La notizia dell’interessamento da parte dell’Unione Europea per quanto riguarda le elezioni in Kosovo è stata ripresa in Italia da Il Messaggero il 19 maggio, mentre il rischio proveniente dalla Francia era ormai sventato ma ad Oriente si aprivano nuovi scenari capaci di far preoccupare Bruxelles. Per chi non ricorda i dettagli, si tratta delle elezioni parlamentari che sono state indette a seguito della mozione di sfiducia nei confronti del Primo Ministro Isa Mustafa il 10 maggio, approvata per 78 voti contro 34. Come afferma Reuters, la ragione della mozione è stata l’accusa di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. La notizia è stata data dal presidente del Kosovo Hashim Thaci, il quale ha sciolto il Parlamento ed è tenuto a fissare nuove elezioni entro 45 giorni secondo la Costituzione. In un discorso tenuto di fronte al Parlamento a seguito del voto, Mustafa ha dichiarato che il proprio Governo abbia fatto un buon lavoro nel contrastare la disoccupazione e nel contenimento del debito pubblico. Tuttavia, la crisi politica ha bloccato la coalizione per mesi, bloccando provvedimenti sulle minoranze etniche, il riconoscimento dei confini e la gestione delle forze armate. La mozione è stata presentata dal partito Iniziativa Civica per il Kosovo (Nisma për Kosovën), una formazione politica nata il 28 febbraio 2014 per opera di Fatmir Limaj e Jakup Krasniqi, due ex membri e cofondatori del Partito Democratico del Kosovo (il DPK).

Il primo, attuale leader del Nisma, ha combattuto nell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK) nel 1998 e nel 2003 venne accusato dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, insieme a Isak Musliu e Haradin Bala, di aver commesso crimini di guerra contro serbi e albanesi che collaborarono con questi ultimi durante la guerra kosovara. Arrestato in Slovenia il 18 gennaio 2003, divenne il primo membro dell’UCK ad essere processato per fatti legati alla guerra del Kosovo, con l’accusa di tortura, azioni disumane, trattamento crudele ed omicidio. Nel 2005 venne assolto da tutte le accuse per insufficienza di prove e accolto come un eroe al suo ritorno in Kosovo. Fra il gennaio 2008 fino alla fine del 2013, Limaj è stato Ministro dei Trasporti e delle Telecomunicazioni sotto Hashim Thaci – noto a sua volta per i suoi legami criminali, in particolare nel traffico di cocaina ed eroina verso l’Occidente -: durante il suo mandato, la missione EULEX ha scoperto casi di corruzione legati al suo Ministero, avviando un’inchiesta in cui è coinvolto lo stesso Limaj. Il tutto iniziò nel maggio 2010.

Fatmir Limaj

Fatmir Limaj

Per quanto riguarda il secondo uomo di spicco del Nisma, Jakup Krasniqi, sappiamo che sia stato portavoce dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, durante la guerra. Durante una cristi costituzionale causata dalle dimissioni di Fatmir Sejdiu, Krasniqi ha svolto la funzione di Presidente del Kosovo, a partire dal 28 settembre 2010, mentre il 31 marzo 2011 ha svolto la medesima funzione a seguito delle dimissioni di Behgjet Pacolli, senza assumere l’incarico in via ufficiale fino al 2 aprile 2011 per poi essere sostituito il 7 aprile da Atifete Jahjaga, eletto Presidente del Kosovo.

Con la mozione di sfiducia vinta in sede parlamentare, il Nisma ha colpito il Governo di Isa Mustafa, Primo Ministro del Kosovo e leader della Lega Democratica del Kosovo (LDK). Sindaco di Pristina da dicembre 2007 a dicembre 2013 – per i quali ha attualmente più di 70 casi inviati alla procura per abuso di potere -, ha cominciato la sua carriera politica negli anni 80, entrando nel Governo kosovaro in esilio come ministro dell’Economia negli anni 90. Quando la Guerra del Kosovo finì nel 1999, si ritirò dalla vita politica fino al 2006, quando divenne consulente politico dell’allora presidente Fatmir Sejdiu, che ha battuto nella corsa alla leadership della Lega Democratica il 7 novembre 2010. Le antipatie politiche nei confronti di Mustafa furono accentuate a causa di un accordo con la Serbia relativo alla minoranza etnica serba nel territorio ed ulteriori accordi sui confini fra Kosovo e Montenegro.

La questione della minoranza serba in Kosovo è un argomento che suscita numerose domande, come quelle che hanno spinto B92 a pubblicare un articolo dedicato al tema il 20 marzo 2017: all’epoca il presidente Hashim Thaci, in carica dal 7 aprile 2016, non era ancora riuscito a prendere una decisione sul coinvolgimento della popolazione serba in Kosovo per la partecipazione alle elezioni presidenziali serbe, mentre l’OSCE assicurava di essere pronta a fornire il supporto tecnico necessario. La commissione elettorale serba decise che sarebbero state aperte 90 sedi elettorali in Kosovo, mantenendo la tradizione dello svolgimento delle elezioni serbe da sempre svolte in territorio kosovaro come affermato dal ministro per le Comunità del Kosovo Dalibor Jevtic. Della vicenda si occupò anche Fox News, ricordando con un articolo pubblicato il 31 marzo che la richiesta fatta dal Governo di Belgrado ricevette anche l’approvazione di Pristina.

