La chiesa cattolica è scossa da una lotta intestina che sta dividendo le pecore dal pastore con l’obiettivo di esporre il gregge alle fauci dei lupi. In questo caso il lupo non è Jorge Mario Bergoglio, ma Washington.

Da quando nel lontano 2013 l’argentino salì al soglio pontificio per sostituire Joseph Ratzinger ha preso vita un movimento di opposizione che rapidamente si è allargato dal clero ai fedeli. Il Vaticano ha pagato, e sta pagando tutt’ora, l’assenza di una strategia comunicativa efficace, il monopolio mediatico delle forze liberal-progressiste, dei palesi errori di campo, l’ascesa della cosiddetta rivoluzione populista, e l’aver prediletto una strada geopolitica tutta in salita, piena di insidie, tranelli e scelte dolorose, che agli occhi del duo Parolin-Bergoglio dovrebbe portare il cattolicesimo a prosperare in nuove terre, poiché chiaramente condannato all’oblìo in Occidente.

Per capire il modo in cui si è creato il movimento anti-Francesco I e come sia stato possibile che si propagasse e attecchisse fra i fedeli, abbiamo intervistato Filippo Romeo, analista politico di Vision and Global Trends. L’argomento sarà, inoltre, approfondito nella nuova puntata di Confini.

Da quando Jorge Maria Bergoglio è salito al soglio pontificio è stata messa in moto una macchina propagandistica che lavora senza sosta per produrre e diffondere bufale, o manipolare notizie reali, con l’obiettivo di creare divisione fra i cattolici e screditare il papato come un nemico dell’Occidente. Considerato il livello di polarizzazione raggiunto, fra gli stessi cattolici italiani, quale pensi sia stata la chiave del successo di questa guerra dell’informazione?

La rumorosa offensiva mediatica lanciata contro il Pontefice viene alimentata da alcuni gruppi collegati, in un certo qual modo, a delle correnti “conservatrici” statunitensi che, evidentemente, mal sopportano il nuovo posizionamento geopolitico a “sud – est” messo in atto da Francesco I, utile ad incrociare i destini delle nuove potenze negli scenari in cui si disputano le sfide contemporanee.

Il Papa, infatti, nel corso dei suoi sei Concistori, ha elevato al rango di Principi della Chiesa, arcivescovi provenienti da quelle latitudini che prima d’oggi non avevano mai avuto porporati, creando così dei nuovi equilibri di potere all’interno delle gerarchie ecclesiali.

La chiave di successo di questa guerra dell’informazione è stata l’affibbiare al Pontefice etichette quali “estremista di sinistra” oppure “politicamente schierato con le idee globaliste di Davos” – definizioni utilizzate da Steve Bannon in un’intervista rilasciata a Frèdèric Martel per il Fatto Quotidiano – utili, a seconda dei casi, a renderlo bersaglio, oppure paladino, della semplificazione e strumentalizzazione della macchina comunicativa.

Di contro, i media vicini agli ambienti progressisti, sin dal primo giorno dell’elezione di Francesco a Sommo Pontefice – complice anche la sua spiccata vena comunicativa – hanno fatto di lui una star rivoluzionaria. Nel far ciò hanno dato grande risalto ad alcune frasi, e taciuto le sue vere posizioni che risultavano scomode alla loro narrativa. Su tutte, si pensi alla questione dell’ideologia di genere, alla famiglia e al tema del demonio.

Per meglio comprendere tale operazione, risulta interessante la lettura del saggio di Marco Marzano “La Chiesa Immobile. Francesco e la rivoluzione mancata” (Laterza, 2018), in cui l’autore analizza l’operato del Pontefice mettendo in luce il fatto che, nonostante le apparenze, non ci siano stati grandi cambiamenti nel senso auspicato dai media e, al contempo, critica certi “cattolici di area progressista” che, auspicando sin dagli anni ’60 una riforma radicale all’interno della Chiesa, si sono voluti illudere che tale riforma potesse realmente trovare compimento sotto il pontificato di Bergoglio.

