Ai funerali di Pawel Adamowicz, l’amato sindaco 53enne di Danzica ininterrottamente in carica dal 1998, tenutisi nel pomeriggio di sabato scorso presso la basilica di Santa Maria, hanno partecipato quasi 4mila persone giunte da tutta la Polonia, tra cui tutti gli ex presidenti, l’attuale primo ministro, e Donald Tusk, il presidente del Consiglio Europeo. Il governo ha dichiarato 24 ore di lutto nazionale, e il pontefice ha espresso il suo cordoglio, inviando un messaggio e dei rosari alla famiglia del defunto sindaco. In tutto il paese si sono svolte delle marce commemorative, mentre a Danzica sono stati allestiti dei maxischermi che hanno trasmesso in diretta le esequie.

Adamowicz era stato accoltellato da Stefan Wilmont, 27enne mentalmente disturbato e con precedenti penali, la sera del 13 gennaio, davanti a centinaia di persone, durante un evento di beneficenza. Nonostante un immediato intervento di primo soccorso e il celere trasporto all’ospedale universitario della città, il sindaco è deceduto qualche ora dopo: le ferite al cuore si sono rivelate fataliL’immagine dell’assassino che, sul palco, guarda gli spettatori, tenendo il coltello insanguinato in mano, gridando “Adamowicz è morto!”, hanno già fatto il giro del mondo, rialimentando il dibattito sulla deriva autoritaria che sarebbe in corso nel paese da quando il partito della destra conservatrice Diritto e Giustizia (PiS) ha preso il potere nel 2015.

Paweł Adamowicz

Adamowicz era uno dei politici più apprezzati e influenti della Polonia, con una lunga carriera di attivismo politico e resistenza alle spalle. Come ogni altro politico di rilievo dell’attuale panorama nazionale, Adamowicz cresce e si forma tra le fila di Solidarność, il potente sindacato operaio del premio Nobel per la pace Lech Wałęsa che, con l’aiuto di Giovanni Paolo II, riuscì a far cadere la tremenda dittatura comunista del generale Jaruzelski, innescando un effetto domino che di lì a breve avrebbe fatto detonare l’intero blocco sovietico. Per il suo impegno in favore degli oppressi e della libertà, era stato addirittura insignito dal papa polacco della Croce pro Ecclesia et Pontifice e la sua immagine limpida e l’assenza di scandali attorno alla sua figura gli erano valsi ben sei mandati alla guida di Danzica.

Nel corso degli anni, poi, avviene la discussa svolta: il campione del conservatorismo polacco, vicino agli ambienti vaticani, reduce dalla resistenza anticomunista, si converte in un convinto europeista, promotore dei valori liberali, laici e progressisti nel paese, attirandosi le ire dei conservatori e del mondo cattolicoQuando il PiS si oppone alla politica migratoria comunitaria basata sulle porte aperte e sulla redistribuzione per quote dei rifugiati sparsi per l’Unione Europea, Adamowicz invita la popolazione all’accoglienza. Allo stesso modo, quando il PiS lancia la sua personale battaglia culturale contro l’ideologia di genere e i diritti lgbt, Adamowicz benedice il primo gay pride della storia di Danzica.

Sin dal principio, l’attentato ad Adamowicz è stato trattato come un gesto politicamente motivato. Gazeta Wyborcza, il più importante giornale liberale del paese, non appena saputo del decesso, ha pubblicato un editoriale dal titolo tanto forte quanto eloquente: “Parliamoci chiaro, ieri a Danzica, è stato commesso un omicidio politico”.

Stefan Wilmont

Dello stesso parere del giornale sembrano anche essere l’intera opposizione, una fetta dell’opinione pubblica polacca, e lo stesso Tusk, che ai funerali del collega ed ex compagno di partito ha promesso che difenderà il paese dall’ondata di odio nero dilagante. Ma si è trattato realmente di un omicidio politico maturato nel clima di divisione prodotto dall’esecutivo? Il paese, effettivamente, sembra essere dilaniato da una crescente polarizzazione tra opposti estremismi, disinteressati ad ogni forma di dialogo, che perseguono un’agenda politica inconciliabile. Da una parte c’è il blocco religioso, conservatore ed euroscettico guidato da PiS, inglobante una serie di sigle legate all’estrema destra e al nazionalismo bianco e religioso, capace di mobilitare oltre 200mila persone all’annuale celebrazione della festa d’indipendenza che si tiene a Varsavia, e un milione di devoti ad un rosario di massa organizzato lungo i confini del paese nel 2017 per pregare in difesa della cristianità dalle minacce dell’ateismo liberale e dell’islamismo.

Dall’altra parte c’è il blocco liberale, laico (velatamente anticattolico), progressista ed europeista, rappresentato primariamente da Piattaforma Civica, che negli ultimi anni ha sposato ogni battaglia culturale cara all’establishment di Bruxelles: matrimoni ed adozioni per le coppie omosessuali, ideologia di genere, porte aperte verso i rifugiati, riduzione dell’influenza religiosa nella sfera pubblica, liberalizzazione dell’aborto.

