Il Nicaragua è un paese dell’America centrale il cui controllo rappresenta storicamente una delle priorità dell’agenda estera statunitense per l’America Latina. Il paese occupa una posizione geostrategicamente perfetta, che ha rappresentato anche la sua maledizione: a metà tra Messico e Colombia, in prossimità di Panama, un lembo di terra tra mar dei Caraibi e oceano Pacifico. La possibilità che in questo paese potesse avere luogo una rivoluzione simile a quella cubana ha spinto gli Stati Uniti ad alimentare una delle guerre civili più lunghe della storia, protrattasi dal 1961 sino al 1990, fonte di oltre 50mila morti. A meno di 30 anni di distanza dalla fine del sanguinoso conflitto, gli interessi e i destini delle grandi potenze mondiali si incontrano e scontrano nuovamente in questo paese dalla geografia maledetta e sono causa di un nuovo focolaio di destabilizzazione che dal 2013 ad oggi ha lasciato a terra oltre mille morti.

Alcuni giorni fa John Bolton, l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, ha dichiarato che il regime di Ortega ha i giorni contati, lasciando intendere che il Nicaragua sia il principale obiettivo geopolitico nel subcontinente subito dopo il Venezuela di Maduro. In effetti, Nicaragua e Venezuela, e a latere Cuba e Bolivia, rappresentano le principali minacce alla stabilità dell’egemonia statunitense sul continente, e i motivi sono gli stessi: governi di sinistra guidati da una politica estera antiamericana, collaborazione strategica multisettoriale con Cina e Russia, presenza dell’Iran attraverso agenti di Hezbollah.

Non è una coincidenza che le proteste antigovernative contro l’attuale governo di Daniel Ortega, il protagonista della rivoluzione sandinista e della guerra contro i Contras, siano scoppiate nel 2013 in occasione dell’annuncio di un progetto faraonico da parte di investitori cinesi interessati a realizzare un canale sul modello di quello panamense. La Hong Kong Nicaragua Canal Development Investment Company era riuscita ad ottenere dal Parlamento una concessione cinquantennale per la costruzione del canale, a patto che si occupasse interamente del suo finanziamento, stimato in più di 50 miliardi di dollari. L’esplosione delle violenze, la cui intensità è aumentata gradualmente raggiungendo i contorni di una vera e propria guerra civile, ha però infine spinto la compagnia ad annullare il progetto lo scorso febbraio, per via dell’eccessiva instabilità imperante nel paese.

Un canale capace di rivaleggiare con Panama, sfidando apertamente gli Stati Uniti nel proprio cortile di casa, avrebbe fatto gola sia alla Cina, che a Russia e Iran, anch’essi interessati a partecipare al progetto, ma la possibilità che un investimento di tale portata potesse evaporare a causa di un cambio di regime ha infine fatto prevalere la ritirata strategica.

Le proteste, dirette sia contro il governo che contro la costruzione del canale, non si sono però placate, anzi si sono intensificate. Il motivo per cui Bolton punta tutto sulla caduta di Ortega, nonostante l’uscita di scena della Cina, è piuttosto chiaro: Russia e Iran sono ancora presenti, in rapporti più stretti che mai con Ortega, e non mostrano segni di cedimento.

Mosca è presente ininterrottamente nel paese sin dall’esplosione della guerra civile, durante la quale finanziò ed armò i sandinisti, mentre l’Iran è arrivato più recentemente, portandosi dietro Hezbollah, che svolgerebbe per conto di Teheran attività di spionaggio e traffici illegali in combutta con i cartelli della droga locali.

Il progetto di canale proposto dalla Hong Kong Nicaragua Canal Development Investment Company

La cooperazione economica ed umanitaria tra Managua e Mosca si è trasformata in una stretta collaborazione militare all’indomani del dilagare delle violenze antigovernative. Dal 2015 il parlamento ha concesso alle navi militari russe di ormeggiare nei porti del paese, mentre il governo ha concluso una serie di accordi per l’acquisto di carri armati, aerei e missili, rendendo il paese dipendente dall’importazione di armi e munizioni russe, che rappresentano il 90% delle importazioni militari totali.

Ortega ha anche chiesto ed ottenuto l’invio di addestratori specializzati in guerre asimmetriche ed urbane, che hanno insegnato alle forze paramilitari sandiniste le ultime tattiche in materia di contenimento di “minacce ibride”, come le proteste di piazza tipiche delle rivoluzioni colorate. Ad oggi, circa 400 militari russi sono presenti nel paese, e molti di essi risiedono nel centro d’addestramento Marshall Georgy Zhukov, inaugurato nel 2013 dal generale Valery Gerasimov.