Le condizioni attuali del Paese balcanico non sono decisamente ottimali: con una popolazione di 1.8 milioni di persone ed una crescita economica di circa 4 punti percentuale, il Kosovo rimane una delle nazioni più povere d’Europa, con un terzo della propria forza lavoro attualmente disoccupata. Sempre Reuters accenna come conseguenza immediata di queste elezioni anticipate un’ulteriore slittamento di un accordo con il Montenegro, con cui è in atto il processo per la definizione delle frontiere. Ad essere interrotte, inoltre, saranno anche le prove di avvicinamento con la Serbia spinte dall’Unione Europea, intese come requisito per acquisire la condizione di Stato membro. A rendere il Paese di vitale importanza, tuttavia, è ancora una volta la questione militare, la quale passa innanzitutto proprio per il presidente Thaci. A riguardo, una pubblicazione di Politico del 4 aprile può esserci d’aiuto: l’intenzione del presidente sarebbe quella di accrescere le capacità del Kosovo Security Force (KSF), attualmente armato in maniera ridotta e dalle dimensioni non eccezionali. Nonostante le opposizioni, provenienti tanto dalla Serbia quanto dagli alleati occidentali del Kosovo, Thaci era determinato a dotare il Kosovo di un esercito efficiente e ben equipaggiato.

Nel Marzo scorso Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha visitato il Kosovo
Le sue ambizioni, tuttavia, si sono dovute scontrare con le pressioni degli occidentali, che l’hanno spinto a ridimensionare il programma anche per evitare scontri fra la maggioranza albanese e la minoranza serba. Senza un esercito kosovaro, l’unica presenza militare stabile è costituita dalla forza di peacekeeping NATO composta da 4500 unità, con Thaci che spinge per la creazione di un esercito nazionale nove anni dopo l’indipendenza dalla Serbia:

Siamo un Paese indipendente e sovrano e non possiamo più consentire a Belgrado o a chunque altro di avere un diritto di veto sulle questioni della sovranità e dell’integritàdel Kosovo, come sulla questione di un esercito. Non stiamo chiedendo niente di più o di meno di altri Stati, ossia di avere un nostro esercito”.

Le perplessità degli analisti sulla faccenda sono molteplici, a cominciare dall’effettiva capacità di intervento di un esercito costituito da uno dei Paesi più poveri d’Europa. Sembrerebbe di fatto più un modo per aumentare i consensi nei confronti della Lega Democratica, piuttosto che una scelta politica che possa avere una concreta realizzazione. Il successo popolare è del resto un dato di fatto, con il 90% della popolazione favorevole al progetto, ma l’avvertimento lanciato dal Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, che parla di una possibile “revisione del livello di coinvolgimento” dell’organizzazione all’interno del territorio kosovaro mostra come gli alleati occidentali siano particolarmente ostili a tale provvedimento. La dichiarazione verrebbe a seguito di una telefonata tra Stoltenberg, Tachi ed il Primo Ministro Isa Mustafa.

L’obiezione, più che riguardare la costituzione dell’esercito in se stessa, è relativa ai modi bruschi con cui Tachi ha proposto di realizzarla. L’idea occidentale è procedere attraverso un emendamento costituzionale, processo che richiederebbe l’approvazione dei 2/3 dei membri del Parlamento, nonché 2/3 dei 20 parlamentari che rappresentano le minoranze etniche, di cui 10 sono serbi. Tachi cercherebbe di arginare il ruolo delle minoranze negando loro il potere di veto, con l’intento di modificare la legge sul mandato del KSF rendendolo da civile a militare. Contro l’intento di mettere all’angolo la minoranza serba sono intervenuti all’epoca gli Stati Uniti, i quali hanno definito il suo coinvolgimento come necessario pena un ripensamento dell’assistenza offerta alle forze di sicurezza del Kosovo.

È dunque chiaro che gran parte della questione del Kosovo passi per le ultime azioni della NATO, tema trattato in maniera esaustiva anche da L’Intellettuale Dissidente. Il 23 maggio 2016, Giovanni Giacalone raccontava dell’addestramento della Compagnia I del 2° battaglione di fanteria delle forze armate di Albania – facente parte della Very High Readiness Joint Task Force NATO – in funzione di contrasto ad una possibile invasione russa. La presenza militare NATO, giustificata dalla paura di un possibile alleato russo, è tuttavia fondata su un timore che impedisce all’Occidente di valutare come il Kosovo sia oggettivamente un rischio a causa dei persistenti problemi di infiltrazioni jihadiste. Come ricorda lo stesso Giacalone:

“Probabilmente non è un caso che proprio il Kosovo ha il numero più alto di jihadisti partiti per la Siria, con una stima che è intorno ai 320-350 volontari; una cifra non da poco per un paese di circa 1.830.000 abitanti. Dal 2014 ad oggi sono stati arrestati una quindicina di imam con l’accusa di terrorismo, tra cui Zakarija Qazimi, condannato la scorsa settimana a 10 anni di reclusione. Ci sono poi altri nomi noti come Shefqet Krasinqi, Mazllam Mazllami e Idris Bilibani, tutti e tre un tempo ospitati in centri islamici in territorio italiano, giusto per ricordarlo a chi sostiene che ‘i jihadisti non vanno nelle moschee’.”

Del resto, come ci ricorda Federico Capnist sempre per L’Intellettuale Dissidente, la presenza della base di Camp Bondsteel, la più grande base americana della regione, nella città di Ferizaj non impedisce ad essa di essere fra le località più soggette alla proliferazione di campi d’addestramento jihadisti. L’ultima considerazione da fare è quanto il legame fra Kosovo ed Albania rischia attualmente di fomentare un’escalation bellica fra un’eventuale unione kosovo-albanese da un lato e la Serbia dall’altro: è del 22 aprile di quest’anno l’avvertimento serbo di una nuova guerra balcanica in caso si verifichi uno scenario del genere. Il Nisma, che punta a massimizzare i guadagni politici derivati alla mozione di sfiducia approvata in Parlamento, è una formazione politica filoalbanese, fattore che potrebbe in futuro rendere più la situazione della regione decisamente più esplosiva.