L’esecutivo di Morawiecki è stato accusato di voler instaurare un regime autoritario per gradi per via di una serie di azioni controverse, tra le quali il maggiore controllo sui media pubblici e una riforma del sistema giudiziario mirante alla sostituzione di una significativa parte della magistratura con dei lealisti di PiS. Il governo, d’altronde, non ha mai nascosto il proposito di voler dar vita ad una nuova Polonia, culturalmente conservatrice, religiosamente cattolica, ed economicamente autonoma – essendo fortemente dipendente dai fondi comunitari, e sia Morawiecki che il presidente Andrzej Duda hanno accusato le forze liberali di essere al servizio di un’agenda antipolacca promossa dalla Germania o dalla Russia.

Migliaia di persone sono accorse per assistere ai funerali del sindaco

I tentativi di Piattaforma Civica e di Tusk di dar luogo ad una forza centrista capace di riunire l’opposizione si sono rivelati infruttuosi, mentre i risultati elettorali delle recenti elezioni locali hanno confermato l’esistenza di un paese diviso: PiS ha stravinto nelle aree rurali, mentre Piattaforma Civica ha stravinto praticamente in ogni metropoli e nelle province più urbanizzate. Le marce delle femministe, degli europeisti e degli attivisti omosessuali avvengono simultaneamente a quelle di pro-governativi, cattolici e nazionalisti, ed ogni parte manifesta sempre più spesso la palese volontà di ricercare lo scontro, come quando lo scorso luglio gli attivisti lgbt hanno deciso di sfidare i conservatori nel cuore della cattolicità polacca, organizzando una parata improvvisata a Częstochowa, una piccola città in cui ha sede il più grande santuario mariano d’Europa.

La marcia infine non ha avuto luogo perché contrapposta da un altro assembramento, formato da fedeli ed esponenti di gruppi dell’estrema destra come Młodzież Wszechpolska, e la giornata si è chiusa con l’intervento dei reparti antisommossa delle forze dell’ordine. L’assassinio di Adamowicz avviene in questo contesto di tensione e divisione sociale, al termine di un lungo anno a base di manifestazioni pro- e antigovernative, scontri tra fazioni, denunce di attacchi razzisti in aumento e di pericolosa retorica antisemita, utilizzata per compiacere l’influente bacino elettorale ultranazionalista e religioso.

Incidenti a Częstochowa

L’omicidio, la cui importanza è stata sottovaluta in Italia ed infatti largamente ignorata dai media, sta interessando, a ragione, l’intera Unione Europea. La Polonia è infatti il baluardo del gruppo Visegrad, spesso dipinto come il cuore del fronte sovranista europeo, ed anche il più fedele alleato degli Stati Uniti, con i quali l’attuale esecutivo ha siglato degli importanti accordi in materia militare, energetica ed economica dall’entrata in carica dell’amministrazione Trump.

Contrariamente al proprio vicinato centro-orientale e balcanico, avvolto in uno stato di cronica instabilità politica e sociale, sin dall’epoca post-comunista la Polonia si è mostrata fortemente coesa dal punto di vista sociale e laboriosa dal punto di vista politico – un fatto legato anche alla volontà di poteri esterni, come gli Stati Uniti e il Vaticano, consapevoli dell’importanza geostrategica del paese.

Il punto di rottura, però, non è stato l’avvento di PiS, e neanche l’omicidio di Adamowicz. Le origini del caos risalgono all’incidente aereo presidenziale polacco del 10 aprile 2010, risultato nella morte dei 96 passeggeri, fra i quali l’allora presidente Lech Kaczyński e i più importanti membri del governo, di PiS.

Il PiS ha sempre accusato Tusk di aver complottato con la Russia per assassinare il presidente, per via del suo anti-europeismo e della sua diffidenza verso Vladimir Putin, e l’idea che non si sia trattato di un semplice incidente, ma di un attentato, continua ad avere credito tra la maggioranza dei polacchi ed è alla base della viscerale russofobia e dell’astio verso Piattaforma Civica che permeano la retorica di PiSA 9 anni dalla morte del presidente, un altro decesso su cui iniziano a circolare teorie complottiste rischia di lacerare ulteriormente questo paese vitale ai fini della stabilità continentale, l’unico sinora immune dal virus dell’anarchia cronica.

L’assassinio rischia di screditare l’immagine del PiS agli occhi dell’elettorato, minando le possibilità di una vittoria schiacciante alle vicine elezioni europee ed anche la stabilità stessa del governo, in affanno sia nei sondaggi che nella pratica quotidiana. Se il bastione dell’americanismo e del populismo euroscettico dovesse cadere, le conseguenze si riverberebbero sull’intera Unione Europea, allentando significativamente la morsa sovranista su Bruxelles.

Che si tratti del gesto di un fanatico o di un complotto saranno le indagini a scoprirlo, ma già adesso, intanto, un’incognita inquietante aleggia sull’intera vicenda: come ha fatto una persona con problemi mentali e precedenti penali ad ottenere il pass della stampa necessario per salire sul palco?