Nel 2017 il Dipartimento di Stato americano è stato allarmato dalla costruzione di una base satellitare, soprannominata Chaika, collegata a 24 satelliti russi nel quadro del funzionamento del Russian Global Navigation Satellite System (GLONASS), ossia l’alternativa russa al GPS. È opinione comune degli strateghi al servizio di Trump che l’amministrazione Obama ha colpevolmente sottovalutato e trascurato i rischi e l’entità della penetrazione russo-iraniana nelle ultime tre roccaforti della sinistra rivoluzionaria, Cuba, Venezuela, Nicaragua, dedicando un’eccessiva attenzione alla Siria.

Putin e Ortega

Non è un caso che Trump abbia deciso di ridurre l’impegno diretto e indiretto in Siria, riorientando l’agenda estera su America Latina, Russia, Cina e Iran. Colpire quel che Bolton ha ribattezzato la Troika della tirannia, ossia il triangolo Cuba-Venezuela-Nicaragua, significa infatti colpire frontalmente anche Russia, Cina e Iran, che in diversi modi e in diverso grado hanno messo piede nel cortile di casa e vogliono rimanerci. Se è vero che la destabilizzazione del Nicaragua sembra aver allontanato definitivamente la Cina dal paese, allo stesso tempo è vero che le attenzioni e gli investimenti sono stati ridirezionati verso Panama, che recentemente ha anche interrotto le relazioni bilaterali con Taiwan per sposare la linea della Una sola Cina. Dal 2017 ad oggi la Cina ha investito oltre 20 miliardi di dollari nel paese, sia diretti al potenziamento della rete infrastrutturale nazionale che al canale.

L’abbandono del Nicaragua può essere letto da taluni come codardia, ma per la diplomazia cinese si è invece trattato di una mossa strategica: perché costruire un nuovo canale, in un paese forse prossimo alla guerra civile, quindi rischioso per gli affari, quando si può penetrare direttamente in quello già esistente? E l’idea, che sarebbe stata partorita dall’ambasciatore cinese a Panama Wei Qiang, ha convinto Xi Jinping.

Per quanto riguarda l’Iran, è almeno dal 2012 che gli Stati Uniti e Israele sarebbero a conoscenza della presenza di uomini di Hezbollah in Nicaragua. L’organizzazione politico-militare avrebbe costruito delle basi lungo il confine con l’Honduras, allacciando rapporti con i cartelli della droga e con il governo, occupandosi anche di reclutare membri da inviare in Medio Oriente per sposare la causa antisionista. Denunce su Hezbollah a parte, i rapporti tra Iran e Nicaragua sono ottimi sin dai tempi di Mahmoud Ahmadinejad. I due paesi sono legati da numerosi accordi commerciali ed economici, che sono stati ulteriormente rafforzati nel 2016 con la visita dell’allora ministro degli esteri Mohammad Zarif.

La caduta nell’instabilità del paese non ha allontanato l’Iran che, allo stesso modo della Russia, vede nel sandinismo un punto d’appoggio ideologico, oltre che politico ed economico, utile al contrasto dell’impero americano nel mondo. Russia, Cina e Iran, sono mossi da agende estere simili, ma al tempo stesso diverse, e mentre per Pechino gli affari sono al primo posto, per Mosca e Teheran non si è mai trattato di seguire esclusivamente la diplomazia del denaro.

Immagini di guerriglia da Managua

Il 2018 si è concluso con il bilancio più grave dall’inizio delle proteste: oltre 500 morti, più di 3mila feriti. Sullo sfondo delle violenze quotidiane e del ritorno del terrorismo, l’economia fatica a ripartire, contribuendo ad esacerbare il clima di tensione sociale aleggiante nel paese. La situazione esplosiva ha spinto Ortega ad annunciare entro fine marzo l’inizio dei negoziati per il Dialogo nazionale, ai quali prenderanno parte il governo, le forze dell’opposizione, la società civile, e la chiesa cattolica – quest’ultima in qualità di osservatore e mediatore.

Se l’iniziativa di Ortega avrà successo, il paese potrebbe scongiurare una nuova guerra civile e ritornare sul sentiero della normalizzazione, che è stata auspicata da Russia, Iran e Vaticano, ma non è da escludere che il processo di pacificazione possa essere compromesso dalle ingerenze statunitensi. Per l’agenda Trump, infatti, Ortega è come Maduro, un birillo da far cadere così vincere la partita per la riconquista dell’America Latina. La lotta alla transizione verso un nuovo ordine multipolare passa anche qui, dal Nicaragua.