In cosa ha sbagliato il Vaticano? Quale strategia comunicativa avrebbe dovuto seguire?

Vi è una certa attitudine da parte del Pontefice ad esprimersi in modo spontaneo rendendosi, così, vulnerabile alle strumentalizzazioni mediatiche. Eloquente, a tal riguardo, la frase pronunciata in aereo durante il viaggio verso il Mozambico, «per me è un onore che mi attacchino gli americani», a seguito della consegna del libro Come l’America vuole cambiare Papa, del giornalista Nicolas Senèze, del quotidiano cattolico La Croix.

Ad aggiustare il tiro ci ha pensato subito dopo il direttore della Sala Stampa Vaticana, Matteo Bruni, il quale, ritornando sulla notizia, ha precisato che “il Papa considera le critiche sempre un onore, soprattutto quando vengono da pensatori autorevoli, in questo caso di una nazione importante come gli Stati Uniti“.

La crisi migratoria è stata un banco di prova sia per il Vaticano che per i partiti sovranisti, che su essa han costruito gran parte del successo di cui godono adesso. Secondo te come avrebbe dovuto reagire il Vaticano?

Non vi è dubbio che la questione migratoria, che rappresenta una delle maggiori sfide della nostra epoca, è stata il terreno di confronto ideale per attaccare e screditare il Pontefice. Le operazioni di manipolazione sono all’ordine del giorno e numerosi sono stati i tentativi di contrapporre in modo strumentale Papa Francesco sia a Benedetto XVI che ai suoi predecessori, al fine di affiliarlo nella cosiddetta schiera dei “migrazionisti”.

Per meglio comprendere il processo in esame, si pensi alla ormai famosa frase di Papa Benedetto XVI: “il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra” (presente all’interno del Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato (2013), che tanto ha circolato sui social e ha capeggiato sulle testate giornalistiche.

Tale frase, infatti, oltre ad essere estrapolata da un discorso molto più articolato e complesso, viene spesso contrapposta a delle frasi pronunciate da Francesco, tacendo però sul fatto che anche Francesco I, citando il suo predecessore, parlò di “diritto a non emigrare, ossia il diritto di trovare in patria condizioni che permettano una dignitosa realizzazione dell’esistenza.

Ma parlò anche di accoglienza come dovere cristiano “se è rapportata alle possibilità del Paese ospitante”; di non aprire le porte in modo irrazionale; parlò perfino di prudenza ad accogliere “un popolo che può accogliere ma non ha possibilità di integrare, meglio non accolga. Lì c’è il problema della prudenza”. Sul punto, potremmo andare avanti ancora per molto e continuare con le citazioni e i raffronti, ma finiremmo per rimanere anche noi imprigionati nella trappola della frasi ad effetto e decontestualizzate.

Strumentalizzazioni a parte, forse da parte vaticana andavano meglio gestite sotto il profilo comunicativo le paure e le insicurezze che il fenomeno sta causando in Europa. Tuttavia, resta, a mio avviso, il dato che Bergoglio abbia agito in linea con i suoi predecessori focalizzandosi su un principio innegabile ossia quello della tutela e del rispetto della persona umana, soprattutto se più debole e vulnerabile.

I rapporti fra chiesa ed europei son sempre più fragili, possiamo dire che la secolarizzazione è terminata e stiamo vivendo le prime fasi di un’epoca post-cristiana. Pensi che il focus sulle periferie del mondo e l’attenzione data alla Cina siano legate a questo evento?

