevante, militarmente accerchiata, e privata di immensi giacimenti di risorse naturali.

In questo contesto, la Russia deve riconoscere una terribile verità: l’Unione Europea non sarà mai un partner credibile e affidabile. È altamente improbabile che gli Stati Uniti lascino che il loro più importante satellite segua una politica filorussa.

Neanche lo stesso asse franco-tedesco, che a parole aspira a essere più autonomo da Washington, ha interesse a finire il regime sanzionatorio legato alla crisi ucraina, e lo dimostra ogni sei mesi. Gli stessi partiti della destra populista che hanno scosso l’intera Unione sono teoricamente filorussi, ma nella pratica sono emanazioni di Washington, come dimostrato dalle loro agende. L’Ungheria di Viktor Orban e l’Italia di Giuseppe Conte non hanno fatto nulla per porre fine alle sanzioni, pur avendo ampiamente ampiamente sbandierato presunte volontà di apertura a Mosca, nonostante basti un solo voto per rompere il regime, che è basato sul sistema dell’unanimità. Incurante di sacrificare le relazioni con il proprio partner commerciale più importante, con rischi elevati sia per la pace regionale che per la sicurezza energetica, l’Unione Europea ha deciso che sottrarre l’Ucraina alla sfera d’influenza russa fosse più importante.

La Russia ha un solo modo per porre fine alla spavalderia europea: utilizzare l’arma energetica. Privare l’Ue dei rifornimenti di gas naturale per un certo periodo sarebbe una strategia vincente, con zero perdite, destinata a lasciare effetti duraturi. Il motivo è semplice: l’Unione è dipendente dal gas russo e una simile rappresaglia spingerebbe Bruxelles a riaprire il canale diplomatico, al di là dell’approvazione di Washington, per trovare una soluzione urgente.

Vladimir Putin ha invece optato per un basso profilo e per una linea basata sulla ricerca continua del dialogo, dimenticando, però, che al tavolo delle trattative ci si siede solo se almeno una parte è d’accordo. Al contrario, Putin sta convincendo europei e americani che la Russia è debole, perciò incapace di attuare rappresaglie serie e realmente minacciose. Questo spiega il disinteresse di Bruxelles anche solo nell’allentare le sanzioni.

Un problema simile sta emergendo anche con la Cina, che sta sfruttando la debolezza russa per colonizzarla economicamente ed estendere i propri artigli su obiettivi di lunga data, mai dimenticati nei secoli, ossia Siberia e Artico. Eppure, anche in questo caso, la Russia sperava di aver trovato un partner con cui fare fronte comune per una causa sentita da entrambi: l’imperialismo occidentale. Invece, la fu superpotenza si trova ora costretta a fronteggiare un nemico ancora più insidioso della Nato, perché si sta radicando al proprio interno, comprando terreni, corrompendo uomini di potere, mettendo le mani su infrastrutture critiche e giacimenti di risorse.

I rischi di una politica estera basata sulla fiducia sono chiari, e spiegano la posizione di vantaggio da cui sia l’Occidente che la Cina stanno difendendo i propri interessi e ridimensionando il potere russo. Solo un approccio realistico può salvare Mosca da un’implosione di sovietico ricordo che sembra essere ormai alle porte.


Ringraziamo la redazione di Vision and Global Trends per la gentile concessione dell’articolo.