«Siamo orgogliosi sino nel più profondo del nostro animo, di aver dato vita ad una lotta che è stata di lacrime, sangue e fuoco, perché si trattava di una lotta nobile e giusta e necessaria per porre termine all’umiliante schiavitù che ci hanno imposto con la forza. Questa è stata la nostra sorte in ottant’anni di regime coloniale e le nostre ferite sono troppo fresche e dolorose per poter essere cancellate dalla memoria. Potremo dimenticarcene noi che conosciamo il lavoro estenuante che non ci permette di soddisfare la nostra fame, vestire e abitare con dignità, educare i nostri figli come si richiede?Chi dimenticherà che al negro si dava del tu, non come ad un amico, ma perché il dar del voi era riservato unicamente ai bianchi? Noi che abbiamo visto saccheggiare la nostra terra in nome di principi falsamente legali che riconoscevano solo il diritto del più forte? Noi che abbiamo visto come la legge non era mai la stessa, ma diversa per i bianchi e per i negri, correggibile quando si applicava ai primi, crudele e inumana per i secondi? Noi che abbiamo conosciuto le sofferenze atroci di coloro che sono disprezzati per la loro opinione politica o per la loro fede religiosa: esiliati nella nostra stessa patria, con una sorte peggiore della stessa morte?Uniti, fratelli miei, cominciamo una nuova lotta, una lotta sublime che deve portare il nostro paese   alla pace, alla prosperità, alla grandezza. Noi stabiliremo, uniti, un regime di giustizia sociale e assicureremo a ciascuno la giusta retribuzione per il suo lavoro. Noi dimostreremo al mondo ciò che può fare il negro quando lavora in libertà e faremo del Congo un centro che irradierà luce su tutta l’Africa».
Discorso durante la cerimonia d’indipendenza di fronte al Re Baldovino di Belgio.
30 giugno 1960

Questo discorso non programmato durante il giorno dell’indipendenza alla presenza del re belga Baldovino non fu mai digerito dagli ex padroni coloniali. A pronunciarlo fu il primo ministro Patrice Lumumba (1925-1961), forse il leader più noto delle indipendenze africane. Sognatore e visionario, poeta sentimentale, ambizioso, irrequieto, umile e arrogante allo stesso tempo. La sua immagine veniva brandita nel corso delle manifestazioni antimperialiste degli anni ’60 insieme ai ritratti del Che e di Ho Chi Minh. La sua vigliacca uccisione levò ondate di proteste e sdegno ai quattro angoli del mondo. Lumumba era conosciuto da tutti, odiato da isterici anti-comunisti e adorato da molti come figura cardine della resistenza antimperialista.

La sua vita, la sua lotta per l’indipendenza del Congo belga e la sua morte simboleggiano alcune delle linee invalicabili per i leader dei neonati Paesi Africani. La tragica fine subita fu un sinistro avvertimento per l’intero continente africano e svelò da principio le conseguenze derivanti dalla trasformazione dell’Africa in un campo di battaglia della Guerra fredda.

Lumumba fu un rivoluzionario, non per il suo programma nazionalista, neanche troppo radicale, ma per la sua temeraria ambizione d’implementare un processo di decolonizzazione completo; questo ebbe come effetto la realizzazione di una dinamica rivoluzionaria all’interno dell’eterogenea società congolese, che rispose all’appello in maniera largamente positiva. Si chiedeva spesso Lumumba:

l’indipendenza è soltanto una bandiera nazionale mentre il potere economico risiede nelle mani delle potenze straniere?

Patrice Lumumba

Lumumba andava oltre la semplicistica affermazione del leader ghanese Kwame Nkrumah, ovvero di cercare di conquistare il regno della politica e poi il resto sarebbe venuto da sé. Era impensabile non coniugare le due lotte, in un Paese sterminato e ricco come il Congo, geologicamente scandaloso, come fu definito qualche decennio prima.

Lumumba aveva fondato nel 1958 il Mouvement National Congolaise (MNC) partito pan-africanista e pan-congolese, volto a superare gli scogli delle divisioni tra le circa 300 etnie tribali del grande Congo, parlanti 242 lingue differenti di cui solo 4 riconosciute già ai tempi dello Stato Libero del Congo. Nei successivi due anni le ambizioni nazionali del giovane Lumumba di creare un moderno partito di massa furono ostacolate dal tribalismo degli oppositori, frammisto agli interessi delle grandi corporations minerarie occidentali, all’epoca ghiotte d’uranio, cobalto e diamanti, e agli interessi strategici statunitensi, intenzionati a non perdere influenza sul cuore dell’Africa.

Patrice Lumumba nel 1960

Lumumba fu un leader che non ebbe tempo, tre mesi dopo l’indipendenza fu già posto agli arresti domiciliari e sei mesi dopo la sua nomina a primo ministro veniva barbaramente assassinato; i suoi resti sciolti nell’acido per mano di un demoniaco complotto che includeva generali dell’esercito belga, ufficiali di collegamento della Cia e il capo della ribellione katanghese Moise Tshombe.

In quei pochi mesi il Congo si trasformò in un inferno rovente, paracadutisti belgi e mercenari di tutto il mondo che si lasciavano trascinare in efferate barbarie insieme ai ribelli katanghesi e tshiluba del Kasai, violenze tribali diffuse, truppe Onu che giocavano un ruolo ambiguo, ostaggio degli equilibrismi del Consiglio di sicurezza, consiglieri militari sovietici e americani da entrambe le parti intenti a raggiungere i propri scopi. Un segretario generale Onu, Dag Hammarskjold, perì nel vortice delle violenze e delle trame politico-affaristiche di quella crisi.

Quella sembrò essere la pietra tombale del bacino del Congo, pacificato con la forza bruta a suon di massacri e torture da Mobutu nei trent’anni successivi e poi ritrascinato nel vortice della violenza anarchica ed efferata degli innumerevoli gruppi armati, legati a Stati, generali stranieri o locali, signori della guerra, multinazionali e altri interessi oscuri che hanno infestato il paese dagli anni ’90 ad oggi.

Non abbiamo molto sull’operato di Lumumba, che di fatto non governò mai, riponendo una ingenua fiducia nel parlamento congolese, allora coacervo di interessi iperlocalistici. Lumumba non verrà ricordato per la sua attività di governo, ma piuttosto per la fiamma di speranza che ha lasciato accesa attraverso la sua tenace lotta contro forze troppo più grandi di lui.

La morte di Lumumba fu l’assassinio della democrazia sul continente, una barbarie la cui eco risuona ad ogni evento infausto che tarpa le ali di un nuovo slancio di sviluppo autonomo e politicamente sovrano del continente. Un altro martire che giace nell’Olimpo degli uomini che hanno provato a spezzare le catene della disumanità.