Credo che l’attenzione dedicata alla Cina, come al resto del continente asiatico e africano, sia principalmente dovuta alla missione evangelizzatrice della Chiesa. In Asia i cattolici sono una minoranza esigua, nonostante sia il continente più popoloso al mondo. Considerando l’importanza che tali aree stanno ricoprendo sotto il profilo geopolitico, se si è fuori da esse si è fuori dalla storia. È importante tuttavia sottolineare che per portare avanti tale missione è bene che la Chiesa rimanga unita nella sua centralità “Romana”, altrimenti corre il rischio di frammentarsi e disperdersi in mille rivoli.

Per quanto i programmi dei partiti sovranisti e populisti di destra divergano da alcune posizioni della chiesa cattolica, è indubbiamente vero che sono molti di più i punti di unione rispetto ai partiti di sinistra, che sono vere e proprie avanguardie della scristianizzazione dell’Europa. Allora perché non si è cercato di stabilire un contatto, come del resto fu fatto negli anni della guerra fredda con i partiti democristiani emersi in tutta l’Europa occidentale?

Il contesto storico è completamente differente. Già dai tempi del pontificato di Wojtyla la Chiesa ha adottato una diversa strategia mirando a mantenere rapporti con tutte quelle componenti politiche, sociali, culturali ed economiche che condividono i principi della Chiesa stessa. Muovendosi in tale direzione, la Chiesa riesce così a mantenere un’influenza in molti orientamenti politici, e contemporaneamente a conservare un potere temporale compatto all’interno della Santa Sede.

Con riferimento ai sovranismi, se pur accolti da una parte del clero, vengono palesemente osteggiati dal Pontefice che ha parlato di essi come fenomeno di isolamento “che porta alle guerre”. L’atteggiamento di Bergoglio merita una lettura un po’ più approfondita. Il Papa in più occasioni si è posto a difesa della sovranità degli Stati; non ultimo nel corso della conferenza stampa tenutasi nel viaggio di ritorno dall’Africa in cui, nel ribadire alcuni concetti quali l’importanza della tutela e della cura della famiglia da parte dello Stato, si è soffermato sul fatto che “è necessario che tutta la società abbia la coscienza di far crescere questo tesoro, per far crescere il Paese, far crescere la patria, far crescere i valori che daranno sovranità alla patria”.

Sempre nel corso di quella conferenza stampa, il Papa ha inoltre parlato di colonizzazioni ideologiche “che vogliono entrare nella cultura dei popoli e cambiare quella cultura e omogeneizzare l’umanità“, una colonizzazione ideologica che – avverte Bergoglio – “cerca di cancellare l’identità degli altri per farli uguali” attraverso “proposte ideologiche che vanno contro la natura di quel popolo, la storia di quel popolo, contro i valori di quel popolo” ossia, negando quel rispetto dell’dentità dei popoli che costituisce, al contrario, una premessa irrinunciabile, “da difendere sempre, per cacciare via tutte le le colonizzazioni.”

Sempre nel corso della conferenza stampa ha, inoltre, affermato l’importanza della libertà dei popoli e delle nazioni puntando il dito contro lo sfruttamento del sottosuolo da parte di quelle che furono le potenze colonizzatrici. Pertanto, l’ostracismo mostrato dal Pontefice verso il “sovranismo” va forse ricercato nelle dinamiche geopolitiche all’interno delle quali gli Stati Uniti stanno cercando di portare avanti la propria agenda che mira al contenimento russo, cinese ed europeo.

All’interno di questo scenario Bergoglio risulta molto scomodo perché, oltre a conoscere molto bene le dinamiche in atto avendole vissute direttamente in America Latina, sa benissimo che tale “sovranismo” è funzionale ai sogni dei neocon statunitensi che, utilizzando la religione quale collante ideologico per supportare la loro agenda politica, mirano ad una proiezione egemonica degli Stati Uniti a livello planetario. Il Pontefice è – come fa notare il Prof. Franco Cardini all’interno di un’intervista rilasciata al quotidiano online Linkiesta – l’unica voce autorevole a denunciare la sperequazione socioeconomica unita alla depredazione spirituale dell’umanità, forse funge da ostacolo a tale strategia.