Sebastian Piñera sarà nuovamente presidente del Cile a partire dall’11 marzo, data prevista per il passaggio di consegne tra l’attuale presidente Michelle Bachelet e il neo-eletto. L’ingresso dell’imprenditore multimilionario a Palacio de la Moneda (Palazzo della Zecca) era stato previsto dalla maggioranza delle case sondaggistiche che, però, si erano tenute tutte su un distacco meno ampio di quello uscito dalle urne parlando, in certi casi, di un vero e proprio testa a testa con solo un punto o un punto e mezzo percentuale a dividere i due sfidanti per quello che sarebbe stato sicuramente il voto più incerto dal ritorno alla democrazia. La cautela questa volta è stata eccessiva e Piñera si è affermato con il 54,6% dei voti contro il 45,4% dello sfidante Alejandro Guillier. Anche in occasione di questo secondo turno la percentuale di votanti è stata inferiore al 50%, segno tangibile della mancata presa dei due sfidanti e del progressista Guillier su quella parte di elettorato riformista che aveva sostenuto gli altri candidati al primo turno e quel Frente Amplio di Beatriz Sánchez capace di sfiorare il sorpasso sul candidato della maggioranza uscente. In voti reali la rimonta dell’ex giornalista televisivo e senatore della Nueva Mayoria (Nuova maggioranza) è stata minima, riducendo il distacco di ottocentomila voti (pari al 14%) del primo turno a poco meno di seicentocinquantamila.

Alejandro Guillier, lo sfidante ha accettato il verdetto e fatto gli auguri al vincitore appena i dati sono risultati incontrovertibili, pratica per nulla scontata in America Latina

Alejandro Guillier, lo sfidante ha accettato il verdetto e fatto gli auguri al vincitore appena i dati sono risultati incontrovertibili, pratica per nulla scontata in America Latina

Al di là degli scontati apparentamenti dell’ultraconservatore José Antonio Kast con Piñera e della democristiana Carolina Gioic con Guillier gli altri quattro contendenti al primo turno hanno preferito non dare indicazioni di voto. Alla luce dei risultati ottenuti sembra evidente come a Guillier siano mancati i voti del FA per poter invertire la rotta tracciata dal primo turno lo scorso 19 novembre. Piñera dovrà comunque fare i conti con i numeri che non gli consentiranno di godere di una maggioranza nei due rami del Parlamento e quindi con la possibilità che alleanze su temi singoli o specifici da parte delle opposizioni lo mettano in minoranza.

La vera spinta propulsiva a Guillier durante il mese di campagna elettorale per il ballottaggio è arrivata dall’esecutivo uscente di Michelle Bachelet che ha deciso, per chiari fini elettorali, di procedere a tambur battente con alcune riforme invise alla coalizione di centrodestra Chile Vamos. Dal suo canto Piñera ha saputo gestire con abilità il tranello riservatogli sul voto per la gratuità dell’accesso alle università pubbliche cambiando rotta in corsa affermando “che tutti desideriamo che l’educazione sia gratuita, ma bisogna farlo in modo responsabile” per poi votare a favore della riforma in Senato. Altra spina nel fianco per il nuovo presidente sarà il riconoscimento dei diritti richiesti dalla popolazione Mapuche, osteggiati dallo stato cileno che non ne hai mai riconosciuto ufficialmente la lingua (il mapudungun) e la proprietà delle terre in particolare nella IX regione o, come è più comunemente nota, Araucanía.

Regione dell'Araucanía

Regione dell’Araucanía

Altro colpo ad effetto della breve ma intensa campagna elettorale di questo secondo turno è stato l’intervento dei quattro figli di Piñera alla radio “Mega” in cui hanno dichiarato che avrebbero appoggiato il padre pur essendo di centrosinistra e in accordo con molti dei punti programmatici dello sfidante Guillier. E’ sulle tematiche dei diritti civili che l’imprenditore, la cui fortuna è stata stimata in 2,7 miliardi di dollari dalla rivista statunitense di economia e finanza Forbes, è sembrato voler dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Infatti, solamente lo scorso agosto Piñera aveva dichiarato la sua contrarietà alla nuova legge che consente l’aborto nel Paese sudamericano sostenendo di essere sempre a favore della difesa della vita di tutti e soprattutto di quelli che stanno per nascere, ovvero i più innocenti e indifesi per poi aprire all’adozione da parte delle coppie omosessuali, a patto che non si trovino prima famiglie eterosessuali.

Di certo non cambieranno i rapporti internazionali né quelli continentali oltre che il modello economico di riferimento. La solida base di matrice neoliberista impiantata negli anni della dittatura del generale Pinochet non è mai stata messa in discussione dai governi progressisti succedutisi a partire dagli anni Novanta. Lo stesso può dirsi per i rapporti con i vicini stati sudamericani. Se Piñera ha già dichiarato il proprio apprezzamento per l’omologo argentino Mauricio Macri c’è da sottolineare come la presidenza Bachelet non abbia agevolato i rapporti con la confinante Bolivia di Evo Morales riguardo la questione dello sbocco sul mare e non abbia minimamente difeso negli organi continentali (Mercosur e Organizzazione degli Stati Americani) dalle gravi ingerenze di cui è stato vittima il Venezuela bolivariano di Nicolas Maduro. Sotto questo aspetto è scontato il ruolo del Cile come caposaldo dei Paesi legati agli Stati Uniti e alla sua politica liberoscambista che già nei precedenti anni ha comportato l’adesione della nazione al Partenariato Trans-Pacifico (il Tpp poi bloccato dall’amministrazione di Donald Trump) e all’Alleanza del Pacifico con Messico, Colombia e Perù. In definitiva al neopresidente verrà richiesto un rilancio in termini di crescita economica, che dipenderà ancora una volta dal prezzo sul mercato internazionale di materie prime quali rame e salnitro di cui il Cile è il massimo esportatore mondiale, e occupazione, sulla quale Piñera ha puntato molto in campagna elettorale promettendo la creazione di almeno seicentomila nuovi posti di lavoro.