Una serie di attacchi terroristici a Parigi nell’arco di tre giorni, un bilancio di diciassette morti tra civili e agenti, tre terroristi abbattuti dalle forze speciali e un numero imprecisato di feriti. Un’intera redazione di giornale massacrata a colpi di kalashnikov per aver disegnato delle vignette che hanno evidentemente offeso la “sensibilità religiosa” di alcuni tagliagole. Una redazione che aveva già subito minacce e attentati in passato per lo stesso motivo, ma che curiosamente non aveva una scorta adeguata, come hanno poi tristemente dimostrato i fatti.

Carenze operative e di risposta rapida

La capitale francese è rimasta immersa nel caos e nel terrore per quasi 72 ore, con due terroristi, i fratelli Cherif e Said Kouachi, liberi di infiltrarsi tranquillamente in auto nel pieno centro della città, in assetto da guerra, armati con armi automatiche, liberi di sbagliare tranquillamente numero civico prima di trovare l’entrata della redazione e di compiere una carneficina durata circa 5 minuti. Una volta terminato il lavoro, i due fanatici sono tranquillamente usciti dall’edificio, hanno freddato due poliziotti e sono scappati in macchina per le vie della città, dove hanno poi dirottato due auto e sono fuggiti a nascondersi in periferia. I terroristi sono anche riusciti a rapinare un distributore di benzina, per poi asserragliarsi all’interno di una tipografia dove hanno terminato la corsa e anche la propria vita, in seguito all’assalto delle forze speciali. Il giorno dopo un altro terrorista e amico dei due franco-algerini, tale Amedy Coulibaly, ha ucciso a colpi di kalashnikov una vigilessa e ha fatto perdere le proprie tracce per poi ricomparire il giorno 9 a Porte de Vincennes, nell’area orientale di Parigi, dove ha scatenato una sparatoria per poi asserragliarsi all’interno di un supermarket ebraico assieme a degli ostaggi. La sua richiesta? Che i fratelli Kouachi venissero lasciati liberi.

In questi tre giorni le autorità francesi hanno mobilitato 88 mila uomini delle forze di sicurezza per inseguire i terroristi, ben noti all’intelligence transalpina; nonostante ciò, la caccia all’uomo è durata quasi tre giorni e in un territorio estremamente ridotto, veramente tanto tempo, troppo, così come la durata delle trattative con i fratelli Kouachi, ben sette ore. E’ ammissibile cercare il dialogo con due soggetti del genere? Che dopo aver trucidato 12 persone dichiarano di voler “morire da martiri”? Che messaggio si trasmette all’opinione pubblica intavolando trattative con queste belve? Trattative che vanno però avanti soltanto fino a quando Coulibaly si asserraglia dentro il negozio Kasher; a quel punto le cose cambiano. Il Premier Netanyahu chiama Hollande e afferma di fornire a Parigi tutto il supporto necessario per risolvere la questione. Poco dopo scattano in contemporanea i due blitz e i tre terroristi vengono eliminati. Ennesimo colpo di scena però, la moglie di Coulibaly, Hayat Boumedienne, ricercata dalle autorità per essere interrogata, non si trova più. Ultimo triste dettaglio di una faccenda che ha messo in serio imbarazzo le autorità francesi.

Carenze preventive

L’elemento che lascia però ancor più perplessi è legato alla fase preventiva, di monitoraggio. I tre terroristi erano infatti ben noti alle forze dell’ordine e all’intelligence non soltanto francese, ma internazionale. I fratelli Kouachi avevano infatti precedenti penali, Cherif era già stato in carcere nel 2008, condannato a 3 anni di prigione, di cui 18 mesi con la condizionale, in quanto componente di un gruppo che inviava combattenti estremisti in Iraq. Said sarebbe invece stato addestrato in Yemen da al-Qaeda. Secondo alcune fonti, i due sarebbero tornati in Francia quest’estate dopo essere stati a combattere in Siria. I fratelli Kouachi erano anche nella no-fly list di Stati Uniti e Gran Bretagna, noti alle autorità russe e algerine ed erano state proprio queste ultime, il 6 gennaio scorso, ad avvisare la Francia di un imminente attentato.

I Kouachi e Coulibaly, ben noti alle autorità francesi, si conoscevano bene visto che avevano condiviso un piano per far evadere Smain Ait Ali Belkacem, il terrorista algerino condannato all’ergastolo per gli attentati del 1995 al metrò veloce Rer di Parigi. I due furono avvistati insieme nel 2010 in occasione di una visita nel Cantal a Djamel Beghal, un altro esponente dell’islam radicale già condannato a dieci anni per aver pianificato un attentato contro l’ambasciata americana e Parigi. Per quanto riguarda Colibaly, spunta anche un presunto incontro con il presidente francese Nicolas Sarkozy, nel 2009, durante una visita del Capo di Stato francese a Grigny, dove il giovane era stato da poco assunto come apprendista nella locale fabbrica della Coca-Cola, proprio Coulibaly era uno dei nove neo-assunti che Sarkozy si era detto disponibile ad incontrare.

Alcuni segnali

Gli attentati di Parigi non spuntano poi dal nulla, infatti poco prima di Natale la Francia aveva subito tre attacchi nell’arco di pochi giorni; forse delle prime manovre per tastare il terreno? Il 20 dicembre, Bertrand Nzohabonayo, un estremista islamico originario del Burundi, aveva assaltato una stazione di polizia a Tours, al grido “Allahu Akbar” ed era riuscito a ferire tre agenti di polizia con un coltello, prima di essere abbattuto. Il 21 dicembre a Digione un terrorista a bordo di un’auto aveva ferito 13 persone scagliandosi sulla folla al grido “Allahu Akbar”. Il giorno successivo un altro assalitore si era schiantato con un furgone contro un mercatino di Natale a Nantes, prendendo di mira il banchetto del vin brulè al grido “Allahu Akbar”, ferendo 11 persone. Negli ultimi due casi, le autorità francesi si erano subito dimostrate riluttanti nel considerare i vari attacchi collegati tra loro e nell’attribuire gli attacchi al radicalismo islamico, optando per la pista dello squilibrato. Curioso perché anche subito dopo l’assalto di Colibaly a Montrouge, era stato detto che non c’erano elementi per poter ritenere l’attacco collegato a quello di Charlie Hebdo.